I SESSIONE
"Nuove Droghe:
Fenomeno e Cultura in Divenire"

La Rappresentazione Sociale del fenomeno Nuove Droghe

Roberto Merlo
Psicoterapeuta, Bologna

Molte cose che dirò hanno come inquadramento quello che è stato detto dal relatore che mi ha preceduto. Anche se, apparentemente, il tema delle rappresentazioni sociali sembra non avere legami con quello che è il discorso della funzione, del senso del significato del mito nel discorso antropologico culturale, il dato che cercherò di dimostrare è che, invece solo in essa trova senso e significato. Parto da una definizione per cercare di chiarire di che cosa discutiamo: quando parliamo di rappresentazioni sociali, il punto di riferimento attualmente è la riflessione che soprattutto Moscovici, Doise e altri hanno fatto e che dice che la rappresentazione sociale di un fenomeno è, anche se la parola non è adatta, la costruzione di un legame tra le immagini collettive di quel fenomeno e i giudizi, o il giudizio, e i valori che a quelle immagini vengono associati.
Queste rappresentazioni sociali, che quindi sono qualcosa di molto definito e preciso - immagini più valore - costruiscono, questo lo aggiungo io, due fenomeni fondamentali per l'esistenza stessa delle nostre culture e della nostre organizzazioni sociali: il primo fenomeno è la conformità sociale, quella "cosa" per cui tutti noi oggi qui ci siamo trovati e sappiamo più o meno che cosa tutti noi pensiamo, cosa pensiamo come gruppo, come gente, che è un bene preziosissimo.
Se le rappresentazioni sociali sono quindi questa struttura che connette, il modo con cui un collettivo si rappresenta appunto la realtà, hanno, allora, una forte connotazione soggettiva. Ad esempio la mia rappresentazione soggettiva della voce è diversa da come uno strumento meccanico me la comunica, ma quello che conta è la mia rappresentazione soggettiva, non tanto come lo strumento meccanico me la rappresenta. Collettivamente avviene qualcosa di simile. Le rappresentazioni sociali di un fenomeno quindi non hanno niente a che fare con le opinioni, gli stereotipi, i titoli di giornale, i mass media e tutta questa pletora di voci che semplicemente manifestano un linguaggio della conformità, ma che non corrisponde alla complessità della rappresentazione sociale. Vi faccio due esempi, oggi questo lo posso dire con certezza dopo due ricerche longitudinali che sono durate più di cinque anni. Il primo si riferisce a Bologna; in questa città è successo di tutto negli ultimi cinque anni, credo che tutti lo sappiano, ma la struttura con cui un campione stratificato di seicento cittadini si rappresenta i fenomeni della droga, dell'immigrazione, ecc. in questi cinque anni non è sostanzialmente cambiata. La varianza tra la grande matrice, 600 per 198 items, della prima e della seconda è di 1,5!
Apparentemente è successo di tutto, sembra che sia cambiato il mondo, ma la struttura che connette, la dinamica profonda e non le manifestazione di superficie, sono stabili. Le rappresentazioni sociali non parlano il linguaggio delle opinioni, il linguaggio delle stereotipo, parlano il linguaggio delle strutture profonde.
Proviamo a vedere alcune considerazioni che si possono fare sulla rappresentazione sociale di queste così dette Nuove Droghe. La rappresentazione sociale di questo fenomeno sta al confine tra le rappresentazioni degli eventi e dei fenomeni minacciosi come la droga, e la rappresentazione dei fenomeni e degli eventi che hanno la caratteristica della possibilità, forse questa è una delle ragioni per cui i ragazzi non la sentono affatto come una manaccia e se la rappresentano più come una possibilità che come una minaccia. C'è una differenza tra la rappresentazione collettiva della droga e la rappresentazione collettiva delle Nuove Droghe, c'è ancora una differenza. Non a caso l'associazione tentata più volte Nuove Droghe- sostanza -minaccia - morte è fallita, anche se è stata tentata per molto tempo. Non c'è quindi, nella rappresentazione sociale di questo fenomeno una diretta e totale identificazione con la rappresentazione sociale del fenomeno droga, intesa come minaccia, morte, eroina e illegalità, non c'è ancora questo. Il che non significa che non si possa costruire nel tempo, però per ora non è ancora così. Devo dire che molto merito, se le cose non stanno così, è determinato dal lavoro che tutti voi e forse un po' anch'io abbiamo fatto, dal rifiuto di partecipare alla costruzione sociale del fenomeno Nuove Droghe come e secondo la regola del demonio, del male, della minaccia, del simulacro della morte.
