AREO – WebMagazine
della Unione degli Industriali della Provincia di Treviso– Anno 2000 –
n. 7 del Marzo 2000
L'OPINIONE: Una
Provincia che ha bisogno di Cultura Infrastrutture e Politica di Ciro
Perusini
Il presente articolo
è un contributo spontaneo dell’Arch. Ciro Perusini. Areo ha deciso
di pubblicarlo per arricchire un dibattito che stenta ad uscire dal ristretto
ambito degli specialisti, ma che interessa tutti i soggetti della società
civile. Vorrei innanzitutto bandire la retorica che talora si accompagna
a questi temi.
Vorrei bandire "Nordest",
che non significa nulla; vorrei bandire "Padania", che non è e non
è mai stata e non sarà mai; vorrei bandire "Veneto Orientale",
che può indurre in errore chi non conosce la geografia; vorrei bandire
soprattutto, da trevigiano verace, "Marca trevigiana", appellativo grossolano
e anacronistico, poiché significa ‘marginalis’, di confine: Treviso
non lo è più da mille anni; vorrei infine bandire il famigerato
triangolo PATREVE e VEPATRE e così via nei sei modi possibili. Che
poi questo Veneto Centrale abbia tre città che costituiscono i vertici
di un triangolo è pura questione geometrica. Un triangolo peraltro
molto elastico, con l’ipotesi minima di un’area stretta solo intorno a
Venezia ed una assai larga fino a Vicenza (Ddl Gottardo 1991) o fino a
Belluno (socialisti trevigiani nel 1991). Il triangolo ha corso il rischio
di diventare quadrilatero. Un triangolo con molti amici e molti nemici.
Primi fra i nemici più accaniti i difensori ad oltranza dello stramaledetto
policentrismo. Altro che Area Metropolitana: si deve parlare di "Agropoli
Veneta", scrisse qualcuno dieci anni fa. Più che individuare i modelli
e i confini e le forme del governo metropolitano e i luoghi delle sedi
decisionali, è importante riflettere se la Città Metropolitana
sia un’opinione politica, vezzo culturale o necessità economica.
Treviso, forse la città più opulenta del Veneto Centrale,
è una città isolata. Che sia opulenta si vede nei bilanci
astronomici di Cassamarca, rifugio tradizionale dei risparmi dei trevigiani.
Che sia opulenta si vede nella ricchezza diffusa nelle campagne prossime
al capoluogo, modello Benetton. Che sia opulenta si vede nelle trasformazioni
d’uso della città rinascimentale, dove prima stavano ventimila residenti
e ora ce ne sono poco più di seimila poiché la città
è diventata un immenso ufficio e un’immensa bottega di merci pregiate:
gioielli, alta moda, antiquariato d’arte. Che sia isolata è presto
detto: Treviso soffre di tre gravissime condizioni di isolamento, quelle
che Gian Antonio Stella ha messo bene in rilievo nel suo brillante libro
Schei: sono il deficit di cultura, il deficit di infrastrutture, e il deficit
di politica. Più che altrove, questi tre divari si vedono bene a
Treviso e costituiscono altrettante forme di isolamento. n deficit culturale:
Teatro chiuso, biblioteca chiusa, Museo non si sa, persi i Comics, quasi
perso il Comisso; al loro posto Ombralonga e simili altre porcherie, che
costituiscono la peggiore espressione della trevigianità. In compenso
abbiamo tre squadre sportive in serie A. n deficit politico: andate a vedere
chi e come comanda a Treviso. n deficit infrastrutturale: nell’ambito trevigiano
le infrastrutture per la mobilità sono altamente inefficienti, sia
in senso nord-sud (andate a vedere la Statale 13 Pontebbana), sia in senso
est-ovest (andate a vedere la Statale 53 Postumia); e le ferrovie non stanno
meglio. In queste condizioni Treviso corre il pericolo mortale di essere
definitivamente relegata in periferia, anonimamente, senza connotati. Il
pericolo mortale di restare isolata nella sua opulenza, nel suo salotto
buono, tranquillo e sonnacchioso salotto del Veneto Centrale. In questo
benedetto/maledetto Veneto Centrale la pianificazione della città,
spazio urbano troppo angusto per avere rilevanza territoriale, mostra da
molto tempo i suoi limiti. E poiché è indiscutibile che una
buona pianificazione sovracomunale - metropolitana, appunto - sia condizione
necessaria, sia pure non sufficiente, per il buono stato di salute di un
territorio, la crisi della pianificazione territoriale è preludio
inequivocabile della crisi strutturale del Veneto Centrale. Abbiamo costruito
un meccanismo infernale di scatole cinesi, che comprendono tutto e nulla,
dal PTRC agli strumenti urbanistici attuativi. Il PTRC, il Piano dei Piani
come ipocritamente lo chiamano, non coordina nulla, pieno com’è
di vuote proposizioni e vanificato dalla consolidata pianificazione di
base: insomma, dai PRG non si torna indietro e Treviso non è coordinato
nemmeno con Ponzano e Carbonera. I PTP, l’uno in concorrenza all’altro,
sono inutili e dannosi: quello di Treviso, preoccupatissimo per esempio
di proteggere gli aucùpi (che sarebbero i sistemi di reti per catturare
gli uccelli, che da noi chiamiamo roccoli), si dimentica, come il suo poco
illustre superiore gerarchico, di indicare in grafia la grande viabilità.
Inconfessato obiettivo della pianificazione urbanistica comunale è
infine che ciascun soggetto, pubblico o privato, faccia quello che vuole,
l’uno all’insaputa dell’altro. Fissa restando l’attuale organizzazione
territoriale in Comuni, Province, Regioni (articolo 114 della Costituzione),
è ineludibile l’impegno di semplificare la gerarchia in piani che
in quella organizzazione si riflette, ma che si è dimostrata incapace
di un’efficace politica di coordinamento. Eppure l’Area Metropolitana di
fatto c’è già. E’ nata 500 anni fa, quando il successo della
Lega di Cambrai ad Agnadello (1509, mezza Europa contro Venezia) apre di
fatto la crisi veneziana. Subito dopo la Serenissima munisce Padova e Treviso,
che resteranno inespugnate, e trasferisce in terraferma le ricchezze venute
dall’Oriente. L’Area Metropolitana c’è da allora, anche se il potere
è ancora fortemente concentrato a Venezia e vi resterà fino
a Campoformido. E da allora si sono configurati i ruoli: n di Venezia:
prevalentemente nel terziario pubblico e privato; n di Padova: prevalentemente
nel commercio e nei servizi privati; n di Treviso: prevalentemente nel
settore manifatturiero, forte e diffuso, collocata strategicamente com’è
tra la Pedemontana e la Laguna, in un ambito territoriale del tutto singolare,
dove i caratteri insediativi tradizionali e i caratteri produttivi sono
fortemente integrati. L’Area Metropolitana c’è già: si svolgono
in essa, in modo intenso, tutte le possibili attività dell’uomo,
nella straordinaria sintesi che ne fece la Carta di Atene nel 1942, breviario
dell’urbanistica moderna: vivere, lavorare, circolare, avere cura del proprio
corpo e della propria mente. Tutte molto attive nel Veneto Centrale le
funzioni della Città Metropolitana, non ce n’è una sola,
tuttavia, che sia soddisfacente, o perché non razionale, o perché
non economica. Facciamone una breve rassegna, vista da Treviso: Esigenze
primarie della Città Metropolitana, caratterizzata fra l’altro da
consistenti pendolarismi, sono la rapidità, l’economicità
e l’efficienza della mobilità territoriale, che a Treviso non è
rapida, né economica, né efficiente; se la Tangenziale di
Mestre e la Romea non trovano ancora adeguata soluzione, a Treviso gli
ultimi otto chilometri della A-28 sono bloccati dall’ottusità di
taluni ambientalisti, la cosiddetta Venezia-Monaco non serve a nulla e
fa ridere tutti ma non è ancora defunta, la Pedemontana è
indispensabile ma non trovano accordo la tipologia ed il tracciato; da
cinquant’anni si discute della metropolitana di superficie e intanto da
Treviso a Venezia si impiega un’ora: velocità media 35 chilometri
all’ora, la stessa che qualcuno ha misurato per la mobilità generale
pubblica e privata nel Veneto Centrale. Non meno importanti delle infrastrutture
per la mobilità, non sono efficienti a Treviso, né economiche,
una quantità di altre funzioni metropolitane: la riconversione delle
attività produttive dismesse: grandi aree in posizione strategica,
come l’ex Ospedale psichiatrico a Treviso o l’ex Polverificio a Paese,
pure assai preziose, non hanno ancora trovato una destinazione soddisfacente;
gli interporti e i parchi tecnologici: sono stati spesi 35 miliardi a Treviso
per fare una Treviso Servizi che nessuno vuole e che non serve a nessuno;
l’Università: si corre il rischio di avere a Treviso una università
di serie B, poiché Venezia e Padova non le daranno certamente i
corsi ed i docenti più prestigiosi: non succederebbe se ci fosse
un sistema universitario organico, unitario e complessivo, che valorizzerebbe
non solo chi riceve ma anche chi dà:
CITTA' METROPOLITANA: INDUSTRIALI SU ACCORDO VENEZIA-PADOVA(ANSA) - VENEZIA, 3 OTT - ''L'accordo Destro-Costa rappresenta, nell'attuale panorama politico-amministrativo, la prima proposta reale di cambiamento''. Lo rileva Luigi Rossi Luciani, presidente di Industriali Veneto, a proposito del recente protocollo d'intesa fra i sindaci di Padova e Venezia per la città metropolitana. ''Vorrei credere - prosegue Rossi Luciani - che essa sia frutto di un positivo confronto tra due culture: quella universitaria e quella imprenditoriale, che fino ad oggi nelle imprese non hanno espresso grandi capacita', progettuali ma forse possono concretizzare progetti interessanti nel riassetto del territorio e dei servizi e avviare un nuovo concetto di pubblica amministrazione, nonché designare nuovi livelli di intervento''. Il presidente degli Industriali apprezza dunque la proposta emersa dai due primi cittadini. ''Sono certo che, se sapranno dare subito concretezza ad alcuni progetti, abbandonando qualsiasi velleità ideologica o di partito, l'esempio sarà presto seguito anche da altre città. Non posso pensare che vi siano resistenze da parte di livelli amministrativi, come la Provincia, senza che vi siano proposte alternative percorribili da subito''. Secondo Luigi Rossi Luciani ''quanto e' avvenuto tra Destro e Costa ha trovato dei precedenti importanti. Mi riferisco - precisa il presidente degli industriali Veneto - al rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Savé. 03/10/2000 16:16
IL MATTINO di PADOVA
del 4 ottobre 2000
Città metropolitana:
la grande sfida veneta
Finalmente si ritorna
a discutere del sistema metropolitano dell’area centrale veneta e della
sua necessità di fare sistema, di realizzare progetti unitari, di
superare i campanilismi che in un’epoca di globalizzazione galoppante rischiano
di essere un freno alle potenzialità ; di quest’area, insomma, di
condividere scelte di respiro. Ben ha fatto Paolo Costa, le cui qualità
di studioso della materia e il cui prestigio sono riconosciuti a livello
internazionale, a ritornare con forza su un tema che ha attraversato, a
corrente alternata, il dibattito politico e culturale dell’ultimo ventennio.
A partire dalla PATREVE, passando per la città metropolitana di
Venezia e per la costituzione del comune metropolitano di Padova, impropriamente
chiamato Grande Padova, il tema delle modalità e degli strumenti
di governo di questo unicum urbano - più simile alla distesa di
Los Angeles che a alla conurbazione parigina - è stato ed è
la questione sulla quale si è maggiormente discusso. Purtroppo fino
ad oggi si sono arricchiti solo gli scaffali di qualche archivio, un po’
per miopia, un po’ per il continuo riaffiorare di antiche rivalità
e gelosie. Certamente non secondario è stato nel passato il ruolo
frenante della Regione e delle stesse province; la prima preoccupata per
l’insinuarsi di un pericoloso soggetto forte che ne avrebbe minato l’autorevolezza
e il ruolo su quasi meta del territorio regionale trasformandola nella
residuale Regione di Belluno e Rovigo, le seconde per la minaccia rappresentata
dalle competenze concorrenti attribuite dalla legge alla città metropolitana.
Le cose cambiano e oggi viviamo una nuova e feconda stagione di dibattito
sulla riorganizzazione dello Stato con previsioni di crescente responsabilizzazione
degli enti locali. La Regione ha l’occasione di prevedere nello Statuto
attualmente in discussione la nuova dimensione Metropolitana. Si tratta
dunque di trovare la giusta chiave di lettura che consenta a questa area
di dotarsi di innovativi strumenti di governo fondati sulla condivisione
di obbiettivi comuni, perché comune è il destino di chi vi
vive. Il problema non è di immaginare Padova in rapporto alla sola
Venezia o viceversa, quanto piuttosto di mettere in relazione il sistema
che fa capo a Padova, Venezia, Treviso, Vicenza e Chioggia. Oggi la sfida
della competizione ci obbliga a creare nuovi modelli di cooperazione e
integrazione fra sistemi di città. La città di Padova dovrà
fin da subito ricercare il coinvolgimento dei comuni della sua cintura
urbana e stabilire rapporti veri e non occasionali con Vicenza. Questo
compito le spetta per il ruolo che già riveste quale nodo riconosciuto
di reti globali, come realtà che occupa a livello nazionale uno
dei sette posti fra i sistemi considerati dinamici e aperti, seconda solo
a Roma, Milano e Bologna, senza contare il peso delle funzioni internazionali
che si svolgono nella città del Santo che la collocano fra le prime
dodici città italiane. Insomma Padova può e deve dare un
contributo rilevante, non può limitarsi a un passivo e subalterno
ruolo di appendice. Le idee, anche quelle più affascinanti, purtroppo
non sempre camminano da sole. E’ necessario dimostrare che il processo
cooperativo avviato si fonda su solide basi comuni. Per fare degli esempi,
si può cominciare condividendo la partecipazione sociale e la gestione
del sistema aeroportuale, integrando e specializzando, anche con scambi
azionari, la realtà portuale di Venezia con l’interporto di Padova
in modo da creare un’unica autorità per la logistica, immaginando
una comune struttura fieristico espositiva, realizzando una grande e comune
struttura congressuale e un’unica e articolata cittadella dello sport,
individuando insieme le modalità delle dismissioni industriali e
le riconversioni delle aree, costruendo un nuovo ruolo per la ZIP, completando
il sistema metropolitano ferroviario fino all’aeroporto. La nuova prospettiva
metropolitana può e deve favorire un atteggiamento cooperativo nella
gestione dei servizi e nella creazione di un’unica azienda che metta insieme
le vecchie municipalizzate, avviando processi di privatizzazione che si
fondino sull’obbiettivo strategico di trasformare gli attuali utenti in
azionisti. Insomma una grande opera di democrazia economica che non solo
potrebbe stimolare nuovi processi di crescita, ma che consentirebbe anche
di evitare di trasformare questa parte ricca del paese in territorio di
caccia per la grande finanza milanese o romana. Il Veneto, che fino ad
oggi ha talvolta straparlato della sua identità, ha l’occasione
di dimostrare di non essere una semplice espressione geografica. Abbiamo
l’occasione di dimostrare al resto del paese che la tradizione cooperativa,
che affonda le sue radici nelle casse peota e di mutuo soccorso, oggi si
trasforma e si adatta alla new economy. Si può continuare, immaginando
di mettere a disposizione dell’intera area le strutture della sanità
padovana i cui livelli di eccellenza sono unanimemente riconosciuti. Non
solo. Il miglioramento della qualità ambientale è obbiettivo
strategico. Troppo pesante è l’eredità della urbanizzazione
selvaggia e della cancellazione del paesaggio. La nuova realtà metropolitana
ha dunque bisogno di implementare idee condivise e costruire processi di
consenso e condivisione delle diverse società municipali e operative
oggi concorrenti. Padova dovrà presentarsi ai prossimi appuntamenti
forte della adesione convinta di tutti i sindaci della cintura, dimostrando
in tal modo di aver saputo superare le reticenze di qualche anno fa sulla
cosiddetta Grande Padova. Non si tratta solo di questione metodologica,
quanto piuttosto del riconoscimento che se l’obbiettivo è la città
metropolitana diffusa dell’area centrale, questa non può che affondare
le sue radici sui processi di integrazione che di fatto già esistono
e possiedono una fisionomia propria. La strada, anche se lunga, può
essere accorciata, cominciando ad eliminare, non solo metaforicamente,
il tappo della tangenziale di Mestre che oggi spezza in due la freeway
di collegamento fra le due città. Se davvero si vuole far decollare
la nuova città metropolitana bisogna però essere consapevoli
che senza la partecipazione attiva, il consenso e il coinvolgimento delle
categorie economiche, delle diverse realtà sociali e culturali,
dei sindaci dei comuni minori (che non per questo possono essere considerati
di serie B), dei consigli comunali e provinciali (che costituiscono l’ossatura
democratica del nostro sistema delle autonomie), si corre il rischio di
fare poca strada. La sfida a costruire insieme è dunque aperta.
Ivo
Rossi, Paolo Cadrobbi, Piero Longo, Ruggero Menato, Maurizio Mistri, Giuseppe
Zaccaria Padova, 3 ottobre 2000
LA PADANIA 5 ottobre
2000
Treviso città
metropolitana con Padova e Venezia - Giancarlo Gentilini: avremo più
peso e autorevolezza nei confronti del governo centrale
Città metropolitane,
per la prima volta se parla anche in Veneto, da sempre geloso dei suoi
campanilismi politici e geografici: ieri infatti anche il comune di Treviso
aderisce al progetto di una città metropolitana con Venezia e Padova,
realizzando così un’intesa, inedita anche a livello nazionale, fra
tre sindaci di Ulivo, Polo e Lega. Con l’adesione di Treviso risuscita
a pieno titolo l’originario progetto della "Patreve", così battezzato
dalle iniziali delle tre città contigue che distano tra loro circa
30 - 40 chilometri l’una dall’altra e che si candidano così a diventare
il perno del Veneto centrale. Un’iniziativa che, se ha suscitato le perplessità
di alcune delle tre Province, ha invece riscosso il consenso del presidente
del Veneto Giancarlo Galan e, ieri, del numero due della Quercia, Pietro
Folena. Il Comune di Treviso ha deciso di salire sul tram della città
metropolitana - aperto a tutti i comuni dell’area - a soli quattro giorni
dalla presentazione del protocollo d’intesa tra i sindaci di Venezia e
Padova, Paolo Costa (Ulivo) e Giustina Destro (Polo). La giunta trevigiana
ha infatti deliberato ieri l’adesione, delegando il sindaco, il leghista
Giancarlo Gentilini, a definire l’accordo con gli altri due Comuni. "Sarà
la chiave di volta - ha detto Gentilini - per un ulteriore sviluppo di
questi territori. Per il successo dell’iniziativa serviranno gli apporti
delle rispettive Province e soprattutto non dovremo ripetere gli errori
del ’95". "Padova, Venezia e Treviso - ha commentato - costituiscono l’area
che può essere definita a ragione il nocciolo forte dell’economia
veneta. Alla luce di questo, il progetto mi pare essere una evoluzione
naturale per queste realtà. E già in questa fase preliminare,
che rappresenta soltanto lo stadio di gestazione di un organismo molto
complesso, si può intuire come le sinergie che scaturiranno da questo
accordo potranno rappresentare la chiave di volta per dare maggiore impulso
allo sviluppo e al buon governo di questi territori". "L'importante - ha
aggiunto il primo cittadino di Treviso - sarà lavorare sul progetto
con impegno e determinazione, per non incorrere nuovamente in questi passi
falsi che hanno portato al naufragio dell’iniziativa che aveva preso il
"la" nel 1995. In questo senso, ritengo fondamentale l’apporto ed il contributo
che potranno venire dalle tre Province. Se lasciati soli, i Comuni di Treviso,
Padova e Venezia non potranno fare molta strada". "Tra gli obiettivi -
ha concluso - la priorità è rappresentata senza dubbio dal
nodo della viabilità, dei trasporti e dei lavori pubblici". "Sono
queste alcune delle grandi questioni ancora aperte - ha aggiunto - che
attendono una risposta definitiva ed efficace; il progetto della Città
Metropolitana potrà avere successo soltanto se si tradurrà
in progetti di ampio respiro e in maggiore razionalità ed efficienza
dei meccanismi burocratico-amministrativi. Queste sono le ricette di un
successo che significherà anche avere più peso e autorevolezza
nei confronti del governo centrale". Il sindaco di Treviso ha ricordato
infine che "quando saranno definitivi gli accordi e gli indirizzi, la procedura
di adesione alla Città Metropolitana dovrà essere suggellata
con l’approvazione da parte del Consiglio Comunale".
VENEZIALAVORO
- Anno II - Numero 36 - Giovedì 26 Ottobre 2000 - Pag. 2
VENEZIA CAPITALE
E LA CITTA’ METROPOLITANA
Nella relazione
al Convegno di lunedì al Ramada il Segretario Generale della CdLM
di Venezia, Diego Gallo, ha annunciato l’intenzione della CGIL di promuovere
una proposta di Legge di iniziativa popolare per la costituzione della
Città Metropolitana di Venezia. Nel dibattito apertosi in questo
periodo sull’argomento, dopo l’iniziativa dei Sindaci di Venezia e Padova
per la costituzione di un grande Comune metropolitano comprendente le tre
province di Venezia, Padova e Treviso, la CGIL si esprime invitando a distinguere
tra "area metropolitana" e "città metropolitana" e suggerisce l’idea
di una "Città Metropolitana ad ordinamento differenziato". Riportiamo
la parte della relazione sull’argomento.
L’avvento dell’Europa
sarà sempre più contrassegnato da una forte competizione
tra sistemi urbani per la conquista di una egemonia territoriale. Venezia
può candidarsi naturalmente, per il proprio patrimonio storico,
ambientale e culturale, al ruolo di capitale del Nord Est.Per portare a
piena espressione tutte le potenzialità di Venezia capitale, vi
sono tre condizioni preliminari:
1) Affermare
una idea di specificità di Venezia. Nella determinazione
degli scenari possibili, si stanno facendo strada ipotesi di omologazione
di Venezia alle grandi capitali europee attraverso una ampia e invasiva
opera di ristrutturazione. Questi progetti non solo si scontrano con le
scelte di sostenibilità ambientale ma anche con la scelta che Venezia
recuperi il ruolo storico di Città Capitale di una prospettiva di
sviluppo di produzioni immateriali.
2) Realizzare
un’inversione della tendenza alla frammentazione in atto tra i centri insediativi.
La
scelta di assumere un modello di sviluppo basato sulla sostenibilità
ambientale individuando come fattore unificante l’ecosistema lagunare,
implica un disegno istituzionale che consenta il governo di questo processo
attraverso la realizzazione della Città Metropolitana, che unifichi
la laguna e la parte più importante del suo entroterra.
3) Ripartire
dalle motivazioni sociali ed economiche. Quanto
detto richiede di passare da un dibattito di ingegneria istituzionale ad
un dibattito sulle motivazioni sociali ed economiche che determinano l’esigenza
di una innovazione del quadro istituzionale. E’ necessario prospettare
scelte che abbiano una forte valenza di sviluppo e di solidarietà,
per realizzare un percorso in controtendenza con i processi spontaneamente
in atto di frammentazione centrifuga tra i diversi centri del sistema urbano
veneziano.
La riedizione della PA-TRE-VE
All’iniziativa del Sindaco
Costa va attribuito il merito di aver riproposto al centro dell’attenzione
di Venezia e del Veneto un tema a noi particolarmente caro: quello della
Città Metropolitana. Abbiamo apprezzato la decisione di avviare
la sperimentazione delle municipalità ma manteniamo tutte le nostre
riserve sulla scelta successiva di indicare nel territorio delle Province
di Venezia, Padova e Treviso la dimensione del Comune Metropolitano. Siamo
da tempo convinti che queste tre province necessitino di una più
stretta integrazione e che a questo scopo si renda indispensabile un ruolo
programmatorio della Regione e intese tra le tre città capoluogo.
I grandi progetti
Così come era stato
indicato dalle intese Cacciari-Zanonato occorre innanzitutto un progetto
finalizzato alla mobilità delle merci e delle persone. Occorre mettere
in comunicazione i grandi centri d’intermodalità (portualità
lagunare, aeroporto Marco Polo, interporto di Padova), le Università,
i Centri culturali e di ricerca. Le soluzioni dei nodi principali sono
note, attendono solo di essere finalmente realizzate: raddoppio della linea
ferroviaria, metropolitana di superficie e integrazione con il trasporto
locale su gomma, passante di Mestre e asse plurimodale al posto dell’inutile
idrovia Ma chi e che cosa ostacola la sua realizzazione? E’ forse l’assenza
di una enorme Città Metropolitana (un terzo del Veneto) ad impedire
che si proceda alla realizzazione di queste importanti infrastrutture?
Quello di cui soffre Venezia è l’ostilità della Giunta Galan,
non risolvibile allargando a dismisura i confini della Città metropolitana.
Città
metropolitana ed area metropolitana
Dovremo forse mutuare
la nostra impostazione da Firenze. La Regione Toscana distingue tra area
metropolitana e Città Metropolitana, così come ci invita
a fare anche il Sindaco di Marcon. L’area metropolitana è molto
ampia, comprende Firenze, Prato, Pistoia perché effettivamente c’è
un continuum territoriale che supera ampiamente il milione di abitanti
e richiede politiche integrate in materia di trasporto, di sviluppo, di
cultura e così via. Ma per questo ambito non ci sono organismi eletti
direttamente: ci sono delle politiche da coordinare fra i vari Comuni e
la Regione. Invece la Città Metropolitana è definita più
compattamente intorno a Firenze ed è un livello di Governo eletto
direttamente dai cittadini. A nostro parere quella di Leonardo Domenici,
Sindaco di Firenze e Presidente dell’ANCI è una scelta giusta.
I nuovi poteri della
città metropolitana
D’altra parte non
si può dimenticare che l’attuale ordinamento legislativo prevede
che si possano costituire le Città Metropolitane nelle zone comprendenti
i Comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari
e Napoli e gli altri Comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti
di stretta integrazione territoriale ed in ordine alle attività
economiche ed ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle
relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. Venezia, non Venezia-Padova-Treviso!
La Città Metropolitana così definita – che con la nuova Legge
può avere un ordinamento differenziato – assume i poteri sia del
Comune che della Provincia. Perché sarebbe assurdo fare la Città
Metropolitana e mantenere la Provincia: altrimenti che andare verso una
semplificazione dell’ordinamento costituzionale si finirebbe per costruire
una struttura barocca. Ma sarebbe velleitario, oltre che non auspicabile,
pensare di annullare ben tre Provincie venete su sette.
La sua delimitazione
Esiste una soglia
oltre la quale si interrompe il rapporto tra i cittadini e l’istituzione
locale. La Città Metropolitana a cui noi pensiamo è la Città
Metropolitana di Venezia comprendente i Comuni dell’area centrale (Riviera
e Miranese) e meridionale (Chioggia e Cavarzere) della Provincia più
Mogliano e che dia luogo alla costituzione della Provincia del Veneto orientale.
Infatti, come dimostrano le crescenti pulsioni separatiste di Mestre, Venezia
è sovradimensionata per l’esercizio delle funzioni amministrative
ordinarie, la gestione dei servizi alla persona, ma è sottodimensionata
per governare lo sviluppo, risolvere gli angosciosi problemi della mobilità
delle persone e delle merci, per un uso sostenibile del territorio, per
una gestione efficiente e competitiva dei servizi locali, per un approccio
sistemico della pianificazione strategica.
RIASSETTO ISTITUZIONALE
- COSA SI ASPETTA IL SINDACATO di DIEGO GALLO
Abbiamo assistito
a un dibattito vero lunedì scorso all’Hotel Ramada, al convegno
della CGIL Regionale e dalla CdLM di Venezia su "sviluppo economico, qualità
sociale e riforme istituzionali". Cesare Damiano, Segretario Generale della
CGIL veneta, ha centrato la relazione sul rapporto fra le dinamiche economico
sociali del Veneto e i loro riflessi politici, mentre Diego Gallo, Segretario
generale della CdLM, ha battuto in modo particolare sulle questioni dell’area
metropolitana. Gli interventi dei Segretari Generali di CISL e UIL del
Veneto, Franco Sech e Roberto Michieletti, hanno messo in evidenza una
consonanza di analisi di strategia fra le confederazioni. Gli interventi
sono stati aperti dal professor Gianni Riccamboni che ha fatto risalire
la distanza fra la domanda del sistema e la regolazione istituzionale a
motivi "genetici": alla tradizionale estraneità della politica come
regolatore dei processi economici e sociali del Veneto. Ben diversa è
la condizione di altre regioni, come l’Emilia Romagna, certo, dove il motore
è politico-ideologico, ma anche come la Lombardia. Sintomatico è
il fatto che appunto in Lombardia la maggioranza della popolazione dichiara
la sua soddisfazione nei confronti dell’istituto Regione, mentre nel Veneto
la percentuale delle risposte positive scende al 25%. Secondo il sindaco
di Venezia Paolo Costa nei prossimi anni assisteremo alla paralisi di due
livelli di governo, quello statale e quello regionale, in contrapposizione
al dinamismo di quello europeo e di quello espresso dai Comuni e dagli
altri enti locali, che dovremo mettere in circuito. A ciò si aggiunge
l’altra area di grave ritardo, quella delle infrastrutture, dove al problema
generale di mancanza di regole aggiungiamo qui nel Veneto l’incapacità
di trovarci d’accordo fra di noi. L’idea di un collegamento istituzionale
fra Padova, Treviso e Venezia nasce da queste considerazioni, con l’obiettivo
di mettere in sinergia questi tre sistemi territoriali: non ci sono chiusure
su assetti e percorso - dice il Sindaco - ma è prematuro arrestarsi
su un problema minore senza aver sperimentato la percorribilità
di questo progetto. Un sostegno alle tesi di Paolo Costa è venuto
da Massimo Cacciari, che ha esordito segnalando il pericolo di destrutturazione
del potere dello Stato, sotto i colpi da una parte delle esigenze elettorali
dei "Governatori", ma dall’altra per la debolezza del progetto di riforma:
mancata definizione di una Camera delle Autonomie e permanenza di sovrapposizioni
di competenze. Tutto questo favorisce la costruzione di tanti centralismi
regionali, visto che le Regioni non devolvono agli Enti locali nemmeno
le materie previste dalle leggi Bassanini. Su Patreve, Cacciari ha sottolineato
che si devono moltiplicare le sinergie e gli accordi fra le diverse realtà,
come del resto è già stato fatto per gli aeroporti, l’Università
eccetera. Dopo di che se maturano le condizioni perché le Regioni
facciano propria l’idea autonomistica, e le Provincie di Treviso, Venezia
e Padova decidessero di costituire la Provincia Patreve sarebbe infinitamente
meglio: ma - conclude - non possiamo aspettare il meglio perdendo il bene.
Il Ministro Fassino subordina alla soluzione della questione settentrionale
il futuro dell’intero Paese. Si chiede perché mai, dopo quattro
anni di governo dal bilancio indiscutibilmente positivo, il centro sinistra
non è giudicato dalla maggioranza degli italiani idoneo a portare
a compimento la modernizzazione dell’Italia. La risposta sta proprio nell’incapacità
di rispondere alle domande che provengono da questa parte del Paese. Lavoro,
flessibilità, sono questioni che partono da qui ma che interessano
tutti e dobbiamo andare avanti, come sinistra, non subendo la flessibilità,
ma imponendo soluzioni che non la identifichino con la precarietà.
Il Ministro ammonisce poi che non si deve far passare l’idea che la riforma
approvata alla Camera sia un federalismo a metà, in quanto le soluzioni
trovate decentrano più poteri che in Scozia o in Catalogna.
Marco Masi - Direttore
di VenetoLavoro
Come ci stanno
Riviera e Miranese
Ai Sindaci della Riviera
e a quelli del Miranese torniamo a riproporre l’idea che i loro Comuni
si aggreghino attraverso lo strumento dell’Unione Comunale. E’ uno strumento
utile in sé perché consentirebbe loro di beneficiare della
gestione associata superando anacronistici campanilismi ma è anche
una istituzione utile a ridurre le loro preoccupazioni di essere fagocitati
dal Comune di Venezia partecipando alla costituzione del Comune metropolitano
in forma associata. In queste aree, tra l’altro, si sono definiti ben tre
patti territoriali, che di per sé rappresentano l’occasione e la
motivazione per costituirsi in Unioni Comunali.
Una città
ad ordinamento differenziato
Lo sappiamo, non è
una materia semplice da spiegare ai non addetti ai lavori, ma i nostri
interlocutori di oggi sanno bene che la nuova legge - la 265 - ci offre
l’opportunità di istituire una Città Metropolitana ad ordinamento
differenziato. Per semplificare sarà possibile immaginare, almeno
in una prima fase, un rapporto più stringente tra le municipalità
che saranno generate dall’attuale Comune di Venezia rispetto, ad esempio
a Chioggia. Caro Sindaco, se l’iniziativa che hai promosso con Giustina
Destro, intendeva andare nella direzione da noi indicata, la CGIL non mancherà
di sostenerla. Ma in questo caso è necessario che (dopo aver indicato
la necessità di politiche di integrazione funzionale dell’area metropolitana
centrale Veneta, che alcuni vorrebbero estendere fino a Vicenza) si proceda
ora a costruire la Città Metropolitana Veneziana in tempi definiti.
La Città Metropolitana come istituzione e non integrazioni funzionali.
La proposta di legge
della CGIL
Comunque sia, è
nostra intenzione promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare
per sostenerla attraverso un largo coinvolgimento e una vasta mobilitazione,
avviando un confronto con i Sindaci della Provincia di Venezia, per costruire
una Città Metropolitana dotata di organismi eletti direttamente
dai cittadini e sostitutiva dell’attuale Provincia. Abbiamo bisogno di
obiettivi praticabili e condivisi da costruire con il concorso delle grandi
forze sociali che fino ad ora sono state largamente escluse dal processo
di formazione delle scelte cittadine. Diego Gallo Segretario Generale
CdLM Venezia
Dal Sole24Ore del 31 ottobre 2000
In vista la città metropolitana veneta
LA NUOVA VENEZIA
INTERNET - Venezia, venerdì 19 gennaio 2001
IL FONDO: DIRE
& FARE
LA CITTÀ
METROPOLITANA SCORDATA DOPO IL CINCIN di Flavio Zanonato consigliere
regionale capogruppo dei DS
Tutto tace. Dopo i
fuochi artificiali dell'ottobre scorso sulla città metropolitana
di Venezia e Padova, dopo la firma tra Destro e Costa nella villa reale
di Stra, dopo che anche Treviso era stata rassicurata sulla possibilità
di partecipare, dopo il consenso di Galan, tutto tace. I commentatori politici
e gli "opinion leader" avevano accolto con favore - non so quanto sincero
- questa idea, elencando le opportunità e le sinergie legate al
triangolo industriale di Venezia, Padova e Treviso e sorvolando sull'applicazione
concreta del progetto e sulle difficoltà dello stesso. In fondo
vorrà pur dire qualcosa l'esistenza di tre amministrazioni provinciali
distinte, di tre diocesi, di associazioni sindacali ed economiche divise
per provincia e se gli stessi quotidiani informano le rispettive realtà
con edizioni diversificate che sottolineano l'identità provinciale
e non quella "metropolitana". Lo ricordo perché con questo "qualcosa"
bisognerà pur fare i conti se si vuol fare davvero quello che si
dice. Ma si vuole davvero fare? Quello che non finisce di sorprendermi
è l'abitudine, di una parte del ceto politico, di lanciare idee,
di non valutarne la complessità e di non fare nulla di concreto
per la loro traduzione in fatti.
Queste proposte politiche
vengono pensate solo in funzione del clamore che avranno per qualche giorno
sulla stampa e senza alcuna reale intenzione e convincimento relativo alla
loro attuazione. E' un comportamento, diciamo la verità, reso possibile
anche dal fatto che non viene mai chiesto un rendiconto da parte di certa
stampa che dovrebbe vedere come notizia, oltre agli annunci, anche il mancato
rispetto degli impegni annunciati. Attenzione, non è fatto nuovo
la mancata realizzazione di programmi, sono infatti tanti i progetti che
non sono stati realizzati. La differenza e la novità sono che in
passato i progetti - poi non realizzati - venivano almeno considerati con
coerenza, i problemi collegati venivano affrontati sul piano teorico, tutti
i passaggi istituzionali venivano coerentemente individuati, insomma il
percorso tra il dire e il fare veniva delineato in modo scrupoloso. Ora
no. Un annuncio, un po' di articoli sui giornali e poi tutto nel dimenticatoio.
Provo ad applicare il vecchio metodo alla proposta della città metropolitana
di Padova, Treviso, Venezia.1) Va chiarito di che si tratta: la città
metropolitana è una "nuova provincia" potenziata dai poteri ceduti
dalle Amministrazioni comunali che ne fanno parte e dalle maggiori competenze
assegnate dalla Regione. I Comuni trasferiscono alla città metropolitana
le competenze sui servizi alla cittadinanza e all'economia (distribuzione
acqua e gas, raccolta rifiuti, trasporto urbano e competenze sulle aree
produttive sugli interporti, sulle fiere, sui mercati ortofrutticoli ecc.).
La Regione assegna alla Città metropolitana competenze di tipo urbanistico,
di controllo dell'ambiente, di realizzazione di strade e le necessarie
risorse.2) Sorge un primo non secondario problema: visto che le attuali
amministrazioni provinciali di Pd, Tv, Ve vengono fortemente ridimensionate
e forse annullate bisognerà trovare il modo di coinvolgerle e avere
una loro collaborazione.3) Anche la Regione deve perdere, a favore della
nuova realtà istituzionale, delle competenze e quindi deve essere
consenziente. 4) Altro problema. La legge che istituisce le città
metropolitane prevede solo quella di Venezia e la colloca all'interno della
sua provincia. Di conseguenza occorre una nuova legge del Parlamento per
fare la città Metropolitana di Pd-Tv-Ve.5) I consigli comunali (e
provinciali) delle realtà interessate devono essere d'accordo perché
non basta un'intesa tra sindaci.6) Dico da ultima la cosa più importante,
occorre un programma di governo dell'area metropolitana definito negli
obiettivi di carattere economico e sociale, nelle infrastrutture da realizzare
e nella razionalizzazione di quelle esistenti. Un programma del genere
decolla se condiviso e per questo le parti sociali devono essere sentite,
coinvolte, convinte. Ora chi è, anche modestamente, informato sa
che nessuno di questi passaggi è stato attivato e che addirittura
alcune realtà comunali si muovono in direzioni diverse. Galan ha
presentato una proposta di statuto regionale che non prevede le città
metropolitane, i consigli comunali non si sono riuniti per discutere di
una proposta di questo calibro e non di conseguenza mai hanno deliberato,
nessun parlamentare ha presentato una proposta di legge in Parlamento per
rendere possibile questo progetto, le Amministrazioni provinciali non hanno
detto nulla, le aziende dei Comuni firmano accordi imprenditoriali al di
fuori dello scenario metropolitano (ad esempio l'Aps di Padova). Se le
cose stanno così mi pare facile prevedere che di questa proposta
non se ne farà nulla e che resterà traccia soltanto negli
archivi dei giornali. La proposta della città Metropolitana di Pd,
Tv, Ve? Una parata, una firma e un brindisi a Villa Pisani.
Nexus – Mensile di comunicazione, cultura e attualità,
nella città metropolitana di Venezia - Anno IX n. 40 gennaio – febbraio
2001
Venezia circondata
Una schizofrenia
Di questi tempi tutto è in movimento nel Veneto,
e Venezia è al centro dell’impazzito tourbillon. Gruppi sociali
i più disparati, istituzioni pubbliche di ogni livello si lanciano
in proclami e proposte d’innovazione. Segno di vitalità di un tessuto
sociale in crescita, troppo spesso giudicato soprattutto per la sua insaziabile
voglia di fare denaro o segnale di un malessere profondo che si rivoltola
in se stesso, quasi soffocasse di un’asfissia sociale lenta ma inesorabile?