Seconda considerazione: la rappresentazione sociale delle Nuove Droghe appartiene a quell'area di confine dove stanno le rappresentazioni sociali della categoria giovani e quelle della categoria, chiamiamoli adulti. Appartengono ad un'area di confine, sono state situate lì. In fondo non possiamo dimenticare che queste Nuove Droghe le hanno usate i padri di molti di questi ragazzi, non queste ma altre, le amfetamine anni '60/ '70. Io stesso ho usato quando ho dato l'esame di maturità, la simpamina, ad esempio. E sono i nostri figli che usano stimolanti, chiamiamoli così. La differenza fondamentale è che io prendevo amfetamine per dare l'esame di maturità, per essere un conforme, ora si prendono sostanze all'interno di un rito molto particolare che è la festa, non per lavoro, questo cambia un poco la situazione.
Se guardiamo a quella che semplificando moltissimo è la struttura narrativa di una festa, così come noi la conosciamo nelle nostre culture di area mediterranea, occidentale in particolare, se guardiamo quella struttura, allora si capisce perché questo è un fenomeno di confine: non è del tutto malvagio, non è del tutto una possibilità, è ambivalente, è ambiguo. La struttura narrativa della festa, semplificando molto, è questa: vi è un annuncio che normalmente è ciclico, che nel nostro caso è il Sabato sera, o in altri casi ad es. il solstizio di inverno o di primavera, vi è un processo di migrazione verso un luogo di celebrazione, che nel nostro caso avviene con dei riti, il vestirsi, il mascherarsi, la costruzione del legame del gruppo (il pub prima), la migrazione verso il luogo, dove c'è un dispositivo, un setting con dei sacerdoti, che non hanno più la sacralità del sacerdote, dello sciamano, ma che sono comunque sacerdoti che definiscono il processo, e come in tutte le feste antiche vi è il mostrarsi e il venire annunciato e poi vi è una escalation verso quello che è il culmine della festa, che è un rito collettivo, un rito di massa.
Da quel momento si hanno tutti i riti di uscita, che sono quelli che noi tutti conosciamo, quelli del ritorno, della narrazione, del racconto.
Se le Nuove Droghe sono un elemento all'interno di questo dispositivo, o di dispositivi analoghi, sono al confine tra il malvagio e la possibilità, perché fanno parte di una struttura fondamentale dell'essere sociale, la festa appunto. E non esiste festa senza eccesso o privazione, che sono poi le due facce della stessa medaglia, senza cioè un'esperienza di limite. Se quindi sono entrate in qualche modo all'interno di questa struttura fondamentale dell'essere sociale, dell'essere umano, è ovvio che non siano percepibili completamente come minaccia diabolica, o come possibilità ed è ovvio che siano ambigue ed è ovvio che chi non partecipa alla festa tende invece a rappresentarle ed a classificarle tendenzialmente come minacce.
L'esperienza del limite, ripeto come eccesso o come assenza, come il digiuno dei 40 giorni, come farsi seppellire per due giorni sotto terra sono un viaggio verso l'altro che sono io, l'altro che è altro da me. E' lì dove lo incontro, è lì dove lo celebro ed è lì che mi è permesso il contatto tra me Ma l'altro, ogni altro, è potenzialmente una minaccia, un pericolo. Io ho bisogno di una mediazione tra me e l'altro, sarà lo sciamano, sarà il rito, ma ho bisogno di una mediazione e se l'organizzazione sociale non mi offre una mediazione me la do la mediazione, ma ho bisogno di una mediazione. Se stiamo parlando di questo stiamo parlando di strutture profonde e questo fenomeno Nuove, capisco il senso anche tecnico scientifico della parola Nuove, da questo punto di vista ha poco senso, non stiamo parlando di nulla di nuovo, stiamo piuttosto parlando forse, ultima considerazione, di un problema che è la totale assenza di mediazione, che è l'assenza del mondo dell'adulto. Per fortuna con tutto il lavoro che avete fatto e che forse anche io ho fatto, coloro che usano queste sostanze non sono ancora un gruppo visibile, un gruppo stigmatizzato, sono un gruppo diffuso e nascosto; l'uso di queste sostanze non viene collegato a comportamenti di confine, microcriminali come per l'eroina o per altro, ma se non sappiamo governare bene il processo di costruzione della rappresentazione sociale del fenomeno, il rischio è che accada qualcosa di