Ciò che lascia perplessi nel rispondere con nettezza
è l’orientamento schizofrenico delle proposte. Da un lato la corsa
al grande, all’accorpamento: la proposta di una mega Città metropolitana
tra Padova e Venezia con l’aggiunta in corsa di Treviso, (quando non si
voglia ricordare la proposta del presidente della provincia di Treviso
per una Città metropolitana che corrisponda all’intero Veneto!);
e poi il mega tunnel nell’area mestrina a cui affiancare una complanare
e una nuova corsia accanto ai Bivi; e il sempiterno Mose accoppiato alla
riesumata sublagunare e ad un tram nuovo di zecca (come far nascere quest’ultima
creatura divide anche i padovani); e l’ampliamento dell’aeroporto; e la
nuova Marghera industriale (…)
A contorno di questo, nel Veneto si aggirano il fantasma
riesumato a scadenza ciclica di una nuova provincia del Nordest, una pedemontana
dal tracciato incerto, l’alta velocità ferroviaria, il raddoppio
dell’autostrada, il completamento di altri tracciati…
Dall’altro lato il desiderio di rimpicciolire, dividere.
Ecco il nuovo statuto di autonomia regionale del presidente Galan per distinguersi
(dividersi?) dal resto del Paese, il rinnovarsi della proposta di divisione
del centro storico veneziano da Mestre e terraferma, la già avvenuta
separazione del Cavallino, l’aspirazione all’autonomia di interi quartieri
cittadini in nome della municipalità, la volontà di ogni
piccolo Comune a contenere nelle decisioni nazionali e regionali (quando
non europee) in un guazzabuglio di democrazia capace così di produrre
solo paralisi decisionale.
Tutto questo agitarsi su Venezia e dintorni in realtà
non ci dispiace ma non ci impedisce di domandarci, se Venezia sia un cancro
intaccato dalla metastasi del suo disfacimento o un gioiello da conservarsi
in cassaforte, protetto da ogni più piccolo starnuto. Si, perché,
ciò che preoccupa non è tanto il desiderio di fare; è
che la spaccatura di tutte le forze politiche al loro interno, tra progettare
il grande o inseguire il piccolo, dimostra soprattutto che non vi è
alcun progetto strategico condiviso e pensato a fondo, ma piuttosto una
lotta che da sotterranea è venuta alla luce tra interessi diversi,
quelli una volta consolidati e messi in crisi dai grandi mutamenti politici
degli anni novanta e gli interessi emergenti, in parte figli dei precedenti
e in parte nuovi ma non ancora definiti nel loro ruolo.
Nonostante tutto pensiamo sia possibile veder decollare
un moderno progetto per Venezia e il Veneto, sempre che l’attrazione verso
il suicidio non sia così irrefrenabile. Così non fosse, non
faremo altro che auto condannarci ad una progressiva caduta dello sviluppo
economico e sociale della Regione, e alcuni dati economici ci dicono che
questo processo di avvitamento presenta già i suoi primi segnali
negativi.
Il coraggio per un progetto di Francesco Indovina
Mi sembra bene che si ricominci a parlare della città
metropolitana, anche se le proposte in campo non paiono tra di loro coerenti.
Si va, infatti, da accordi programmatici su singole opere con Padova e
Treviso, all’idea di trasformare la Provincia in Città metropolitana,
alla città metropolitana più "stretta" (in qualche momento
è sembrato si pensasse solo a Venezia).
Il progetto di tanti anni fa della PATREVE sembra oggi
ostacolato dalla legislazione vigente; la città metropolitana "stretta",
dipende da quanto "stretta" si intenda, più è stretta minore
sarà il suo senso; la proposta di assegnare alla Provincia i poteri
della Città metropolitana può essere considerata un’idea
interessante, potrebbe valere per tutte le province.
Mi pare, infatti, che in questo periodo di riforme istituzionali
e di federalismo questa ultima proposta potrebbe essere vincente per regolare
a livello sovra-comunale (sovra-municipale, in quel caso) questioni che
a livello inferiore fanno fatica ad essere ordinate secondo razionalità
e interesse comune, mi riferisco in particolare a tutte le questioni territoriali
e alle strategie di sviluppo locale, temi sui quali si sovrappongono diversi
poteri.
Tuttavia, è lecito dubitare che un qualsiasi disegno
che non sia la mera e spicciola amministrazione sia oggi possibile nelle
condizioni di frammentazione, di personalismi, di concorrenza per la visibilità,
di idee contrapposte e spesso senza fondamento, nelle quali si trovano
le forze politiche della città.
Per imporre un disegno di ampia portata su tutto o parte
del territorio provinciale (a questo punto meglio tutto) sarebbe necessaria
una convinzione forte, una rilevante coerenza programmatica, un’autorevolezza
che solo una alleanza determinata e coesa potrebbe esprimere. Non mi pare
di intravedere il "coraggio per un progetto", ma piuttosto salta agli occhi
la forza della neghittosità corriva. Ma facciamo finta.
Ci vorrebbe un enorme coraggio, per esempio, a legare
ogni idea di Città metropolitana ad un contestuale smembramento
del comune di Venezia in diverse municipalità, non solo Mestre,
ma anche Marghera, il Lido, Favaro e forse ancora altro, e ciò per
rendere esplicito che la Città metropolitana non costituisce un
asservimento di comuni a Venezia, ma una vera istituzione nuova al servizio
di tutto il territorio.
In questo contesto quale potrebbe essere il ruolo della
città storica? Questa è la domanda che oggi è necessario
porsi senza preconcetti. La risposta più ovvia è che essa
non potrà che essere la "capitale" di questa Città metropolitana,
per il suo ruolo storico, per il suo valore simbolico, perché il
centro della vita amministrativa della regione e della provincia, ecc.
I motivi per giustificare questa "pretesa" potrebbero riempire molte pagine.
Tuttavia ci sono motivi oggettivi che impongono una riflessione
sul senso da dare alla "capitale". Proverò a esporre due ordini
di osservazioni, una relativa allo stato della città storica e l’altra
riferita al significato da attribuire al ruolo di "capitale" in questo
contesto.
Da almeno trenta anni si discute (molto) sull’opportunità
per la città storica di diventare uno dei centri (mondiali o europei,
dipende dall’ottimismo del proponente) dello sviluppo dell’"immateriale"
o, con un termine ancora più recente, della "new economy". Uno sviluppo
che poteva tranquillamente convivere con un "turismo controllato" e che
avrebbe costituito la base materiale per l’economia della città,
centro propulsore per tutta la regione, proiezione nel mondo della città
in una quasi rivisitazione della sua storia. La città storica non
mancava di qualità, di attrezzature culturali, di storia, era carica
di un forte simbolismo, aveva dei collegamenti di lungo raggio accettabili,
un tessuto professionale di buon livello, strutture finanziarie numerose,
ecc. Erano carenti i collegamenti di piccolo e medio raggio (era più
facile, relativamente, andare a Parigi o a New York che al parco scientifico
di Trieste o di Padova), c’erano i luoghi che utilmente potevano essere
usati per questo sviluppo, ma essi avevano bisogno di restauro e di attrezzature
(l’Arsenale), la sua mobilità interna era faticosa, la sua difesa
dall’inclemenza della natura incerta e indeterminata, i pericoli di inquinamento
chimico non marginali, ecc.
Trenta anni non passano invano. Mentre si è continuato
a discutere della grande opportunità che rappresentava Venezia per
le imprese hi-tech, mentre con fatica e in modo molto parziale e sempre
senza coerenza si affrontavano gli aspetti negativi che caratterizzavano
la città, che era necessario rimuovere proprio per garantire quello
sviluppo innovativo, la base economica della città storica si modificava:
il turismo non è più una gamba dell’economia della città
(lo è diventata del circondario in Terra ferma), ma la sua componente
principale. Non si tratta di una piccola modifica, ma di qualcosa che ha
segnato la sua struttura sociale, la sua struttura fisica, il blocco degli
interessi, la relazione dei cittadini con la stessa città. Il turismo,
come è noto, e come è esperienza diretta dei "veneziani",
è attività pervasiva; non ci si riferisce solo ai grandi
numeri (eppure 66.000 contro 12 milioni sono un problema), ma al fatto
"razionale" che la città si organizza in funzione di questa sua
base economica e tende ad espellere le "altre" attività (per trattenere
le quali non bastano ordini del giorno o appelli volontaristici).
La città non ha saputo cogliere la grande occasione
della sua stessa salvaguardia fisica per creare una competenza, ad alto
contenuto scientifico, da esportare nel mondo, e attraverso questa costruire
una componente della sua base economica da integrare con quella turistica.
Mentre ci si continuava a lamentare del troppo turismo, dell’"offesa" alla
bellezza di Venezia dei turisti irrispettosi, ogni iniziativa non faceva
che aumentare il grado di "attrattività" turistica. Forse un bene,
senza questo sviluppo oggi la città sarebbe completamente in ginocchio.
Va preso atto, con grande laicità, come oggi la dominante della
struttura economica della città storica sia il turismo, un turismo
per altro non "governato".
Non appare (credo) possibile tornare in dietro. Ma questa
consapevolezza ha delle conseguenze. Sull’altro aspetto va detto che oggi
essere "capitale" significa "decentrare"; è un concetto che farà
fatica ad affermarsi, esso tende a capovolgere cognizioni superate e "volontà
di dominio", ma anche di questo va preso atto. Questo vale ancora di più
per una istituzione "nuova" che vuole sovrapporsi (di questo si tratta,
non vale nasconderselo) a poteri "autonomi": le buone ragioni di questo
sovrapporsi non bastano, esse vanno declinate con azioni di rilocalizzazione
di funzioni. Il decentrare, non solo poteri ma strutture, attività,
enti, ecc. va assunto come un programma coraggioso che fonda le buone ragioni
della Città metropolitana e le integra con l’interesse del resto
del territorio.
Se si volessero mettere insieme queste due riflessioni,
lo stato di fatto della città storica e il necessario approccio
decentralizzante della Città metropolitana, allora sarebbe possibile
disegnare un ruolo per la città storica: una Venezia (storica) che
con molta umiltà si mette al "servizio" del territorio della Città
metropolitana, che offre, non solo il suo prestigio e il suo appeal, ai
nuovi territori ma anche funzioni che per tradizione le erano proprie.
Non si tratta di fare un elenco, ma solo di accettare
un nuovo modo di guardare le cose. In particolare si tratta, prima di tutto,
di passare dalla fase ingovernata del turismo al suo governo, non già
per diminuirne portata e dimensione (ormai impossibile), ma per renderlo
più "fruttuoso" sul piano economico e organizzato in modo da essere
compatibile con alcune altre (poche) funzioni che meritano di essere localizzate
all’interno della città storica (penso alle università, alle
istituzioni culturali, forse alle istituzioni di rappresentanza politica,
ma non a quelle amministrative-gestionali, e a poco altro). La compatibilità
(tra turismo e altre funzioni) non va pensata in forma "quantitativa" ma
in forma organizzativa: come si dovrà espletare un’attività
turistica (della dimensione nota) senza che questa metta in discussione
la possibilità di esistere delle altre funzioni.
Mi auguro che il contenuto di queste note non siano accolte
come una "provocazione" o come l’esito di un qualche ciclo di pessimismo:
esistono dati, informazioni, situazioni, che con la loro evidenza infrangono
molti "progetti" che sono diventati "sogni". Accettare questa condizione
significa offrire alla città storica una prospettiva, certo non
quella desiderata ma non perseguita, ma almeno di sua regolata sopravvivenza.
Cullarsi ancora con le "alternative", in realtà significa abbandonare
la città a processi non governati (che ci faranno alzare alti lamenti,
ma che non modificheranno i processi): ad una trasformazione della sua
natura e della sua condizione fisica spesso virulenti, a sempre più
"barbari" rapporti sociali interni e, soprattutto, significa che tendenzialmente
nessuna altra attività, ad esclusione del turismo, potrà
svolgersi all’interno della città storica.
Si fa sul serio di Michele Vianello
Indipendentemente dagli sviluppi istituzionali che verrà
ad assumere, la proposta avanzata da Paolo Costa e Giustina Destro, ha
il grande merito di aver riportato ad una scala territoriale adeguata il
problema dello sviluppo dell’area veneziana e padovana. Le caratteristiche
che i processi di sviluppo vengono ad assumere nell’epoca della globalizzazione
implicano un forte coinvolgimento delle dimensioni territoriali. Appare
ormai assodato come la competizione non avvenga, come nel passato, esclusivamente
tra imprese, ma tra aree territoriali. I soggetti che agiscono sul mercato
non sono quindi esclusivamente i tradizionali soggetti economici ma, la
pluralità di soggetti che agiscono in un territorio dato. Assume
quindi una grande valenza il ruolo delle istituzioni locali, delle università,
l’atteggiamento delle popolazioni nei confronti dell’innovazione. L’innovazione
ha quindi questo grande carattere pervasivo, si interseca e permea tutti
gli aspetti della vita; questa è forse la più grande caratteristica
di quel grande fenomeno definito genericamente new economy.
Le aree geografiche innovative, indipendentemente dallo
stato nazionale in cui sono localizzate, sono quelle che possono mettere
a disposizione infrastrutture civili e culturali moderne e dinamiche; sono
quelle che possono fornire classi dirigenti in gradi di cogliere le grandi
opportunità dell’innovazione; insomma sono quelle aree in cui la
disponibilità al cambiamento è più forte. Sono aree
infine in cui le dimensioni di scala, sia intese da un punto di vista più
strettamente economico, che civile, sono adeguate. Questi processi di aggregazione,
di qualificazione, di acquisizione di una identità innovativa, sono
in atto in gran parte dell’Unione Europea, nonché sono una caratteristica
dominante della nuova fase di sviluppo economico negli Stati Uniti.
Queste osservazioni servono a sostenere il forte limite
culturale che sta alla base di coloro che sostengono la separazione amministrativa
di Venezia da Mestre.
Se appare comprensibile infatti la volontà di
molti mestrini di affermare la propria voglia di autoamministrarsi, questa
volontà appare assolutamente autolesionistica dal punto di vista
dello sviluppo e delle opportunità che solo dimensioni territoriali
adeguate possono fornire. Di converso, tale idea (quella dei separatisti)
è assolutamente congrua al modo di pensare di gran parte del Veneto
nel corso degli ultimi anni. Il localismo, l’autonomismo esasperato, è
stata una caratteristica forte della politica veneta. Se queste componenti
sono state una delle chiavi di successo del Veneto per un lungo periodo
di tempo, oggi ne sono uno dei maggiori limiti. Sintetizzando: una mole
d’affari rivolta al mondo globale, una capacità di sviluppo nel
lungo periodo che può essere messa in crisi se non ci si riesce
ad organizzare il territorio a scala e a cultura mondiale.
La proposta di Costa e della Destro non serve quindi
a rispondere semplicemente alle tensioni separatiste veneziane (d’altronde
dove sarebbe l’interesse della Destro), la proposta di Costa e della Destro
ha il merito di riportare il tema dello sviluppo alla dimensione che ho
indicato più sopra e di costringere tutti a ragionare per una volta
al di fuori del proprio ambito locale.
Sarebbe tuttavia un grande errore partire dalla definizione
della dimensione istituzionale. Chi scrive è da sempre convinto
che le istituzioni sono la conseguenza di processi economici e sociali,
non viceversa. E’ assolutamente corretto che un gruppo di insigni giuristi
stia lavorando per definire una dimensione istituzionale dell’area di Padova
e di Venezia, tuttavia ciò sarebbe limitante se, parallelamente
non si sviluppasse una politica economica, sociale ed istituzionale tesa
a suscitare le energie che possono sostenere ed appoggiare l’aggregazione
istituzionale.
Ritengo che, ancora una volta, il tema sia quello delle
classi dirigenti, degli interessi. In assenza di questa mobilitazione,
veramente eccezionale poiché riguarda le opportunità per
il futuro, temo che i localismi finirebbero ancora una volta per prevalere.
Se è vero che le precedenti esperienze di costruire la Città
Metropolitana di Venezia non sono andate a buon fine per l’ostilità
e l’opposizione della Regione, è altrettanto vero che i Comuni di
minore dimensione non hanno mai gradito dimensioni di governo che, in una
qualche misura li espropriassero dei loro poteri. Ritengo quindi che l’ipotesi
di lavoro proposta dai due Sindaci di Venezia e di Padova possa andare
a buon fine se preceduta da una serie di iniziative concrete che possono
essere stabilite da appositi protocolli istituzionali. Mi limito a citare
alcuni casi concreti ed emblematici.
Megacitta–Minicittà di Gianguido Palombo
Venezia Città Circondata ? Sintetizziamo:
Fra il centro storico e il centro di Mestre ci sono circa
6 Km. Considerata l’intera area urbana fra centro storico e la terraferma
si può segnare un cerchio con centro la Stazione ferroviaria di
Mestre , con un raggio di circa 10 km effettivi e quindi una città
con un diametro di 20 km, comprendente zone di terra, zone d’acqua e urbanizzazioni
differenti. In quest’area vivono oggi non più di 300.000 persone,
cui si aggiungono in media annuale 33.000 turisti al giorno (per 30 gg.
= 1 milione al mese per 12 = 12 milioni l’anno di visitatori, più
o meno come a Firenze e a Roma , cifra in movimento negli anni). Si tratta
di governare flussi, spostamenti, ma anche valorizzare le occasioni di
comunicazione e di conoscenza reciproca, rasserenando la convivenza fra
esigenze diverse di chi vuole vivere la sua città e chi la vuole
visitare.
Nell’Arcipelago vero delle Isole Eolie, ogni isola ha
una amministrazione comunale, ma a Salina si sono formati nella storia
tre piccoli centri, con relativi porticcioli, e così sono nati tre
comuni con tre amministrazioni che si fanno continui sgarbi.
Venezia oggi è composta da 300.000 abitanti con
molti di loro che vorrebbero separarsi, suddividersi in almeno due Città,
e se possibile in cinque o sei: questi cittadini organizzati in associazioni
e partiti si riferiscono a culture di destra, di sinistra, di centro, ambientalisti,
leghisti, cattolici, laici, intellettuali, operai, pescatori, commercianti,
ambulanti!
Città del Messico ha 24 milioni di abitanti: 80
Venezie in una!! Da poco è stata eletta una donna a unico Sindaco
di Città del Messico: ma come farà a governare la città-stato?
La invitiamo a Venezia a discuterne, magari assieme alla nuova Sindaca
di S. Paolo del Brasile con 16 milioni di abitanti!
Missione impossibile di Andrea Tito Pennisi
Il Veneto cerca nuove formule che lo possano governare,
che tendano a rinnovare le fortune del modello nord-est. I sindaci di Padova
e Venezia lo sanno e hanno deciso di affrontare insieme la questione e
proprio sotto i primi fuochi dello scontro elettorale, guadagnandosi gli
appellativi di arditi, guazzalochisti veneti, concreti e innovativi. La
base dell’incontro è stata la possibilità di rimettere in
gioco la vecchia idea dell’aggregazione metropolitana, che ha origine negli
anni ottanta dalle aspirazioni a megalopoli dell’expo di De Michelis, rinnovata
poi nei novanta dalla voglia metropolitana del sindaco Cacciari. Anche
l’idea ribadita un paio di settimane fa dai due attuali sindaci si muove
dall’osservazione che le città sono il "vero e proprio motore di
sviluppo dei paesi industrializzati"; cercano perciò di dar vita
ad una "città metropolitana di riferimento per l’intero Nordest,
capace di far fronte alla mancanza di coordinamento nelle decisioni di
sviluppo, (mancanza) che viola sia il principio di efficienza che quello
di democraticità". Ciò che i due sindaci vorrebbero fare
è dare forma ad una rinnovata tensione verso la "formazione della
massa critica, di quell’entità urbana capace di continuare a competere
sul mercato mondiale nella produzione di servizi e nella creazione di ambienti
ricettivi delle grandi innovazioni". Ancora vorrebbero assicurare un forte
coordinamento nelle decisioni di sviluppo per dare forma urbana alla frammentazione
attuale del territorio partendo dall’assunto che le grandi aree urbane
del mondo hanno saputo dare una forte spinta alla crescita economica. Solo
la grande città Venezia-Padova-forse-Treviso potrà così
dare la possibilità di moltiplicare "le infrastrutture per l’economia
digitale: università, centri di ricerca, fiere e reti di trasporto
e permetterà l’espandersi della new economy"!