molto simile a quello di cui parlava stamattina Mario Santi, e cioè che senza rendercene conto, pur facendo le cose più belle e più giuste di questo mondo, - la storia della clinica è lastricata di buone intenzioni - noi partecipiamo alla costruzione sociale del fenomeno in termini di stigma, come io ho partecipato alla costruzione sociale dello stigma dell'eroinomane, con tutte le conseguenze di dolore, di sofferenze e di morte che questo ha avuto. Dobbiamo stare molto vigili perché siamo in una fase in cui il fenomeno non è ancora rappresentato esclusivamente come minaccia, non è ancora connotato e appiattito sullo stereotipo, sull'opinione, c'è ancora un alto tasso di complessità nella definizione e nella rappresentazione collettiva del fenomeno, c'è ancora una possibilità di evitare le operazioni di oggettivazione, di semplificazione, riduzione, c'è ancora una possibilità che è nelle nostre mani ed in quelle dei politici che dialogano con l'apparato tecnico, scientifico.
Di qui, alcuni suggerimenti: evitare la costruzione sociale del fenomeno come deviante, tentare di mantenere il fenomeno stesso al di fuori dei processi di attribuzione impropria di significato, che rischia invece di essere presente e introdurre meccanismi di autonormazione nelle feste, nell'uso di queste sostanze. Che cosa è la politica di riduzione del danno che stiamo conducendo se non il tentativo di introdurre dei processi di autonormazione, non di esclusione.
Infine, e poi concludo la proposta, credo che dovremmo studiare e tenere sotto controllo, anche con una ricerca longitudinale, i modi e le forme della rappresentazione sociale del fenomeno. Credo che dobbiamo metterci nel campo dell'investigazione e della ricerca, in termini longitudinali, per vedere come operatori, come soggetti che lavorano se nella costruzione della rappresentazione sociale del fenomeno intervengono proprio quei processi che non vogliamo, o se si mantiene l'apertura e la complessità che ci consentono poi di fare riduzione del danno, di fare tutte le operazioni che portiamo avanti e credo che dobbiamo porci un problema di comunicazione e di influenza sociale. Le rappresentazioni sociali del fenomeno Nuove Droghe, soprattutto le rappresentazioni che sono in costruzione, sono un po' come un iceberg, esiste una parte che emerge e si vede, ma la parte più importante che tiene su questa parte è quella che sta sotto il livello dell'acqua, questa parte sommersa è costituita da minoranze come noi, che ad esempio non accettano le semplificazioni della parte emersa, quelle delle opinioni e dello stereotipo, è costituita cioè da gruppi che partecipano alla rappresentazione sociale ma che non si vedono, che non hanno influenza, che non hanno voce, che non riescono a dare un'immagine più un giudizio che diventi parte emersa, parte visibile. Forse dobbiamo ragionare, e questo è un invito al Coordinamento, anche sulle tattiche e sulle strategie di influenza rispetto alla rappresentazione sociale del fenomeno, se non vogliamo che intervengano processi, purtroppo ben noti, che hanno riguardato altre droghe, che comportano solo un aumento del tasso di sofferenza collettivo. Diventare capaci di influenza significa essere in grado di essere un gruppo capace di comunicare, capace di un messaggio coerente, costante, capace dal punto di vista della minoranza di porre alla rappresentazione sociale della maggioranza la contraddizione di essa; si tratta di fare un po' l'operazione che se volete hanno fatto le minoranze dell'handicap, degli omosessuali. Si tratta anche di pensare e studiare un'operazione di questo genere, a partire da uno studio attento di come si sta formando la rappresentazione sociale del fenomeno. Non possiamo dimenticare la vecchia storia della clinica: ogni fenomeno è composto da una triade, la sostanza, il fenomeno - sintomo e il contesto in cui quel soggetto attraverso quel sintomo si "tiene insieme". Se trascuriamo di lavorare su questo terzo polo, il polo del contesto, il lavoro sui soggetti, sulle persone e sul fenomeno, le sostanze ecc. rischia di diventare un lavoro potenzialmente boomerang. Credo che sia importante tenere presente che c'è anche questo aspetto. Non si è impotenti di fronte alla costruzione sociale di un fenomeno, non possiamo nasconderci dietro questa scusa.

 

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Pagina a cura di Nicola Gambi
Data di verifica/aggiornamento: 19-04-2001