La nuova entità metropolitana aperta a tutti si
presenterebbe così come una macchina di potenzialità; rifacendosi,
almeno apparentemente, ai modelli di aree urbane nati quarant’anni fa nel
nord Europa o ai modelli delle metropoli anglosassoni dovrebbe dar forma
ad un nuovo ordinamento differenziato "proprio della realtà veneta",
attento alla specificità di Venezia ma allo stesso tempo con una
interpretazione dei paradigmi del cambiamento economico e sociale dell’intero
Veneto.
Fin qui quanto è stato espresso col documento
"missione impossibile" Costa-Destro. Il non detto però lascia libertà
di campo a diverse declinazioni del significato di un nuovo ordinamento
di città. È possibile anche immaginare che la metropoli VE-PD
(TV?) prefiguri la nascita di una mega-città basata sull’idea di
città diffusa, che si prefigura come la città dell’auto,
che struttura l’uso del suolo e la morfologia urbana all’accessibilità
capillare individuale guidata da standard e regolamenti edilizi; uffici,
fabbriche, centri commerciali, ipermercati, centri sportivi, centri per
le vacanze ecc., che aumentano a dismisura movimenti di pendolari massa.
Ma città metropolitana significa anche accentuare
la polarizzazione delle aree periferiche e marginali della regione, che
potranno subire, attraverso la riduzione della complessità del territorio,
fenomeni di impoverimento e degrado a causa della dipendenza gerarchica
dal centro metropolitano.
Il progetto, d’altra parte, si può leggere anche
come l’idea di un governo in grado di promuovere l’avviamento di un processo
di distribuzione dei servizi rari, delle funzioni pubbliche, individuando
nodi significativi accessibili ai trasporti pubblici, tendenti a ridisegnare
un territorio regionale di reti distribuite che tenga conto della complessità
dell’intero tessuto sociale che compone il territorio.
Il rischio è che la visione strettamente economicistica
frammenti ed annulli lo spazio dei luoghi quando sarebbe auspicabile invece
concepire il territorio come una rete di relazioni capaci di aiutare la
crescita delle "società locali" luoghi dotati di identità.
La ricerca della dimensione strategica presentata come metodo dell’iniziativa,
dovrebbe cioè, per essere realmente innovativa, perseguire l’obiettivo
di coordinare un insieme di sistemi reticolari, non gerarchici, di città.
Non è eccessivamente fantasioso pensare che un società matura
dovrebbe essere costituita di municipalità di dimensioni contenute,
ciascuna delle quali formata da una rete di comuni perfettamente sintonizzati
tra loro.
Restituire la complessità, non semplificare, dovrebbe
quindi essere il primo problema del progetto urbanistico della regione:
superare i modello centro-periferia, valorizzando le peculiarità
insediative dei sistemi territoriali che compongono la regione stessa,
esaltandone la vocazione reticolare policentrica.
Con uno sguardo all’Europa - Intervista di Paolo
Pennisi a Massimo Carraro
Venezia non ha certo bisogno di presentazioni in Europa
e nel mondo. Il suo fascino è intatto nel tempo e il suo richiamo
irresistibile. Ma, in una Europa in costruzione, in cui ogni stato nazionale
deve dare il suo contributo sociale ed economico ad uno "Stato" nuovo,
con regole e obblighi da rispettare, quale è l’immagine che la Serenissima
dà di sé; e soprattutto, che contributo può venire
dal suo tessuto socio-economico? Lo chiediamo all’eurodeputato Massimo
Carraro, importante imprenditore veneto.
E’ scontato il successo di immagine che Venezia riscuote
in Europa. Ma anche da un punto di vista economico e produttivo la città
gode sicuramente di "buona stampa". Il turismo, ovviamente, è visto
come un elemento fondamentale della sua economia (né potrebbe essere
altrimenti), come del resto di alto livello è la sua presenza nel
panorama internazionale nel campo della cultura, del sapere universitario,
della convegnistica. Va detto, ancora, che di non minore qualità
sono considerate le attività produttive legate al porto, alla cantieristica
e all’aeroporto. Venezia viene percepita in Europa come la capitale regionale
del Veneto, senz’altro più di quanto avvenga tra le genti venete,
forse per l’antica prevenzione delle città di terra nei confronti
della serenissima. Venezia è vista non come un qualcosa a sé,
ma come parte integrante del "miracolo" economico e sociale del Nordest,
certamente con una sua specificità che le deve essere riconosciuta.
Allora perché l’invito europeo a restituire
gli sgravi fiscali a suo tempo riconosciuti a Venezia dal governo italiano?
Va innanzitutto detto che il provvedimento europeo nasceva
come conseguenza di un difetto di procedura da parte dello stato italiano
che non aveva notificato la sua decisione a Bruxelles. Sembra, poi, per
lo meno paradossale che contributi dati (e percepiti soprattutto) in buona
fede debbano essere restituiti a distanza di tanti anni. C’è ancora
un’altra questione che va valutata con attenzione. Venezia non può
essere equiparata ai problemi del meridione d’Italia, territorio per cui
lo stato italiano ha chiesto sgravi contributivi e fiscali e che l’Europa
sembra non voglia riconoscere. A Venezia l’attività manifatturiera
va salvaguardata perché i costi di gestione per le imprese sono
realmente più onerosi. Piuttosto va fatta una selezione di quali
imprese vanno sostenute per i loro extracosti riconosciuti. Penso, ad esempio,
alle attività vetrarie di Murano. Meno comprensibile sarebbe un
intervento di sostegno reclamato dalle più disparate realtà
presenti in laguna non legate alla produzione di manufatti.
L’iniziativa dei due sindaci di Venezia e Padova per
una città metropolitana integrata può essere, a suo avviso,
una carta in più da spendersi in Europa? Quali vantaggi per Venezia?
Ritengo l’iniziativa ottima sotto ogni profilo per le
due città (a cui aggiungerei Treviso), ma anche per le realtà
territoriali che ne verrebbero coinvolte. Venezia trarrebbe indubbi vantaggi
dall’integrazione dei suoi servizi con quelli della nuova area metropolitana,
del suo porto con l'interporto di Padova, dell’aeroporto con quello di
Treviso, delle sue reti viarie e ferroviarie, dei suoi servizi pubblici,
potendo così avvicinare, senza innaturali snaturamenti, la sua specificità
lagunare ai sistemi di intercomunicazione più avanzati. E, da questa
pianificazione strutturale, altrettanti vantaggi avrebbero Padova e Treviso.
Bisognerebbe naturalmente passare dalle parole ai
fatti, e in fretta (…)
Ma sulla reale volontà di muoversi in tale direzione
lascia perplessi, per esempio, il fatto che Padova vada avanti nell’operazione
di integrazione dei suoi servizi con quelli di Vicenza e Verona. Il fatto
stesso, poi, che nella proposta di Statuto regionale fatta dal presidente
della Regione veneto Galan manchi ogni accenno alla città metropolitana
la dice lunga sulla capacità reale di pensare in grande, con un
progetto complessivo per la Regione, proiettato verso il nuovo.
C’è chi parla di costruire un’area metropolitana
che comprenda l’intero Veneto (…)
La dichiarazioni del presidente della provincia di Treviso
è una vera sciocchezza, perché se l’integrazione di territori
e servizi è il futuro del Veneto, è altrettanto vero che
ogni operazione in tal senso deve avere una logica motivata dalle realtà
storiche e territoriali che si confrontano. Vicenza e Verona hanno tutt’altra
storia, così come altra cosa è la realtà del Bellunese
e della montagna veneta.
VENEZIALAVORO –
Supplemento settimanale di VENETOLAVORO – Anno III n. 5 giovedi 8 febbraio
2001
Dopo i fuochi artificiali
di Strà è calato il silenzio. Dalla città diffusa
alla metropolitana policentrica
Immaginiamo di essere
a teatro: osserviamo attentamente le scene che ci vengono rappresentate
in rapida successione.
Scena N°1.Nella
splendida cornice di Villa Pisani di Strà, due sindaci, pari entrambi
in dignità, incuranti della ruggine che corre tra i loro schieramenti,
suggellano con una stretta di mano la loro intenzione di avviare la costruzione
della città metropolitana centro veneta: la PATREVE, la grande città
metropolitana di almeno un milione e mezzo di abitanti che include il territorio
delle province di Venezia, Padova e Treviso e, secondo alcuni, anche di
Vicenza. Gran parte della stampa ha inneggiato all’evento. Grande è
bello, sembra essere l’idea che affascina Paolo Costa e Giustina Destro,
rispettivamente sindaci di Venezia e Padova.
Scena N°2 .In
Piazza Ferretto, a Mestre, sono state raccolte le firme per indire il 4°
referendum per la separazione della terraferma veneziana dalla città
storica. Un recente sondaggio commissionato dalla CGIL ha evidenziato l’esistenza
di una maggioranza di cittadini favorevoli alla costituzione del comune
autonomo di Mestre. Il comune di Venezia è attraversato da pressanti
spinte centrifughe. Il recente distacco politico e amministrativo del Cavallino,
rischia di essere il primo risultato di un più vasto sommovimento
che può mandare letteralmente in frantumi il Comune di Venezia.
Scena N°3. Nella
Riviera del Brenta si è compiuto un passo nella direzione della
collaborazione tra i dieci comuni dell’area con la costituzione della conferenza
dei sindaci, nata sotto lo stimolo delle forze sociali, per la realizzazione
del patto territoriale e dei progetti contenuti nel PRUSST. E’ un processo
lento e faticoso, frenato dalla Regione e dai tanti, troppi campanilismi.
Infatti, non si riesce ancora a compiere il passo decisivo: l’istituzione
dell’Unione comunale come strumento di governo della progettata Città
del Brenta.
Lo spettatore è
perplesso ed avvia la sua riflessione. Grande è bello, gli dice
la prima scena. Eppure, l’importanza di una città non è data
soltanto dal numero dei suoi abitanti. Alcuni esempi: Zurigo, sede di una
delle più importanti borse mondiali, ha 350.000 abitanti; 100.000
persone vivono ad Oxford e Cambridge, che sono fra le più famose
sedi universitarie del mondo; i punti di eccellenza europei rappresentati
da città come Strasburgo, Lione, Lille, Francoforte, non superano
il milione di abitanti. Secondo tutti gli indicatori internazionali, le
città sono realmente "grandi" per la maggiore o minore importanza
del loro ruolo, per la varietà e complementarietà delle loro
funzioni, per l'ampiezza della loro influenza su un territorio più
o meno vasto.
Piccolo è bello,
gli suggerisce la seconda scena. Eppure Mestre è legata a Venezia
da relazioni complesse. Basti pensare alla laguna, al porto commerciale
e passeggeri, all’aeroporto, al Casinò, ai consistenti movimenti
pendolari che ogni mattina possiamo osservare a Piazzale Roma e alla Stazione
S. Lucia. Si tratta di legami non solo storici ma anche economici e sociali.
L’impressione è che si voglia depotenziare Venezia a favore di città
venete politicamente più affidabili per la destra la fatica di unire,
è rappresentata dalla terza scena. Eppure, la nuova legge – la 265/99,
che ha riformato la 142/90 – ha rilanciato l’Unione Comunale. Che si tratti
di uno strumento efficace lo dimostra l’esperienza in corso dei comuni
che si sono associati per progettare la Città del Piave (S. Donà,
Noventa, Musile e Fossalta), oppure l’esperienza di sette comuni della
provincia di Modena che associandosi gestiscono unitariamente (quindi in
modo più efficiente ed efficace) l’ufficio tributi. Ancora più
arretrata è lo stato di collaborazione tra i Comuni del Miranese.
Eppure, se si desse
retta alle dichiarazioni, ai commenti ufficiali, sembrerebbe più
facile istituire un comune metropolitano che comprende ben tre province
che costituire una flessibile Unione Comunale delle Città del Brenta
o del Miranese. Per non parlare delle crescenti difficoltà a tenere
unito il Comune di Venezia che ha già subito il distacco della penisola
del Cavallino e rischia oggi di frantumarsi. Una parte degli spettatori
a questo punto non si raccapezza e rinuncia a capire. Preferiscono pensare
che si tratti del solito teatrino della politica. I più ostinati
si chiedono: ma cos’è la CITTA' METROPOLITANA, questo oggetto misterioso?
Un Mestrino su tre non ne ha mai sentito parlare, secondo il già
citato sondaggio. Proverò a semplificare i termini del problema.
Il Comune di Venezia è sovradimensionato. per l’esercizio delle
funzioni ordinarie e di converso è sottodimensionato per governare
lo sviluppo. E’ troppo grande per rispondere efficacemente alla richiesta
dei cittadini di partecipare ad una migliore gestione e fruizione dei servizi
alla persona. Penso agli asili nido, alle scuole, ai luoghi della cultura
, dello svago e della ricreazione come i parchi, ai servizi sociali, ai
lavori pubblici, all’edilizia privata ecc. E’ troppo piccolo per risolvere
gli angosciosi problemi dei trasporti, della mobilità delle merci
e delle persone, per una programmazione razionale delle zone industriali
e commerciali, per una gestione efficace dei servizi locali come la distribuzione
della acqua, lo smaltimento dei rifiuti, l’organizzazione del trasporto
urbano. E’ troppo piccolo per governare in modo unitario il sistema lagunare,
disinquinare le sue acque che provengono da un ampio bacino scolante fortemente
urbanizzato, per riconvertire Porto Marghera e sviluppare la sua portualità:
in sostanza per un uso sostenibile del territorio. Di converso molti Comuni
della Riviera e del Miranese hanno spesso la dimensione ottimale per gestire
i servizi alla persona ma sono anch’essi troppo piccoli per governare lo
sviluppo. Da qui nasce l’esigenza di un governo unitario dell’area metropolitana
di Venezia. Esso è avvertito da molto tempo, anche se come è
noto, Venezia fu inclusa tra le città metropolitane solo in fase
tardiva, insieme con altre città di dimensioni medie come Bologna
e Firenze. Tra le motivazioni che avevano portato un gruppo di parlamentari
veneziani a suo tempo, a sostenerne l’inclusione, prevalevano quelle contingenti
a problemi specifici veneziani. Si trattava in particolare della mal sopportata
convivenza tra la Venezia storica e Mestre in un unico Comune, e dell’aspirazione
della porzione orientale della Provincia attuale, a costituirsi in Provincia
del Veneto Orientale. Questa circostanza ha alimentato l’opinione diffusa
secondo cui a Venezia non sussisterebbero le ragioni naturali per la costituzione
della città metropolitana secondo la logica generale della legge
di allora. Tale considerazione ha dato argomenti ai fautori di una delimitazione
metropolitana Padova-Venezia-Treviso che cioè abbisogna di ben tre
città per configurarsi come metropoli.
Crediamo invece necessario
non fare confusione tra aree metropolitane - che hanno bisogno di una programmazione,
questo ambito spetta in primo luogo alla Regione - con il governo delle
città metropolitane. Nel primo caso si tratta di realizzare integrazioni
funzionali, mentre nel secondo si tratta di costituire un’istituzione dotata
di un Sindaco e di un Consiglio della città metropolitana eletto
direttamente dai cittadini. Un’istituzione che sostituisce la Provincia.
Nel vigente ordinamento legislativo italiano sono considerate aree metropolitane
le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna,
Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano
con essi rapporti di stretta integrazione territoriale e in ordine alle
attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché
alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. In tali aree
metropolitane il comune capoluogo e gli altri comuni (..) possono costituirsi
in città metropolitana ad ordinamento differenziato. Il comune capoluogo
per l’appunto, non due, o tre, o magari quattro comuni capoluogo, commenta
l’urbanista Luigi Scano. La città metropolitana acquisisce, innanzitutto,
le funzioni della provincia ed altre che la Regione vorrà trasferire.
Ne consegue che le città metropolitane dovranno avere una configurazione
territoriale, analoga a quella delle altre province. Non sembra corrispondere
a questo criterio l’idea di assorbire ben tre province entro la città
metropolitana di Venezia. Non saprei dare un nome agli abitanti di PATREVE.
Oltre una certa soglia non solo s’interrompe il rapporto tra cittadini
e istituzione ma si smarrisce anche l’identità politica. Osserva
giustamente Flavio Zanonato: in fondo vorrà pur dire qualcosa l’esistenza
di tre amministrazioni provinciali distinte, di tre diocesi (in realtà
quattro N.d.R.) di associazioni sindacali ed economiche divise per provincia
e se gli stessi quotidiani informano le rispettive realtà con edizioni
provinciali distinte . Ciò non significa negare la necessità
che tra le tre province ci sia la necessità di una più stretta
integrazione e che a questo scopo si renda indispensabile un ruolo programmatorio
della Regione e intese tra le tre città capoluogo. Così come
era stato indicato dalle intese tra i sindaci Cacciari e Zanonato occorre
innanzitutto un progetto finalizzato alla mobilità delle merci e
delle persone. Occorre mettere in comunicazione i grandi centri d’intermodalità
(aeroporto Marco Polo, portualità lagunare e interporto di Padova),
le Università, i centri culturali e di ricerca. Le soluzioni sono
note e attendono solo di essere realizzate: raddoppio della linea ferroviaria,
metropolitana di superficie e integrazione con il trasporto locale su gomma,
tunnel di Mestre e asse plurimodale al posto dell’inutile idrovia etc.
Ma chi ostacola la sua realizzazione? E forse l’assenza di un enorme città
metropolitana ad impedire che si proceda alla realizzazione di queste fondamentali
infrastrutture? Quello di cui soffre Venezia è l’ostilità
della giunta Galan, non risolvibile allargando a dismisura i confini della
città metropolitana.
Venezia resta fedele
alla propria unicità: una città estremamente complessa, segnata
da una crisi profonda al cui interno coesistono realtà disparate,
e spesso in conflitto, come il centro lagunare e il polo industriale di
Porto Marghera, la città vasta di terraferma, la laguna, le isole,
i litorali. Città bipolare d’acqua e di terra, arcipelago urbano:
ecco, qui sta la specificità di Venezia. Basti questa caratteristica
per indicare Venezia come la città che come altre, e forse più
di altre, ha bisogno di un governo metropolitano; città dalla molte
identità, tenuta insieme con gran difficoltà: Venezia, infatti,
è attraversata da pressanti spinte centrifughe, di cui il distacco
politico amministrativo, recentemente deciso con un referendum dai cittadini
del quartiere del Cavallino, della penisola del Cavallino, è il
primo risultato di un più vasto sommovimento che rischia di mandare
letteralmente in frantumi il Comune di Venezia. Il rischio a nostro parere
è quello dell’implosione: non c’è solo la preoccupazione
che al prossimo referendum, il quarto, si realizzi la separazione di Mestre,
ma la stessa frantumazione di Mestre in almeno tre distinti Comuni autonomi.
Eventuali ulteriori amputazioni del territorio comunale, rappresenterebbero
una grave disgregazione, un’insanabile ferita per la sopravvivenza stessa
della città, così come la conosciamo oggi.
Nel contempo il resto
del territorio interessato dal progetto di città metropolitana si
presenta con una struttura urbana locale assai più articolata rispetto
a Padova, Treviso e Vicenza che invece hanno inglobato intorno a sé
i nuclei storici preesistenti in un continuum edificato privo di connotati
urbani. Intorno a Venezia il sistema insediativo si presenta articolato
su più centri, sviluppatisi intorno a polarità preesistenti
(Dolo, Mirano, Noale, Mira, Mogliano) le quali costituiscono un vero e
proprio sistema reticolare. Ai comuni dell’area centrale della provincia,
per ragioni in primo luogo di unitarietà della laguna, occorre aggiungere
Chioggia, il sesto Comune del Veneto per abitanti, città dalla forte
identità e inconfondibile per i suoi tratti antropologici.
Così al vecchio
modello città-campagna, centro-periferia se ne sovrappone un altro
a rete destinato a configurare un caleidoscopio di centri dotati di qualità
urbane. Perché Venezia, come tutti i grandi comuni, non cresce più
dentro i ristretti confini comunali, determinando un rafforzamento stellare
dei comuni vicini. Questo processo va governato con un’istituzione forte
onde evitare il rischio che l’urbanizzazione generata innanzi tutto dalla
impresa post-fordista, diffusa nel territorio vasto, determini un ambiente
urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi.
Un ambiente sradicato e omologante generatore di una mobilità multidirezionale
delle merci e delle persone da un punto all’altro del sistema insediativo
che soffoca la nostra esistenza.
Per invertire le tendenze
in atto alla città diffusa occorre progettare la metropoli policentrica.
Da qui occorre partire per rilanciare con grande forza il progetto della
città metropolitana. L’ambito di competenza della città metropolitana
di Venezia dovrebbe quindi comprendere tutti i territori ricompresi nel
sistema lagunare (sotto il profilo geomorfologico) e/o nel sistema urbano
giornaliero (sotto il profilo della integrazione socio-economica). In base
a questi criteri la città metropolitana di Venezia dovrebbe comprendere
nella loro interezza i comuni di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Camponogara,
Cavarzere, Chioggia, Codevigo, Cona, Dolo, Fiesso d’A., Fossò, Marcon,
Martellago, Mira, Mirano, Mogliano V., Noale, Pianiga, Quarto d’A., Salzano,
S. Maria di Sala, Scorzè, Spinea, Strà, Venezia, Vigonovo
nonché i territori prospicienti la laguna veneta e delimitati dal
taglio del Sile e dalla Piave Vecchia. Il resto dei comuni dovrebbe dare
origine alla provincia del Veneto Orientale.
La nascita della città
metropolitana sarà possibile se si realizzano alcune condizioni,
se si rimuovono gli ostacoli che non hanno consentito fino ad oggi la realizzazione
in nessun luogo dell’ambizioso obiettivo. Noi pensiamo che la prima condizione
di fondo risieda nel fatto che la città metropolitana sia costruita
veramente su basi federative, intendendo con ciò che le municipalità
che la costituiscano, siano fondate su poteri forti e vicini ai cittadini.
Vale a dire una città con una forte articolazione democratica, perché
l’obiettivo deve essere da un lato, quello di un governo sistemico del
territorio ampio e, dall’altro, occorre però perseguire l’obiettivo
di avvicinare i cittadini ai luoghi della decisione politica. La seconda
condizione a nostro parere, riguarda il rapporto tra il Comune capoluogo
e i piccoli Comuni. I piccoli Comuni vivono spesso l’idea della città
metropolitana come l’avvicinarsi di un pericolo, il rischio cioè
di essere mangiati. Quindi occorre fare in modo che nei fatti il rapporto
tra il Comune più grosso e i Comuni polvere o più piccoli,
non sia vissuto in termini annessionistici. Ciò ha una doppia implicazione.
La prima, che la costruzione
delle città metropolitane abbia ripercussioni sul Comune capoluogo,
in termini di suddivisione municipale. A Venezia, la scelta è quella
di costituire cinque municipalità dentro l’attuale territorio comunale.
E in fase d’avvio la sperimentazione delle municipalità del Lido
e di Marghera.
La seconda, riguarda
il rapporto con i piccoli comuni. L’idea è quella di costruire la
città metropolitana in modo flessibile, prevedendo un ordinamento
differenziato al proprio interno almeno in una prima fase. Se i Comuni
della Riviera e quelli del Miranese vorranno partecipare in modo non subalterno,
avendo cioè voce in capitolo, è opportuno che si affrettino
ad istituire le rispettive Unioni Comunali.
Si possono esaltare
le differenze, le autonomie, una volta esaltate le integrazioni così
come stiamo facendo con i patti territoriali. Di converso lo strumento
dell’Unione Comunale, non annulla il ruolo dei singoli comuni ma lo esalta.
Troppo spesso, nel dibattito politico corrente, i problemi istituzionali
sono affrontati in una logica autoreferenziale, prescindendo dalle relazioni
con la società. La conseguenza di questo approccio è quella
di non far comprendere la reale posta in gioco dell’azione per la riforma
dello Stato.
Di converso, un’altra
parte della sinistra guarda al sociale e considera con fastidio le questioni
istituzionali come se si trattasse di problemi tecnico-giuridici. Due mondi
non comunicanti tra loro. E' necessaria invece una strategia di saldatura
tra gli elementi sociali e quelli istituzionali. Di fronte alla portata
dei processi occorre, infatti, saper rispondere contemporaneamente alla
domanda di partecipazione dei soggetti sociali, alla richiesta di maggiore
efficienza delle strutture pubbliche, al bisogno di autogoverno delle comunità
locali, insieme con la necessità imprescindibile di progettare una
nuova qualità dello sviluppo.
Perché appassionarsi
a questo obiettivo di riordino istituzionale? Il territorio spiega Focault
prima ancora di essere una nozione geografica, e una nozione giuridico
politica e precisamente quel che è controllato da un certo tipo
di potere; e se i poteri pubblici sono deboli e frammentati, il territorio
è soggetto alle sole regole del mercato. Non è quello che
noi auspichiamo.
Oscar Mancini Segretario
CGIL Metropolitana
Da "VIP" Veneto
Internet Press 27 febbraio 2001
Pagina "Venezia"
AREE METROPOLITANE,
SERVE IL FEDERALISMO
- Approvare il testo
sul federalismo in discussione in Parlamento e dare il via ad un ''serio
confronto'' nelle Conferenze Stato-Città ed Unificata sull'argomento
'Aree metropolitane''. Questo e' quanto chiedono i Sindaci delle 14 grandi
città italiane, che si sono riuniti nella sede dell'Associazione
dei Comuni (Anci). ''Crediamo che sia molto importante - ha detto il Sindaco
di Venezia Paolo Costa - l'appello lanciato ieri dal Presidente e dal vicepresidente
della Conferenza delle Regioni, Enzo Ghigo e Vasco Errani, per la definitiva
approvazione del testo sul federalismo attualmente in seconda lettura in
Parlamento''. ''Un testo - sottolinea il Sindaco di Bari Simeone Di Cagno
Abbrescia - che costituzionalizza le Città metropolitane''. Nel
documento firmato dai Sindaci delle Grandi Città (Bari, Bologna,
Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma,
Torino, Trieste, Venezia) si ricorda che nelle grandi aree urbane ''sono
insediati 22 milioni di residenti (il 38,3% della popolazione nazionale),
vi si produce il 42% della ricchezza nazionale e sono coinvolti 1.300 Comuni.
''La legge 265 del 1999, che riforma l'ordinamento degli Enti Locali -
dice Costa - prevede le Aree Metropolitane, ma il percorso che il testo
prevede e' difficilmente percorribile perché prevede un continuo
confronto con le Regioni, e soprattutto perché presuppone una adesione
delle Province al progetto di Area Metropolitana. Nonostante queste difficoltà,
diverse grandi città hanno attivato le procedure previste. Ma crediamo
anche che i tempi siano maturi per richiedere, attraverso l'Anci, che la
Conferenza Stato-Città e la Conferenza Unificata dedichino due sedute
speciali interamente a questo argomento''.
IL GAZZETTINI ONLINE
- Sabato, 24 Marzo 2001
Il sindaco rilancia
la città metropoli
Mestre
Non sono d'accordo
su nulla, o quasi. Però considerano positivo il fatto di aver cominciato
a discutere su tutto e di voler passare dall'era delle idee a quella dei
progetti realizzati. Paolo Costa e Diego Gallo, il sindaco di Venezia e
il segretario della Camera del Lavoro-Cgil cittadina.
Il sindacalista -
che ha organizzato gli "stati generali" per chiedere alla maggioranza di
ritrovare un rapporto con i propri elettori, ma in genere con tutta la
città - vuole una Venezia metropolitana che riunisca
i 24 comuni della gronda lagunare, Mogliano e la parte centrale fino a
Stra. Niente di più.
Costa risponde che
la vera
Cittàmetropolitana è Venezia-Padova-Treviso.
E ci crede, nonostante la Destro, sindaco di Padova, voglia "fare della
sua città la nuova capitale del Veneto e del Nord Est" solo
qualche mese dopo gli impegni presi proprio con Costa "per l'area metropolitana
" (parole di Gallo). Ci crede perché è una concreta risposta
alle spinte separatiste, al referendum che la maggioranza si prepara a
combattere. E all'idea di separazione Costa risponde con il "bisogno di
imbarbarire la città , come faceva Venezia dopo ogni pestilenza:
per aumentare la popolazione falcidiata dal male "importava" cittadini
da altri paesi, di ogni ceto sociale". È una risposta a chi vuole
chiudersi nelle piccole realtà e, attenzione, non c'è solo
Mestre, non c'è solo Venezia, ma anche Pellestrina potrà
volersi dividere, come gli altri comuni del nostro territorio. Ma è
anche una risposta a chi ieri mattina denunciava la mancanza di una classe
dirigente in grado di garantire il futuro di Venezia. Una classe che non
viva, invece, invece, "della fine dei sogni di Volpi covati alla vigilia
di Caporetto" (parola di Marco Paolini). Elisio Trevisan
30 marzo 2001
Comunicato stampa
a cura di Medialab agenzia di informazioni
Alla conferenza relativa
alla "città metropolitana" svoltasi all'interno della Rassegna dell'innovazione
nella Pubblica amministrazione "Dire e fare nel Nord Est", sono intervenuti
importanti personalità della vita politica e sociale veneta.
Paolo Costa, sindaco
di Venezia, ha definito la città metropolitana come un "fantasma"
che appare e scompare e che ora si è materializzato in "un'esigenza".
Costa ha accennato alle indicazioni della nuova legge costituzionale sottolineando
il ruolo centrale delle amministrazioni comunali nell'ambito delle città
metropolitane e all'interno dell'indirizzo di massima individuato in "cooperare
per competere".
Luigino Bussato, presidente
della provincia di Venezia, ha sollevato la questione della delimitazione
dell'area e delle competenze della città metropolitana. Ha spiegato
che la costituzione del nuovo organo è "necessaria per lo sviluppo
e le interconnessioni dell'area e che per tale motivo ci vuole un governo"
ha affermato Bussato. Ha poi aggiunto:"Si tratta però di stabilire
a che livello costituire questo nuovo governo tenendo presente gli altri
livelli come la Regione, la Provincia e i grandi Comuni".
Diego Gallo, segretario
generale della camera del lavoro, ha polemizzato sulla mancanza di programmazione
della Regione e ha sollevato il dubbio sull'effettiva validità di
un nuovo organo elettivo. Fabio Barbieri, direttore del Mattino di Padova
ha ironizzato sullo spreco di investimenti in organi amministrativi "più
o meno inutili" e ha attirato l'attenzione anche sulla scarsa necessità
di formulare nuove leggi per risolvere antiche e nuove questioni.
L'onorevole Adriana
Vigneri ha poi fatto una panoramica legislativa spiegando le differenze
e le diverse indicazioni contenute nella legge costituzionale.
Infine Giustina Mistrello
Destro, sindaco di Padova, ha spiegato il valore del progetto che unisce
il comune di Padova, Venezia e Treviso nell'intento di creare sinergia
e progresso nelle tre province. La Destro ha poi sottolineato come "purtroppo
non sempre la politica è riuscita ad esprimere al meglio la forza
e le capacità di quest'area" e ha concluso con un incitamento alla
realizzazione delle aree metropolitane affermando "Ci vuole la legge, la
volontà e il supporto della Regione, ma soprattutto bisogna procedere
in maniera concreta!"
Giornata/Convegno
"L'area metropolitana del Veneto Centrale" (16 Giugno 2001)
a cura di Franco
Posocco, Vittorio Pollini e Massimo Riolfatti
La giornata pur essendo
centrata sulla gestione e sui problemi delle aree urbane e metropolitane,
tenderà ad evidenziare gli aspetti interdisciplinari ed eco-umani
del tema. Si deve tener presente che la tematica non sarà a carattere
solo generale, ma avrà come riferimento di sfondo l'area metropolitana
"Padova-Treviso-Venezia". Il tema non si esaurirà in una giornata,
ma si ipotizza che annualmente il Centro possa approfondire questo ambito,
facendone una strategia di ricerca, studio e cooperazione anche con strutture
ed enti esterni all'Ateneo.
La giornata sarà
articolata secondo due punti di vista: uno, l'analisi e valutazione di
tipo sociale e antropologico, l'altro, sulle tecnologie e tecniche di gestione
del mondo urbano.
Il convegno inizierà
alle ore 9.00 e si concluderà alle ore 14.00. La sede è prevista
essere l'Archivio Antico del Palazzo del Bo.
Programma di
massima della Giornata/Convegno sulle aree metropolitane
Saluto ai presenti
www.paologiaretta.it
- 3 dicembre 2001
La città
metropolitana incentrata su Padova è per noi meglio della Pa.Tre.Ve.
di Angelo Boschetti
La proposta di legge
della Margherita per fare di Padova una Città Metropolitana e la
casualmente concomitante dichiarazione del presidente Giancarlo Galan a
Verona (Verona è la vera capitale del Veneto!), dichiarazione che
ha provocato gli autorevoli interventi, sul Mattino di Giorgio Lago, di
Massimo Cacciari e di Paolo Costa, hanno elevato il livello del dibattito
politico in regione.
Era ora! Finalmente
si discute di politica vera: il disegno del Veneto futuro e delle sue componenti
principali, disegno che troverà momento fondante nel nuovo Statuto
della Regione. Stupisce che la dichiarazione di Galan (che fotografa puntualmente
almeno una parte dello stato di fatto del Veneto) abbia provocato una alzata
di scudi da parte di Venezia e sia invece passata sotto silenzio (come
del resto la proposta di Città Metropolitana) a Padova, unica città
del Veneto che abbia le carte in regola, con Verona, per essere il centro
di aggregazione di una vera Area Metropolitana.
Venezia si sente offesa
dalle "pretese" di Verona e con la consueta visione veneziocentrica dichiara:
solo Venezia è la capitale del Veneto! Nessun altra città
può aspirare a questo ruolo.
Sotto un certo punto
di vista Venezia ha ragione, ma nessuno, credo, (né Galan a Verona,
né i padovani con la loro proposta) ha mai voluto togliere a Venezia
questo ruolo che la storia stessa le assegna in maniera inequivocabile.
Ma se Venezia è,
e rimane, la splendida capitale di "immagine" di una regione, ciò
non significa che non si debbano facilitare e incentivare le aspirazioni
e le motivazioni che spingono altre città del Veneto a trovare una
propria via di sviluppo (anche organizzativo e amministrativo), se hanno,
come Padova e Verona hanno, le capacità e le caratteristiche da
poter essere centri di aggregazione di Aree Metropolitane. Anzi da questa
ratifica di uno stato di fatto, in un momento in cui la competizione avviene
sempre più tra regioni d'Europa, tutto il Veneto, e Venezia per
prima, ne trarrebbe vantaggio competitivo. In effetti essere la capitale
di una regione non impone per forza essere anche il centro di un'area metropolitana.
Guardiamo agli USA
dove sono pochissimi gli Stati le cui capitali coincidono con le grandi
Aree Metropolitane: la capitale dello stato di New York è Albany
(100.000 abitanti) e non N.Y., la capitale della Pennsylvania è
Harrisburg ( 50.000) e non Filadelfia, la capitale della California è
Sacramento e non Los Angeles o San Francisco. Addirittura ci sono capitali
di stato con meno di 10.000 abitanti come Montpelier (Vermont) o poco di
più come Pierre (South Dakota).
Per quanto riguarda
Padova c'è da chiedersi se debba per forza aspirare a divenire parte
di Città Metropolitana attraverso percorsi di innaturale aggregazione,
come il fumoso progetto della Pa.Tre.Ve. che Paolo Costa oggi rilancia.
Ho l'impressione che
questa ipotesi danneggerebbe Padova (e il Veneto) e ne limiterebbe lo sviluppo
per tutta una serie di motivi.
Prima di tutto perché
Verona da un lato e la PATREVE dall'altro spaccherebbe in due il Veneto:
Verona (con Vicenza?) da un lato, Venezia con Treviso e Padova dall'altro.
Dico Venezia con TV e PD e non PD con VE e TV, perché è chiaro
che mai Venezia, come avviene ormai da 600 anni, consentirebbe l'esplicazione
di tutte le potenzialità di Padova e l'aggregazione sarebbe destinata
a fallire per la troppo grande differenza di interessi e di problemi reali
oltre che di "visione" reciproca che le due città hanno.
Diamo una scorsa alla
storia. Padova, la più ricca, popolosa e potente città dell'entroterra
veneto durante l'impero di Roma (nel terzo secolo la seconda città
dell'impero, con Cadice e dopo Milano) resta grande e potente anche con
la caduta dell'impero tanto da resistere quasi 50 anni agli assalti del
Longobardi, che nel 601 la radono al suolo (dalle sue ceneri nasce Venezia).
"Sparisce" per quasi
400 anni (trasferimento a Monselice) e poi inizia a risorgere con il breve
comitato ottoniano e ha una fantastica crescita come libero Comune (alla
fine del XII secolo è così ricca da potersi permettere l'edificazione
del più importante edificio civile medievale del mondo: il Salone),
fino ad arrivare con la signoria Carrarese ad essere il centro di un vero
e proprio Stato (1387) con Vicenza, Treviso, il Cadore. Nel 1406 Venezia,
con accorta politica, "inghiotte" Padova e il suo territorio. Con il dominio
veneziano si arresta lo sviluppo di Padova che anzi regredisce al ruolo
di città Universitaria (Venezia non vuole i turbolenti studenti
in casa) e di fortezza a difesa di Venezia. Venezia assieme ai Carraresi
"strangola" anche Padova. Basti pensare che nel 1430 Padova scende allo
stesso numero di abitanti (15-17.000) che aveva nel XII secolo e deve aspettare
la metà del XIX secolo per ricrescere al numero di abitanti che
aveva durante l'apice della potenza Carrarese. Di ciò ne è
prova anche l'aspetto architettonico della città che non acquista
mai la monumentalità rinascimentale, barocca, e settecentesca di
altre città: a parte i pochi edifici già avviati e ultimati
all'inizio del 1500, l'unica attività edificatoria monumentale a
Padova è quella legata alle sue fortificazioni (Sansovino, Falconetto)
con rare eccezioni (forse solo Prato della Valle, palazzo Selvatico e la
chiesa del Torresino).
Anche dopo la caduta
della Serenissima, Venezia ha continuato a vedere Padova come un suo dominio
che non doveva svilupparsi, e reciprocamente Padova e i padovani hanno
continuato a guardare a Venezia come all'unica possibilità di sviluppo,
perpetuando una forma di sudditanza psicologica, eredità di quattrocento
anni di dominio assoluto, durante i quali erano stati addirittura abituati
a vedere la pianta della loro città con Venezia in alto al posto
del Nord. Solo nell'ottocento, con la prima pianta napoleonica, Padova
torna ad avere i punti cardinali al loro posto naturale.
Ma quattrocento anni
hanno quasi indelebilmente abituato Venezia a trattare Padova come una
sua appendice e Padova a "guardare" solo a Venezia. E questa abitudine
in duecento anni non è radicalmente cambiata. Queste affermazioni
trovano puntuale riscontro in tutta una serie di fatti che hanno portato
(con la nostra connivenza) a situazioni di grave penalizzazione per Padova:
aspettiamo fino a metà degli anni 60 per avere un'autostrada verso
Vicenza, Verona e Milano. Il sud si ferma a Rovigo fino quasi agli anni
80, facciamo la guerra alla Vicenza-Trento che avrebbe accorciato di 70
km la distanza autostradale tra Padova e il Brennero, non abbiamo una viabilità
seria verso Cittadella e Bassano. Il progetto SMFR ci orienta solo verso
Venezia e Castelfranco. Venezia vuole la "sua" Fiera e il "suo" Interporto
e anche il "suo" Mercato Ortofrutticolo. Sono stati immobilizzati centinaia
di miliardi con una inutile Idrovia Padova-Venezia.
Non abbiamo mai pensato
a Vicenza (la terza più importante provincia industriale d'Italia)
come ad una realtà a cui è nostro interesse rivolgerci. Forse
è ora che cominciamo a pensare a quali sono i nostri veri interessi
e le linee di sviluppo economico e sociale che meglio li sostengono. E'
per questo che mi auguro che il progetto di Città Metropolitana
incentrato su Padova trovi il più ampio e trasversale consenso e
che tutte le forze politiche, economiche e sociali della città condividano
e facciano propria una proposta da cui dipende il nostro futuro.
Nexus – Mensile
di comunicazione, cultura e attualità, nella città metropolitana
di Venezia anno X - n.44 gennaio - febbraio 2002
Città mutante
città del fare
Venezia unita e
metropolitana unita per il Veneto di Carlo Rubini (*)
Il referendum confermativo
del 7 ottobre scorso ha modificato l’assetto istituzionale dello stato
repubblicano. Tra i punti qualificanti di tale riforma c’è l’introduzione
della Città Metropolitana quale ulteriore articolazione territoriale
dello Stato Italiano.
Già due leggi
antecedenti alla predetta riforma costituzionale (legge n. 142/1990 e legge
n. 265/99) avevano individuato modi e tempi per la realizzazione delle
città metropolitane, importanti e vitali realtà in essere
in numerosi stati, anche europei.
Fra i territori nazionali
individuati quali "aree metropolitane" c’era anche quello di Venezia. Riuscire
a dar vita a questo passaggio istituzionale significa offrire un’occasione
di rilancio di Venezia alla dimensione di "capitale veneta" e di grande
città europea autenticamente cosmopolita.
La realtà veneziana
è ormai inserita nell’irreversibile processo di modernizzazione
che riguarda i grandi centri più antichi e complessi, soprattutto
del novecento.
Tale sua storia ne
ha consolidato le condizioni di unitarietà del territorio di mare,
di laguna e di terraferma, allargando nei fatti e nelle condizioni di vita,
di cultura e di lavoro una ancor più vasta "città integrata",
affacciata al bacino lagunare e alla parte centrale della attuale Provincia
di Venezia. A quest’area metropolitana "lagunare" vanno poi collegati possibili
ulteriori soluzioni d’integrazione fra le diverse città ravvicinate
della regione veneta, sulla base delle necessarie verifiche geopolitiche.
Serve riuscire a creare
una cultura diffusa intorno ai contenuti innovatori del concetto di "metropolitanità";
se da un lato esiste in città la percezione dell’importanza di tale
organismo, dall’altro lato sembra sussistere nella popolazione, nella stessa
"intelligentia" del territorio coinvolto e persino nei mass-media una ben
scarsa consapevolezza. Se così è, il Comune di Venezia -
essendo quello di Venezia-capoluogo il territorio individuato quale "area
metropolitana"- ha il compito trainante di avviare le procedure necessarie
ad attivare il percorso giuridicamente previsto, dando così risposta
all’impegno assunto in tal senso nella campagna elettorale; e, per la loro
parte, simile compito spetta ai Comuni coinvolti nel medesimo processo
metropolitano.. Compete infatti ex lege a tali organismi pubblici il primo
passo atto a "sbloccare" l’attuale situazione di non più giustificata
inerzia.
Ad un compito altrettanto
importante e responsabile è chiamata la Regione Veneto a cui è
riservato l’obbligo di intervenire per superare eventuali ostruzionismi
durante il complesso iter istitutivo. E’ interessante, ancora, rammentare
che le più recenti disposizioni di legge, nel riformare le precedenti
norme, hanno inteso, di fronte ad eventuali ritardi o intralci nell’agire
degli enti preposti, rimandare l’onere e la responsabilità del perfezionamento
di tale iter agli organi nazionali dello Stato, vale a dire a Governo e
Parlamento.
Vi è poi un
altro nodo da sciogliere, la risposta da dare all’avviato iter per l’ennesimo
"referendum" separatista di Mestre dall’unitario Comune di Venezia: un’evenienza
politicamente, culturalmente ma anche sociologicamente opposta allo spirito
che sorregge l’istituto innovativo della "città metropolitana. Con
tale referendum si vorrebbe –operando a ritroso nella storia- ritornare
a due comuni, più o meno piccoli, sicuramente deboli, come se essi
attendessero a strutture urbane davvero staccate e diverse: se ciò
accadesse, Venezia verrebbe ad essere una cittadina di 80-90 mila abitanti,
priva di quel tessuto urbano di più recente formazione, per sua
natura proiettato verso attività in gran parte complementari ed
integrative di quelle proprie della Venezia insulare; e neppure il destino
di Mestre sarebbe migliore, stretta com’è fra le realtà in
progresso, soprattutto di Treviso e di Padova.
Ancora una volta è,
dunque, la Regione chiamata a decisioni coerenti, essendo fra loro inconciliabilmente
contraddittorie la proposta separatista e l’innovativo e moderno istituto
costituzionale della Città Metropolitana di Venezia che, -è
bene riaffermarlo- prevede al suo interno comuni pienamente autonomi, provvisti
dei poteri propri dei comuni "ordinari". Ciascun "comune metropolitano"
della Città Metropolitana di Venezia, comunque definito dallo Statuto,
sarà sin dall’inizio un "comune autonomo", in grado di dare, coi
suoi organi politici e con la propria organizzazione, precise risposte
alla esigenza fondamentale di distribuzione (e non solo di decentramento
o di delega) dei poteri metropolitani che sono poi quelli dell’Ente Provincia.
Il Comune di Venezia
sta già, al momento, riorganizzando, sulla base del più ampio
principio democratico, il proprio decentramento, creando – in luogo delle
attuali Circoscrizioni" (Quartieri) - le "Municipalità", dotate
parzialmente, in applicazione dell’ordinamento oggi applicabile alla situazione,
di veri e propri poteri politici ed amministrativi ed in numero funzionalmente
ristretto rispetto ai Quartieri esistenti.
E’ un processo positivo
di avvicinamento ai cittadini dei poteri del Comune, ma solo la Città
Metropolitana di Venezia, inserita nel contesto regionale veneto, è
in grado di assicurare la massima autonomia alle realtà locali limitrofe
compatibilmente con il principio di "unità territoriale" e dei comuni
interessi generali, sulla base di un rinnovato rapporto con i crescenti
"poteri" della Regione Veneto, in sinergia con le altre città capoluogo
di provincia della regione stessa e di ogni altro centro urbano portatore
di proprie autonomie e di propri valori.
Un futuro moderno
e attivo per Venezia, oltre che essere legato alla imprescindibile difesa
della città storica dalle acque alte, dipende anche e forse innanzitutto
da una riconsiderazione delle potenzialità non solo della Venezia
storica che il mondo conosce per la sua civiltà, ma dell’intero
suo territorio metropolitano, e che in definitiva la "salvezza" del suo
patrimonio di vita e di cultura passa attraverso le opportunità
nuove che l’istituzione della città metropolitana offre.
Realizzare la "Città
Metropolitana di Venezia" non è un fatto trascurabile racchiuso
negli interessi limitati ad una città ma potrà rappresentare
uno straordinario ed eccezionale punto di riferimento non solo per la Regione
Veneto ma a livello nazionale e internazionale.
(*) Portavoce
del Direttivo del "Comitato per Venezia unita e metropolitana, per il Veneto"
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 12 febbraio 2002
Venezia, una madre
opprimente. Proposta di legge della Lega per la separazione di Mestre dal
centro storico. Nessun contrasto con la richiesta del Movimento per l'autonomia.
Mestre - "Mestre,
questa può essere davvero la volta buona!". Ritorna la spinta separatista
nel comune di Venezia. L'iniziativa è stavolta della Lega Nord che
ha annunciato la presentazione di una proposta di legge regionale per l'istituzione
dei nuovi comuni di Venezia e Mestre. Una proposta che dovrà passare
necessariamente al vaglio di un referendum, il quarto nella storia della
città.
Secondo il presidente
del consiglio regionale Enrico Cavaliere, tra i firmatari della proposta
di legge, la consultazione potrebbe svolgersi in occasione delle prossime
amministrative. La proposta di legge porta le firme dei consiglieri del
Carroccio Cavaliere, Stival, Manzato, Bizzotto, Caner, Conte e Tosi.
L'atto è stato
ieri trasmesso alla commissione Affari istituzionali e al consiglio regionale.
Insomma la sentenza della Corte Costituzionale sul Cavallino ridà
vigore alla spinta autonomista. Un percorso verso un nuovo referendum di
separazione che non è affatto in contrapposizione con la proposta
di iniziativa popolare del Movimento per l'autonomia di Venezia ha protocollato
in Regione (il numero è il 106) le firme a sostegno della propria
proposta di referendum. Del resto i confini segnati dal Carroccio sono
identici a quelli del movimento veneziano. Si parte da Chioggia per proseguire
lungo l'attuale confine del comune di Venezia fino ad incontrare, a Fusina,
i confini dei vecchi quartieri di Malcontenta, Marghera, San Lorenzo XXV
Aprile e Favaro e da qui prosegue per Ca' Montiron e Cavallino, sempre
lato laguna, fino al faro di Punta Sabbioni.
Alberto Mazzonetto,
capogruppo della Lega in Provincia e Nicola Bottacin, portavoce a Ca' Farsetti,
hanno spiegato che il referendum è oramai obbligatorio perché
Mestre e Venezia sono già oggi due realtà diversissime tra
loro. E la vittoria del sì porterà anche l'autonomia di realtà
della terraferma che già spingono in tal senso come Favaro, Marghera
o Chirignago.
Cavaliere ipotizza
o una unione tra Comuni o ancor meglio la creazione di forti municipalità
con i presidenti di circoscrizione trasformati in mini-sindaci. "La Lega
conferma la sua linea favorevole all'autonomia tra due realtà così
diverse come il centro storico e la terraferma veneziana - spiega il presidente
del consiglio regionale, convinto mestrino - Venezia potrà concentrarsi
sulla propria specificità di città storica e d'acqua, mentre
Mestre potrà sganciarsi da una madre nobile che è anche ingombrante
ed opprimente".
Prima di lui Bottacin
aveva detto: "Non crediamo nelle forme di autonomia come le attuali municipalità
di Marghera e Lido che hanno già dimostrato tutta la loro insufficienza,
così come non crediamo nella città metropolitana. I cittadini
non vanno presi in giro". Resta tutta da chiarire comunque la ripartizione
dei beni immobili e delle entrate, prima fra tutte quella del Casinò,
tra i due futuri comuni autonomi. "E' una questione da analizzare in un
secondo momento - avverte Mazzonetto, secondo cui Mestre può farcela
anche senza i finanziamenti della Legge speciale, già minimi oggi
- Del resto è ancora aperto il contenzioso tra Venezia e Cavallino
sugli 80 miliardi che la Provincia ha destinato vadano al secondo".
La Nuova di Venezia
e Mestre internet - 13 febbraio 2002
Referendum. La
laguna e la terraferma stanno meglio separate. di Fabio Barbieri
Uno dei difetti peculiari
del nostro Paese si manifesta soprattutto quando si parla di riforme. quelle
"possibili" non si fanno o si fanno (ancora peggio) a metà. Si creano
per delle "cornici giuridiche" che dovrebbero consentire di attuare le
riforme impossibili (che come tali non si attuano mai) o quelle inutili.
Qualche esempio? Il federalismo, una riforma possibile (tutti i partiti,
chi più chi meno, dicono di essere federalisti) ma non se ne fa
nemmeno mezza. Che dico, al massimo un quarto o un decimo di riforma, come
quella approvata dal governo di centrosinistra, o come quella nelle intenzioni
del governo attuale della quale non si è ancora vista la luce.
L'abolizione degli
ordini professionali voluta dall'Europa? E chi sa dov'è finita la
proposta di legge dopo la spaventosa marcia indietro del governo D'Alema.
Una riforma così, che avrebbe aperto il mercato delle professioni
ai giovani e soprattutto avrebbe drasticamente ridotto i costi per tutti
i cittadini, s'è naturalmente persa nel porto delle nebbie per la
paura delle reazioni degli attuali "garantiti".
Un'altra riforma priva
di senso è quella che dovrebbe consentire la costituzione delle
cosiddette città metropolitane. Con il risultato che una città
come Padova, che avrebbe più diritto di molte altre a questa "tutela"
(come ha ben dimostrato Maurizio Mistri), viene tagliata fuori dalla legge
e costretta ad aderire alla chimera Patreve, una istituzione che farà
fatica, dovesse anche nascere, a trovare un minimo di assetti equilibrati
tra le componenti al suo interno, per non parlare del pericolo reale e
concreto di restare schiacciata ancora in fasce tra Regione, Province e
Comuni.
In questo mare di
impotenze e velleitarismi ben venga allora, e auguriamoci tutti il più
presto possibile, il referendum sulla separazione di Mestre da Venezia.
E' questa l'unica riforma seria e praticabile che potrebbe sciogliere anche
i nodi che aggrovigliano le realtà socioeconomiche delle province
di Venezia, di Padova e di Treviso e che strozzano potenzialità
di sviluppo di dimensione che ancora non conosciamo esattamente. Chi, come
chi scrive queste righe, appartiene da sempre alla famiglia riformista,
fa fatica a riconoscere nelle posizioni del centrosinistra su questo tema
una "volontà progressista" (per quel che vuol dire questa frase).
Che senso ha difendere una unione antistorica voluta da un governo autoritario
(stiamo parlando del governo Mussolini) che non ha risolto alcun problema
né a Mestre né a Venezia? Qui in particolare, in centro storico,
mentre si perde un mucchio di tempo a far chiacchiere sull'acqua alta e
sui deliri mosaici, si continua a far entrare in laguna mostri marini come
le superpetroliere e i bastimenti di turisti; si lascia che monotipo, topi,
taxi e vaporetti corrodano col moto ondoso le fondamenta dei palazzi; si
consente che il problema della tangenziale si incancrenisca fin quasi al
punto di non ritorno.
Ben venga dunque il
referendum sulla separazione, con l'augurio che sia la volta buona. Noi
staremo dalla parte di chi vuole le riforme possibili e praticabili come
avrebbe voluto un grande veneto come Bruno Visentini. Proviamo a raccogliere
la sua eredità. Siamo certi che il suo spirito sarà dalla
nostra parte, per far sì che una importante realtà socioeconomica
e politica come Mestre riesca a darsi, attraverso l'autonomia comunale,
quella identità che trasforma un immenso complesso di case e di
persone in una comunità.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 16 febbraio 2002
Ha 86 anni uno
dei sostenitori storici della divisione. "La consultazione popolare va
fatta perché la legge lo prevede". "Macché città metropolitana".
Pino Rosa Salva, vecchio separatista: "Siamo pochi, ma buoni" di Alberto
Vitucci
Venezia - "La città
metropolitana? L'ennesimo trucco per rinviare il referendum. La consultazione
popolare va fatta subito, perché la legge lo prevede: perché
mai si dovrebbero aspettare le municipalità?". Il progetto della
metropoli non convince i separatisti doc. Pino Rosa Salva, 86 anni compiuti
e la grinta di un ragazzino, è uno dei sostenitori storici della
separazione. Architetto e studioso della laguna, aveva avviato negli anni
Sessanta la battaglia contro il canale dei petroli e il polo chimico. E
nel 1979 la grande battaglia per i comuni autonomi e il primo referendum.
Oggi, 23 anni dopo, è ancora in pista per il separatismo. Forse
i tempi sono cambiati... "Ma il buon senso dice che se ci sono due amministrazioni
distinte, una per Mestre e una per Venezia, ci saranno rappresentanti delle
due città che curano gli interessi della loro città. Senza
fare pasticci e compromessi".
Quali sono nel Duemila
i motivi per separarsi?
"L'unificazione è
stata fatta dal fascismo nel 1926. Da allora siamo andati sempre in peggio,
con il crollo degli ultimi decenni. Venezia è stata stravolta e
ha perso i suoi abitanti, Mestre non ha potuto svilupparsi".
Non si rischia di
creare piccole entità che conteranno sempre meno?
"Assolutamente no.
Il Cavallino è l'esempio vivente. Lì hanno fatto il nuovo
Comune che funziona bene, governato da gente capace, che vive a Cavallino
e conosce i suoi problemi. Non è che per questo sia rimasto isolato".
Oggi si guarda all'Europa
e parte la moneta unica. Ha ancora un senso creare comuni più piccoli?
"Sì, ognuno
si occuperebbe del suo territorio".
I veneziani sono la
metà di quanti erano all'epoca del primo referendum.
"Pochi ma buoni. E
poi si potrebbe anche fare una politica per farne tornare qualcuno. Non
è che in decenni di governo del comune unitario i residenti siano
aumentati".
Non si rischia di
indebolire entrambe le realtà?
"No. Oggi il nome
di Venezia viene sfruttato da tutti. Anche per fare cose che con Venezia
non c'entrano proprio. Il Casinò di Venezia adesso è a Mestre,
lo stadio di Venezia lo vogliono fare a Mestre, Senza parlare degli esempi
storici".
Uno per tutti.
"Le Assicurazioni
generali. Hanno il leone nel simbolo, ma hanno portato tutto a Mogliano.
A Venezia hanno tenuto solo la porta di ingresso, il resto è andato
in terraferma. E il Comune non ha avuto la forza di opporsi".
Con il comune autonomo
invece?
"I veneziani avrebbero
deciso altrimenti. Bruno Visentini, se fosse ancora vivo, lo spiegherebbe
meglio di me. Ma lo stesso discorso vale per le grandi scelte. Ho portato
in barca in laguna grandi giornalisti come Buzzati, Montanelli, Cesare
Marchi. Non credevano ai loro occhi quando gli spiegavo che le ciminiere
facevano parte del comune di Venezia. Allora molti consiglieri avevano
la loro base elettorale in terraferma, tanto che le riunioni le facevano
al Petrolchimico. Un sindaco soltanto di Venezia avrebbe potuto dire di
no con forza".
La Città metropolitana
non basta?
"E' un modo per creare
un altro organismo, per far sì che gli stessi politici mettano il
cappello su un'altra sedia".
Sono politici in gran
parte veneziani.
"Non tutti. Ho il
sospetto che molti siano discendenti dei genovesi. Quando l'armata venne
sconfitta a Chioggia molti sono restati qui. E il sangue genovese gli è
rimasto. Per quello si comportano così".
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 16 febbraio 2002
Venezia-Mestre,
i disagi dei colti sulla separazione di Adriano Donaggio
Avete mai sentito
parlare de "le tette delle suore" espressione licenziosa e sfacciata cui
ricorrevano un tempo i ragazzini, gli occhi maliziosi, ironici e un po’
perversi, per dire di un qualcosa di cui non si poteva neanche cominciare
a parlare? Una realtà che c'era, ma che non si poteva dire che c'era?
In questi lunghi anni,
ogni volta che una proposta di referendum, rilanciava il problema della
separazione tra Mestre e Venezia, a me veniva in mente quell'espressione.
Siamo franchi, fino a poco tempo fa, nella città impegnata, nella
città bene (a volte coincidenti, a volte no), di questo argomento
non si poteva parlare. Il tema della separazione era lasciato a gruppi
considerati marginali, un argomento loro che bisognava sopportare, ma nel
quale non era serio impegnarsi. Tutto questo negli anni in cui era molto
"in" riconoscere il ruolo carismatico dei soggetti devianti, le verità
inesplorate rivelate dalla follia. Evidentemente, discutere sulla separazione
di Venezia da Mestre, non era considerato né abbastanza folle da
essere ammirato, né abbastanza deviante da essere tollerato. Impegnarsi
su questo tema era considerato poco "a la page", una cosa di cattivo gusto.
Anch'io, che per la separazione ho sempre votato, mi trovavo a disagio
con i miei amici, con gli stessi miei famigliari. Non potevo sostenere
le mie ragioni perché toccavo la loro suscettibilità, mettevo
in difficoltà la cena in casa di amici.
E' un merito di questo
giornale averci liberato di questo tabù. Di questo tema si può
discutere, su questo tema si possono avere le idee che si vogliono. Come
ha ricordato il direttore della Nuova Venezia-Mestre questo matrimonio
tra la città insulare e la città che vive nella terraferma
non ha un padre nobile (decisa, com'è stata, negli anni del Fascismo)
e i risultati di questa unione sono discutibilissimi. Gianfranco Bettin,
che di questa città "unita" è da anni un politico e un amministratore
impegnato, così sintetizza la situazione: "i costi di tale integrazione
e di tale crescita sono stati pagati soprattutto in terraferma, con lo
sradicamento, l'immigrazione, il caos urbanistico, la distruzione di paesaggi
e memorie di identità precedenti. Se è così, perché
non prendere il coraggio a due mani e riconoscere la piena dignità
di Mestre, città moderna, autonoma nella propria vita e nella propria
identità?".
Sembra facile, ma
non è così. Per una volta cominciamo a dire chi ha tutto
l'interesse a impedire che le due città si esprimano autonomamente.
Chi dirige un partito può vedersi sfilare mezzo potere, diventare
all'improvviso il capo di una delle due città, invece che di tutte
e due.
Chi ha compiti di
lobby, di gestione del potere e degli affari, ovviamente, preferisce confrontarsi,
ed è comprensibile, con una giunta sola, invece che con due. Ma
questo è un vantaggio per i cittadini? Chi dice che da due città
contigue e diverse non nasca una dialettica che rivitalizza la discussione
su scelte importanti. Perché non sviluppare una sana concorrenza
tra due realtà adulte? Ma dobbiamo continuare a vivere con l'introduzione
di compromessi alla democristiana che ormai raggiungono anche il mondo
dell'arte? Basti pensare alla mostra dedicata a Pollock, mezza a Venezia,
mezza a Mestre. Ma lasciamo libera Mestre di esprimere grandi mostre di
arte antica e contemporanea, di concepire e realizzare con le proprie forze
quelle mostre per cui uno si muove da mezza Europa, solo per andare a Mestre,
conoscerne la vitalità, prendere contatto con una realizzazione
che rappresenta un gruppo sociale che finalmente ha un'identità
riconosciuta e apprezzata. C'è gente che va a Bilbao solo per vedere
l'opera di Gehry, perché non può andare a Mestre a vedere
una cosa che di grande valore che gli interessa? Qualcuno dirà "E
Venezia?". Venezia? Lasciamo che si confronti con se stessa, per una volta,
togliamole l'alibi.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 17 febbraio 2002
Un'istituzione
forte per governare luoghi e memorie di Oscar Mancini
La città metropolitana
ovvero un oggetto misterioso. Un mestrino su tre non ne ha mai sentito
parlare, ci dice il sondaggio promosso dalla Cgil. Essa è ora prevista
dalla riforma costituzionale confermata dal recente referendum popolare.
Temo tuttavia che un nuovo sondaggio non darebbe un esito molto diverso.
Forse perché nel dibattito politico corrente i problemi istituzionali
sono affrontati in una logica autoreferenziale, prescindendo dalle relazioni
con la società.
Qual è la città
metropolitana di Venezia che vogliamo costruire? Qualità
urbana e qualità sociale sono i parametri cui riferirsi. E' necessario
allora immaginare e perseguire l'obiettivo di una città in cui si
vive e cioè si abita, si lavora, si entra in relazione e si fanno
attività piacevoli, in cui uomini e donne d'ogni ceto, età,
cultura, etnia, abbiano diritti (all'ambiente, alla mobilità, alla
casa, al lavoro, alla salute, all'istruzione) e poi anche opportunità
(formative, culturali, di relazione) concretamente garantite. La città
metropolitana noi la immaginiamo policentrica, a qualità urbana
diffusa, usabile anche a piedi in quanto dotata di servizi pubblici, negozi
e luoghi di ritrovo nel tessuto urbano. Una città vivibile e bella
in ogni sua parte, a Mestre come a Marghera, a Favaro come nel Miranese,
in Riviera come a Chioggia.
Occorre una politica
tesa al recupero o alla creazione dell'identità, della riconoscibilità
dei luoghi mediante il restauro e il riuso sociale dei beni culturali,
la riqualificazione e la creazione di piazze di quartiere. In sostanza
pensiamo ad una città a rete, ad una "città di città".
Per realizzare questi obiettivi è necessario conciliare una domanda
di governo locale più vicino ai cittadini, un bisogno d'identità
locale - accentuato dai processi di globalizzazione - con l'esigenza di
un governo unitario di una più vasta area metropolitana. Il primo
aspetto deve essere garantito dall'articolazione del Comune di Venezia
in municipalità dotate di reali poteri mediante anche il conferimento
di risorse finanziarie e di personale amministrativo. Il secondo nasce
dalla constatazione che Venezia, come tutti i grandi comuni, non cresce
più dentro i ristretti confini comunali bensì contribuisce
ad un rafforzamento stellare dei comuni vicini il cui sistema insediativo
costituisce un vero e proprio sistema reticolare bisognoso di un governo
unitario. Questo processo deve essere governato da un'istituzione forte,
la città metropolitana, anche per evitare che l'urbanizzazione generata
dall'impresa post-fordista determini un ambiente urbano a marmellata sempre
più privo di forma e memoria.
L'ambito della città
metropolitana - come ha proposto il vicesindaco Mognato - deve comprendere
i territori del "sistema lagunare" - sotto il profilo geomorfologico -
e/o del "sistema giornaliero", sotto il profilo dell'integrazione socioeconomica:
una città metropolitana che comprenda l'area centrale e meridionale
della provincia, cioè l'intero bacino lagunare con i comuni di gronda
più il comune di Mogliano. Tale non inedita proposta è non
solo la più realistica ma anche quella più auspicabile. Sbaglieremmo
a considerarla riduttiva, una sorta di ripiegamento rispetto alla Patreve,
la grande "città centro-veneta", che è un'area che richiede
una specifica pianificazione ed un esercizio coordinato di funzioni, a
partire dal trasporto pubblico, che possono essere però conseguite
con altri strumenti. La città metropolitana richiede invece ambiti
più delimitati perché possa essere dotata di una propria
indispensabile identità. Assumiamola dunque con l'entusiasmo necessario
per superare l'immobilismo denunciato da Fabio Barbieri.
A differenza del passato
l'istituzione della città metropolitana non è una possibilità
bensì un dovere costituzionale. Solo così sarà possibile
superare la falsa alternativa - per dirla con Bettin – "tra conservazione
dello status quo (cioè il comune unico) e la separazione secca tra
Mestre e Venezia" che rischierebbe di mandare in frantumi il comune capoluogo.
Solo così sarà possibile superare le diffidenze dei comuni
minori verso il temuto predominio del capoluogo che invece si articola
in municipalità e assieme costituiranno la città metropolitana
assumendo anche i poteri della Provincia e quelli che Regione e Stato vorranno
trasferirgli a partire dalle competenze sulla laguna.
D'altra parte l'importanza
di una città non è data solamente dal numero dei suoi abitanti.
Zurigo, sede di una delle più importanti borse mondiali ha 350 mila
abitanti, 100 mila persone vivono a Oxford e Cambridge. I punti di eccellenza
europei sono rappresentati da città come Strasburgo, Lione, Lille
e Francoforte che non superano il milione di abitanti. Secondo tutti gli
indicatori internazionali le città sono realmente "grandi" per la
maggiore impotenza del loro ruolo, per la varietà e complementarietà
delle loro funzioni, per l'ampiezza della loro influenza sul territorio.
Venezia ha tutte le potenzialità per essere una "grande" città
metropolitana.
www.anci.it/areemetropolitane/index/documenti
Un importante seminario
sulla Città Metropolitana. "Venezia Città plurale" (segnalazione
e nota a cura di Aldo Santori)
Le prospettive di
attuazione del titolo V della Costituzione riformata in tema di costituzione
e di ordinamento delle Città Metropolitane, ora istituzioni territoriali
necessarie e non più facoltative ( ai sensi dell’art.114), ha intensificato
le iniziative della rete di cooperazione dei Sindaci dei comuni capoluogo
di area metropolitana formalmente costituita, come coordinamento strutturato,
presso l’ANCI nazionale da 14 amministrazioni comunali (Trieste, Venezia,
Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo,
Catania, Messina e Cagliari).
In questo contesto
di fermento istituzionale si è appena svolto a Mestre il 18 ed il
19 febbraio, per iniziativa del Comune di Venezia e con la partecipazione
del Sindaco di Genova, Giovanni Pericu, coordinatore dei Sindaci metropolitani,
presso il Centro Candiani un importante seminario sul tema "Venezia
città plurale – municipalità e città metropolitana".
Il seminario di contenuto propositivo ha presentato il progetto di ingegneria
istituzionale immaginato dal Comune di Venezia sia per la generazione della
Città metropolitana sia per l’identificazione, ai fini di una rete
di governance da costituire progressivamente, di un ambito metropolitano
più vasto includente i comuni di Padova e Treviso (Patreve
nell’acronimo proposto).
Il progetto presentato
è sostanzialmente condiviso dai quartieri e dalle municipalità
di decentramento amministrativo istituite nel Comune di Venezia e da sette
comuni lagunari. Per quanto riguarda il progetto di grande area metropolitana
inoltre il Comune di Venezia ed il Comune di Padova hanno già sottoscritto,
sin dal 2001, uno specifico accordo recepito in un Protocollo di intesa.
Contemporaneamente al seminario è stata condotto un sondaggio di
opinione ( realizzato dalla SDV) tra i cittadini di Venezia sul tema del
governo metropolitano. La maggior parte degli intervistati si è
detta convinta delle opportunità e delle convenienze della riforma.
Alla domanda "un’unica città metropolitana unirebbe le forze
e garantirebbe il prestigio ?" il 54,3% degli intervistati ha risposto
di si (ma a Mestre la Città metropolitana raccoglie il 50,3% dei
consensi tra gli intervistati ed i contrari sono il 30,6%).
Ai lavori del seminario
hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti istituzionali della Regione
Veneto, della Provincia di Venezia, il Sindaco di Padova e sindacati di
rappresentanza del sistema di imprese e dei lavoratori. I lavori sono stati
imperniati sulle tesi di una interessante relazione introduttiva "possibili
assetti istituzionali della Città Metropolitana di Venezia"
presentata dalla Professoressa Adriana Vigneri. La premessa del documento,
che qui sinteticamente si richiama, chiarisce in modo inequivocabile sia
la natura in progress e partecipativa del modello costituente sia la dimensione
funzionale del futuro soggetto istituzionale: "occorre rispondere alle
esigenze di riconoscimento e di autonomia delle diverse identità
che coesistono nello spazio urbano di Venezia (Città plurale) e
nello stesso tempo alle esigenze di intensificazione delle relazioni che
ciascuna di tali identità ha con le altre e con l’esterno in una
area densa di relazioni e di interessi connessi, ma carente dei relativi
strumenti di governo (Città rete). (…) L’obiettivo è di giungere
alla costituzione di un soggetto (Città metropolitana) che abbia
la propria base nei comuni partecipanti, ma che sia idonea ad assumersi
e svolgere le funzioni cui i singoli comuni non possono adempiere".
Il Gazzettino Veneto
– 20 febbraio 2002
Metropolitana:
un escamotage alla veneziana di Antonio Alberto Semi
Mentre il Comune del
Cavallino festeggia l'ottenuto via libera alla propria esistenza, i veneziani
hanno motivi di temere per l'esistenza del loro. Infatti, la Regione dovrà
ora decidere se avviare la procedura per il referendum di separazione di
Venezia da Mestre o se invece riconsiderare (ossia respingere) questa richiesta
in vista, ancora una volta, di una fantomatica "città metropolitana",
resa ora (dopo dodici anni di chiacchiere o di promesse inattuabili) apparentemente
più vicina dalle modifiche effettuate alla Costituzione della Repubblica.
Invocare la città metropolitana serve dunque ancora una volta a
cercare di evitare il referendum. Infatti mancano ancora le leggi attuative
delle modifiche al Titolo V della Costituzione e, per giunta, non è
affatto scritto che la città metropolitana sia un obbligo. Si può
anche avere un carrozzone di meno.
Oltre ai motivi generali
per esser contrario alla città metropolitana, vedo con grave disagio
l'alleanza di Costa - per il quale "l'ideale" sarebbe la PaTreVe - con
Gentilini (sindaco di Treviso e uomo di estrema destra, i cui comportamenti
xenofobi sono ben noti) e con Giustina Destro (sindaco di Padova, di destra
anch'essa). Ma ognuno si sceglie le compagnie che preferisce. Solo che
non vorrei trovarmi anch'io, obbligatoriamente, in compagnie sgradite.
L'attuale perplessità del Presidente Galan a proposito del referendum
può essere motivata anche da questo semplicissimo calcolo: favorire
la città metropolitana può significare potersi in prospettiva
"pappare" Venezia senza nemmeno bisogno di vincervi le elezioni. Dunque
quasi un escamotage.
Per quanto riguarda
noi veneziani, sarà bene che teniamo presente la storia e i numeri:
se si facesse la "città metropolitana" (anche nella versione minima
ora messa avanti per non spaventarci), certamente Venezia resterebbe solo
come un "marchio", un'etichetta da applicare ai prodotti di una fabbrica
proprietà di altri - giustamente anche, perché la maggioranza
della popolazione e delle attività economiche starebbe, anche come
conseguenza delle politiche dissennate seguite finora, altrove. Del resto,
non sta già succedendo questo per quanto riguarda l'aeroporto?
In realtà,
l'istituzione della città metropolitana è una delle tante
risposte ignave della nostra classe politica (di destra e di sinistra)
alla crisi della rappresentanza: si crede, con una modifica di ingegneria
istituzionale, di rendere più "governabile" un territorio. La preoccupazione
dei democratici, tuttavia, dovrebbe essere piuttosto quella di rendere
più "democratico", dunque più partecipato, il sistema con
cui una popolazione gestisce i propri affari e i propri scopi. Mentre con
la città metropolitana diminuirebbe la partecipazione dei cittadini,
beffandola anche, perché le municipalità residue si occuperebbero
di quisquilie.
Se si andasse a votare,
tuttavia, questa volta probabilmente anche la sinistra - tradizionalmente
favorevole alla "città metropolitana" e contraria alla separazione
- sarebbe un po' più incerta o disunita. La separazione darebbe
per esempio la possibilità a Bettin di diventare sindaco di Mestre,
il che oltre a soddisfare le sue legittime ambizioni gli consentirebbe
di sviluppare un programma per la sua città che più volte
ha enunciato. Quanto alle municipalità, francamente chi ci crede?
Innanzitutto bisognerebbe aspettare svariati anni - almeno fino al 2005
- per cominciare ad eleggerle, poi si assisterebbe allo stesso gioco che
oggi snerva il più paziente dei Consiglieri di Quartiere: mancate
competenze, decisioni prese dalla "Città" saltando le municipalità
e via perdendo tempo. Meglio pensare ai motivi positivi per separarsi:
la realtà delle differenze tra le due città, i diversi ruoli
che esse possono svolgere, le identità che possono sviluppare e
dunque le nuove relazioni che possono stringere.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 20 febbraio 2002
"Un laboratorio
fallito". Orazio: "Mille difficoltà di rapporto con Venezia". Cavallino:
Integrazione faticosa di Claudia Fornasier
Cavallino - Un laboratorio
mancato della Città metropolitana. Il Comune del litorale, staccatosi
da Venezia due anni fa, poteva essere per necessità e per lungimiranza,
un "laboratorio" dove sperimentare l'integrazione della futura Città
metropolitana. Ma al primo banco di prova Venezia ha fallito, nella migliore
delle ipotesi non ha capito che i rapporti con il neo Comune potevano essere
un banco di prova. Claudio Orazio, sindaco del litorale, è uno dei
primi ad aver aderito al Comitato per la Città metropolitana e non
può essere accusato di "remare contro" la nuova forma di governo.
Ma per primo denuncia
le difficoltà a rapportarsi con Venezia. Cavallino ha diritto ai
fondi della Legge speciale, ma essendo piccolo e con poca contrattualità
aveva chiesto a Ca' Farsetti di fare gli accordi per i mutui anche per
il litorale.
"Ci ha posto mille
difficoltà", dice Orazio, "e pochi giorni fa, quando abbiamo chiesto
notizie, ci ha detto che li aveva fatti, per sé". A fine anno il
sindaco Costa ha promosso la regolazione degli accessi turistici a Venezia,
con il ticket d'ingresso per i pullman. Non ha mai coinvolto i "vicini",
Cavallino in testa che rischia di diventare il primo varco gratuito e di
essere preso d'assalto. Moto ondoso, altro esempio. Orazio ha scritto una
lettera di protesta direttamente al ministro Scajola che ha nominato Costa
commissario per il moto ondoso: i comuni di gronda sono stati esclusi dal
comitato consultivo (che deve collaborare con il commissario), composto
da tutti gli enti che hanno competenza sul traffico acqueo in laguna. Finanziamenti,
turismo, laguna, tre materie "tipiche" di una Città metropolitana.
Dice Orazio: "Credo
che una parte della diffidenza dei Comuni limitrofi verso Venezia e la
Città metropolitana dipenda anche da questo atteggiamento. Ca' Farsetti
avrebbe potuto "usare" l'esperienza del Cavallino anche per la costruzione
delle municipalità, non l'ha fatto". Cavallino è nato senza
una struttura autonoma e in questi due anni ha funzionato grazie alle convenzioni
firmate con Venezia per usufruire di strutture e servizi. Ca' Farsetti
ha continuato a gestire fino alla fine del 2001 (e in alcuni settori continuerà
a farlo fino a dicembre), una parte del commercio, l'ufficio elettorale,
il contenzioso dei vigili urbani, l'illuminazione pubblica, alcune attività
dell'Ecologia, dei servizi sociali, dell'Edilizia privata.
In questi giorni Orazio,
però, ha scritto una lettera alla Provincia per proporre una convenzione:
Ca' Corner potrebbe fare da stazione appaltante per le opere pubbliche
di Cavallino, che ha a bilancio 50 miliardi di investimenti e pochi tecnici.
"Non l'abbiamo proposto a Ca' Farsetti perché ha già un'enorme
mole di lavoro", dice Orazio. E perché a fare le spese della lentezza
della macchina di Venezia sarebbe sicuramente il litorale. "Uno dei motivi
che hanno spinto i cittadini alla separazione", dice Orazio, "è
anche il funzionamento degli uffici, che in periferia pesa di più.
E' una considerazione ovvia, ma i nostri tempi non sono quelli di Venezia".
Se Cavallino è stato un laboratorio mancato, Venezia almeno potrebbe
imparare dagli errori.
Alleanza Nazionale
- Gruppo Consiliare della Circoscrizione "CdQ2" del Comune di Venezia
Comunicato Stampa
- Venezia, 20 febbraio 2002
PaTreVe e Municipalità:
solo parole di Pietro Bortoluzzi - Capogruppo di Alleanza Nazionale
al CdQ2
Il recente e strombazzato
convegno organizzato dal sindaco Costa, all’insaputa dei consiglieri circoscrizionali
(fatto già di per sé indicativo dell’atteggiamento psico-politico),
sul futuribile assetto del decentramento del Comune di Venezia e sulla
fantomatica Città Metropolitana PaTreVe mi sembra essere in perfetta
linea con la prassi politica finora dimostrata dalla giunta rosso-centro-verde-tutabianca:
tante parole, molte promesse, zero fatti.
Ormai fuori tempo
massimo rispetto ai suoi stessi impegni programmatici, la Giunta Costa
ha infatti ribadito il fallimento totale sul fronte della riorganizzazione
e della messa in efficienza del decentramento nel Comune di Venezia con
l’ultimo documento finanziario: un bilancio di previsione per il 2002 che
non consentirà alcuna possibilità d’azione in chiave di vera
gestione né alle Municipalità sperimentali di Marghera e
Lido, né tantomeno ai poveri e bistrattati CdQ.
Ma la cosa che più
colpisce in negativo, del convegno mestrino sulla città plurale,
è forse il voler insistere tracotantemente, anche se solo a parole,
sull’idea di una Città Metropolitana formata da Municipalità,
non avendo nemmeno avuto prima l’onestà intellettuale e l’umiltà
di seguire e di applicare le possibilità previste dal testo unico
sugli enti locali, sulla scorta del quale ad esempio noi di Alleanza Nazionale
nella città storica avevamo proposto di dare vita al massimo del
decentramento possibile, attraverso l’istituzione del Municipio di Venezia.
E i Municipi non sono ipotesi astratte come le Municipalità, ma
realtà: in un felice caso già operative, come all’interno
del Comune di Roma, dove ormai i Municipi percepiscono addirittura finanziamenti
direttamente dalla Regione Lazio. Invece a Venezia fra gaffes (con le Municipalità
che prima sono sette, poi sono sei), pruderie di antagonismo con la Regione,
e teoremi di vuote parole, privi della sostanza delle vere deleghe amministrative,
si arriva ad ipotesi suicide per la città storica, come quella di
creare la PaTreVe, un superorganismo (da far nascere anche senza Treviso)
che, uccidendo (senza neanche chiedere permesso) un paio di province, rischierebbe
di far perdere a Venezia il suo ruolo e la sua centralità: tanto
di Venezia basta solo il nome, l’etichetta da appiccicare sopra.
E a confezionare questo
gioiellino, ovviamente, non poteva mancare il solito consulente esterno,
nella fattispecie addirittura di un ex assessore in precedenza giubilato.
A questo punto, a
meno che non si voglia continuare a credere alle favole e alle "sinistre"
sirene, che per decenni hanno ingessato, narcotizzato e depauperato Venezia,
impedendo congiuntamente a Mestre di svilupparsi in modo autonomo, la via
d’uscita, per tentare di dare quel colpo d’ala che consenta poi in futuro
di ragionare con concretezza in termini metropolitani, non resta che quella
della separazione amministrativa dell’attuale Comune lagunare: così,
mentre all’interno dei Comuni di Venezia e di Mestre si articoleranno e
si sperimenteranno efficienti ed omogenei organismi decentrati (come ad
esempio i Municipi), a livello superiore, in attesa delle leggi applicative
della norma costituzionale che prevede le città metropolitane, si
tesseranno tutti quegli accordi di servizio e di infrastrutture comunque
indispensabili, lasciando però a Venezia la possibilità di
essere ancora se stessa, in carne ed ossa; anzi in laguna, isole e ruolo
politico!
www.paologiaretta.it/giaretta/dialogo/patreve
– 21 febbraio 2002
PaTreVe in futuro,
per oggi basta fare Padova città metropolitana di Ivo Rossi
Il ridisegno delle
istituzioni venete registra in queste settimane una nuova fioritura di
proposte. Da Venezia a Padova, vuoi per la riedizione del referendum separatista
fra Mestre e la città lagunare, vuoi per la ripresa del dibattito
sul nuovo Statuto della Regione, ben tre progetti sono stati sottoposti
all'attenzione dell'opinione pubblica e dei rispettivi consigli.
Da una parte il sindaco
di Venezia ha rilanciato la cosiddetta PaTreVe, a partire dal ridisegno
dell'area lagunare, dall'altra i gruppi consiliari della Margherita e di
Forza Italia di Padova hanno rispettivamente presentato progetti di legge
per l'istituzione della città metropolitana di Padova e di fusione
dei comuni della Grande Padova. Si tratta di progetti, al di là
delle inevitabili differenze di impostazione, che si pongono il problema
di reinterpretare il Veneto - ed in particolare la sua area centrale -
alla luce delle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni.
Il Veneto dei cento
campanili non regge più, rispetto ad altre aree europee la sua armatura
urbana è decisamente fragile, i processi strategici risentono di
una frammentazione che ne limitano la prospettiva. Insomma il vecchio abito
istituzionale è ormai inadeguato rispetto alle nuove domande di
servizi e di rappresentanza che la comunità oggi richiede, e la
prima istituzione a doverne fare i conti è proprio la Regione.
Si tratta di proposte,
già presentate a cavallo degli anni novanta, che forse per l'epoca
non erano ancora mature e che allo stesso tempo riflettevano e riflettono
tuttora i diversi problemi della realtà padovana e di quella veneziana.
Se si vuole evitare che il dibattito di oggi possa diventare fra qualche
anno l'ennesima occasione perduta è necessario che le classi dirigenti
affrontino le prossime scadenze con grande generosità e allo stesso
tempo con sano realismo, soli antidoti in grado di metterci al riparo dall'accusa,
fino ad oggi fondata, di sfuggire al presente disegnando continuamente
scenari nuovi, delineando nuovi traguardi che, regolarmente, non vengono
mai raggiunti.
La prospettiva da
cui si guarda influisce inevitabilmente sul giudizio, per questo un padovano
quando pensa alla PaTreVe, al di là della suggestione della proposta,
intravede una serie di limiti che provo a elencare. L’istituzione del nuovo
soggetto metropolitano, comprendente Venezia, Padova, Treviso e di quasi
un centinaio di comuni, farebbe esplodere il problema del ruolo della Regione.
Non c'è dubbio, l'introduzione di un soggetto destinato ad amministrare
più di metà della popolazione del Veneto porrebbe il problema
del futuro del resto del territorio regionale, rischiando di legittimare
fughe friulane per il Veneto orientale e obbligando Verona a guardare più
a ovest di quanto già non faccia oggi.
Non si tratta di un
problema secondario, perché un soggetto così forte, come
quello immaginato, è destinato ad entrare in conflitto con il ruolo
dell'istituzione regionale. Non solo. Al di là delle dichiarazioni,
registriamo ancora oggi prospettive divergenti proprio nei settori strategici
che dovrebbero rendere invece credibile la prospettiva. Nei servizi, a
seguito del riordino delle multiutility e dei processi di privatizzazione
imposti dalla legge, non è stato fatto un solo passo in avanti nella
direzione di una sola grande azienda, nonostante ce lo impongano le necessità
poste dalla competizione, interna ed esterna ed il buon senso. Lo strabismo
divergente porta Venezia e guardare verso direzioni diverse da quelle delle
aziende dell'area centrale, e Padova, dopo confusi tentativi in più
direzioni, è ancora ferma al palo. E' necessario chiedersi perché
le strade anziché convergere prendono direzioni diverse.
Si potrebbero citare
decine di altri esempi, dal ruolo del sistema fieristico a quello dei parchi
scientifici e delle zone industriali. D'altra parte lo stesso sindaco di
Venezia immagina di costituire la PaTreVe partendo dalla sua città
e, solo successivamente, prevede l'allargamento a Padova ed eventualmente
a Treviso, consapevole, come la storia dimostra, delle difficoltà
di un progetto così ampio. Forse è allora più utile,
in attesa si realizzino condizioni che oggi appaiono lontane, pensare di
rafforzare in termini metropolitani i grandi nuclei urbani. In questa direzione
si muove la proposta recentemente presentata dal gruppo consiliare della
Margherita di Padova. Si tratta di un progetto di legge di modifica dello
statuto della Regione che introduce l'istituzione della città metropolitana
di Padova e la attribuzione dei relativi poteri.
Rispetto a proposte
simili, avanzate anche dal sottoscritto nel recente passato, la recente
modifica del Titolo quinto della Costituzione, riconoscendo e attribuendo
rilevanza costituzionale alle Città Metropolitane, supera e rimuove
i limiti del vecchio istituto introdotto dalla legge 142. Si tratta di
una autentica rivoluzione di cui si fa ancora fatica a percepirne i contorni
obbligando ad uno sforzo di fantasia il pigro legislatore.
Come ricordava Mistri
nel suo intervento di ieri, Padova possiede tutte le caratteristiche che
connotano una città metropolitana. Fra le città definite
"grandi sistemi dinamici aperti", con specializzazione terziario produttiva
evoluta e una gamma di funzioni internazionali, a livello nazionale appartengono
solo 7 sistemi urbani: Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Padova e
Verona. Appunto Padova, che pur divisa ancora da virtuali confini amministrativi,
si pone già come realtà fortemente interconnessa e compenetrata.
Si tratta dunque di
riconoscere, anche dal punto di vista istituzionale, una realtà
che già esiste, avviando, con i comuni contermini, quei processi
di riorganizzazione territoriale e dei servizi indispensabili per superare
la frammentazione dei processi e la fragilità dell'armatura territoriale.
I recenti provvedimenti di limitazione della circolazione automobilistica,
assunti dal comune di Padova assieme a tutti i comuni dell'area urbano
metropolitana, sono il segnale che il livello di maturazione è più
elevato rispetto al recente passato e che siamo in presenza di una maggiore
consapevolezza dei livelli di integrazione. E' dunque arrivato il tempo
di operare un salto di qualità, senza forzature, nella direzione
di una città metropolitana forte delle sue autonomie e allo stesso
tempo consapevole del ruolo che può esercitare nel contesto regionale
e internazionale. Solo così si metteranno le condizioni per evitare
un neo centralismo regionale da una parte o una frammentazione della Regione
dall'altra. Se in futuro matureranno condizioni per rendere credibile la
PaTreVe, saranno ben accette. Per l'oggi, e le difficoltà anche
di questo progetto non sono secondarie, sarebbe già un ottimo risultato
arrivare alla istituzione della città metropolitana di Padova e,
laddove i veneziani lo volessero, anche di quella di Venezia che giace
ormai da più di dieci anni.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 21 febbraio 2002
"Grande Venezia,
fumo negli occhi". I separatisti convinti non credono al progetto della
città metropolitana. "Ci vorranno anni, prima facciamo il referendum:
i tempi sono maturi"di Alberto Vitucci
Venezia - "E' solo
fumo negli occhi. Sotterfugi con cui si tenta ancora una volta di non far
pronunciare i veneziani e i mestrini sulla separazione". Ugo Bergamo, ex
sindaco e presidente della commissione speciale del Senato su Venezia,
non si fida della Città metropolitana.
"E' un dejà
vu", dice Ugo Bergamo, "appena si affaccia l'ipotesi del referendum torna
fuori questa Città metropolitana, come soluzione di tutti problemi.
Adesso la priorità è far pronunciare i veneziani sul loro
futuro, tutto il resto verrà dopo". Ma oggi, a differenza di dieci
anni fa, c'è una legge costituzionale che consente di avviare il
nuovo ente metropolitano senza aspettare la Regione. "Anche prima c'era
una legge", dice Bergamo, "ma non è mai stata applicata. Anzi, adesso
è peggio, perché Venezia non c'è".
La Città metropolitana
non convince nemmeno i separatisti doc. Mario d'Elia, avvocato che da più
di vent'anni combatte la battaglia dell'autonomia, non si fida. "Ricordo
che un anno e mezzo fa il sindaco Costa e la Destro avevano firmato il
protocollo sotto i flash, con il pranzo di gala nella villa veneta. Poi
è calato il silenzio tombale, salvo tirar fuori tutto dopo la sentenza
che riconosce il nuovo comune del Cavallino e dunque riavvia l'iter per
la separazione di Venezia da Mestre".
La Città metropolitana
dunque non assorbe il bisogno di autonomia di veneziani e mestrini? "La
stessa Vigneri", continua d'Elia, "ammette che ci vorranno anni per realizzare
la Città metropolitana. Intanto si vada al referendum. Venezia e
Mestre saranno poi il nucleo centrale dell'Area metropolitana, se questa
si farà. Ma una cosa non può bloccare l'altra". Ma come essere
certi che veneziani e mestrini, che per tre volte hanno detto "no" adesso
voteranno per il divorzio delle due città? "I tempi sono maturi.
Anche se molti ancora hanno un certo timore nel dichiararsi separatisti.
Quando li incontro per la strada tutti mi esprimono il loro appoggio. Ma
quando è il momento di esporsi, hanno paura. E' ancora un argomento
tabù, soprattutto nella sinistra".
D'accordo con lui
anche Augusto Salvadori, anche lui avvocato, ex assessore DC fondatore
del Movimento per Venezia. Se arriverà il Comune autonomo lui pensa
al rientro in politica, magari alla testa di una lista civica. "L'unicità
di Venezia è tale", dice, "che questa città ha bisogno di
un governo ad hoc, formato di gente che si occupi dei suoi problemi specifici.
E soprattutto che riesca a fermare l'esodo delle attività economiche
e degli abitanti. Non credo che la Città metropolitana potrebbe
fermare questo, anzi. Quanto a Mestre, c'è una parte di terraferma,
soprattutto nel mondo economico legato al turismo, che ha interesse a non
separarsi da Venezia, ma un governo autonomo potrebbe liberare le tante
possibilità della città di terraferma".
Secondo Pietro Bortoluzzi,
capogruppo di An al CdQ2, la "fantomatica città metropolitana rischia
di far perdere a Venezia il suo ruolo e la sua centralità". E in
ogni caso non deve bloccare il referendum. Il dibattito continua.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet– 21 febbraio 2002
L'iniziativa. Manifesti
per Mestre autonoma
Mestre - "Prima creiamo
il comune autonomo di Mestre, poi solo dopo si potrà discutere di
città metropolitana. La battaglia per la separazione non ha infatti
proprio nulla a che vedere con la città plurale di Paolo Costa".
Lo sostiene Giampaolo Pighin, da ieri ufficialmente eletto rappresentante
di una nuova associazione separatista, l'associazione per l'autonomia amministrativa
delle città di Mestre e Venezia. Dell'ufficio di coordinamento dell'associazione
fanno parte anche Giorgio Bazzi, Matteo Bellotto, Lucio Celant, Cinzia
Finco, Giorgio Rizzi, Patrizia Silboni e Dino Vivian. Il movimento dalla
prossima settimana avvierà una campagna con manifesti e volantini
a sostegno del referendum per la separazione di Mestre da Venezia. "Non
ci convincono le municipalità - continua Pighin - pensiamo che Mestre
debba mantenere una prerogativa di comune, altrimenti si rischia di veder
nascere solo una grande Venezia".
Antenna 3 mondo-veneto
online – Notizie dal Veneto – redazione di Venezia – 22 febbraio 2002
Città Metropolitana?
di Francesca Bozza
La città metropolitana
di Venezia: un'idea che potrebbe diventare molto presto realtà.
A parlarne da ieri a Mestre al centro Candiani in un convegno esponenti
politici e docenti universitari. Al centro l'idea di dare avvio già
da oggi al processo di ricostruzione della città metropolitana veneziana,
un primo passo per una rivoluzione amministrativa che riguarda anche le
città di Padova e Treviso.
E per questo oggi
a Mestre ci saranno oltre al primo cittadino di Venezia Paolo Costa anche
i sindaci di Treviso Giancarlo Gentilini e di Padova Giustina Destro.
Nei giorni scorsi
8 sindaci del veneziano avevano firmato un documento in cui dichiaravano
di voler dar vita al più presto alla città metropolitana.
Per quanto riguarda
Venezia ha sottolineato il suo primo cittadino Costa è facile constatare
come le funzioni rare della realtà urbana, come il porto, l'aeroporto,
l'università e gli ospedali, siano distribuite tra il centro lagunare
e la terraferma. Quindi ha aggiunto Costa si tratta di coordinarle tramite
una specifica autorità, la città metropolitana appunto, e
di distinguerle da altre funzioni più legate ai bisogni immediati
dei cittadini che andranno invece attribuite ad almeno 6 municipalità
locali, a cui si aggiungeranno altri 22 comuni del territorio della provincia
veneziana. Contemporaneamente, ha concluso il sindaco Costa, un analogo
processo dovrà contestualmente maturare nelle province di Padova
e Treviso perché i rispettivi territori possano confluire nella
grande area metropolitana che unifica le tre realtà.
www.robertodagostino.net
– Il Gazzettino Online – Il quotidiano del NordEst – 24 febbraio 2002
La città
metropolitana dopo oltre un decennio di chiacchiere si farà
Dopo oltre un decennio
durante il quale la città metropolitana è stata evocata come
una utopia, forse desiderabile ma difficilmente realizzabile, o come alibi
per contrastare i referendum separatisti, o attraverso fughe in avanti
prive di effetti pratici, oggi dobbiamo registrare una svolta decisiva
verso la soluzione del problema.
Il convegno che si
è tenuto al Candiani ha dato conto di questa svolta, ma poiché
le categorie dell'utopia, dell'alibi o delle fughe in avanti fanno ancora
velo alle capacità interpretative di quanto sta accadendo, mi sembra
utile tentare di spiegare di cosa si tratta e perché possiamo affermare
che la città metropolitana di Venezia verrà effettivamente
istituita. Innanzi tutto c'è la fondamentale novità costituita
dalla recente modifica della Costituzione che prevede, accanto alle regioni,
alle provincie e ai comuni, la città metropolitana, la cui istituzione
diventa non più facoltativa, ma obbligatoria quando si realizzano
determinate condizioni.
Alla luce della modifica
costituzionale, anche le procedure previste dalle leggi ordinarie per istituire
il nuovo ente territoriale diventano più facilmente percorribili.
Poi ci sono delle condizioni oggettive, messe in luce durante il convegno,
tra gli altri, dal Presidente della Commissione Affari Costituzionali della
Regione Tesserin, e dall'onorevole Brunetta, relative all'evoluzione nell'ultimo
decennio della realtà veneziana in termini di capacità di
fornire prestazioni di carattere regionale e sovraregionale, e soprattutto
alle prospettive economiche e geopolitiche che si apriranno per quest'area
nei prossimi anni. Queste condizioni, come è stato da loro e da
altri affermato, rendono indifferibile l'istituzione di un ente di carattere
metropolitano. Infine ci sono delle condizioni soggettive determinate dalla
volontà dei diversi protagonisti a percorrere la strada dell'istituzione
della città metropolitana di Venezia all'interno della più
vasta area metropolitana che si estende nelle province di Padova e di Treviso.
Le elenco.
Un gruppo significativo
di sindaci, oltre a quello del comune di Venezia, appartenenti all'intero
arco dello schieramento politico, è al lavoro per elaborare lo statuto
che definirà ruolo, poteri, funzioni, compiti, del nuovo ente e
per stendere la prevista legge istitutiva. Lo statuto verrà discusso
nelle diverse comunità locali e approvato dai diversi consigli comunali.
Il Presidente della
Provincia di Venezia ha dichiarato la volontà dell'ente che lui
rappresenta di inserirsi a pieno titolo in questo processo. Le principali
rappresentanze economiche, culturali e sociali si sono espresse, anche
nella sede del convegno, con chiarezza e decisione sulla necessità
di un governo metropolitano per la nostra area. Il comune di Venezia da
parte sua ha già iniziato una rivoluzione copernicana estremamente
coraggiosa nella riorganizzazione delle proprie forme istituzionali. Attraverso
la costruzione delle municipalità, destinate a diventare comuni
autonomi metropolitani quando ci sarà l'ente superiore, sta creando
le condizioni fondamentali, sia politiche, che organizzative, perché
la città metropolitana possa essere costituita.
Per dirla con Paolo
Costa, l'attuale forma comunale sta predisponendo il suo scioglimento,
delegando poteri verso il basso - le municipalità, futuri comuni
metropolitani - per garantire un migliore rapporto con i cittadini e verso
l'alto - la città metropolitana - per garantire una migliore efficienza
e competitività del sistema. Dunque la strada è tracciata
e percorribile. Viene riconosciuta l'area metropolitana comprendente comuni
delle tre province di Padova, Treviso e Venezia come l'area vasta di riferimento
per costruire l’integrazione delle funzioni di livello superiore. Al suo
interno viene istituita la città metropolitana di Venezia, comprendente
i comuni che gravitano sulla laguna e quelli strettamente collegati: la
città metropolitana potrà essere estesa nel tempo a tutti
gli altri comuni che costituiscono l'area metropolitana. Entro due/tre
mesi verrà presentato e messo in discussione lo statuto della città
metropolitana di Venezia, da approvare nei consigli comunali e da sottoporre
a referendum popolare: nel frattempo verrà presentata la legge istitutiva
della città metropolitana.
Il comune di Venezia
prosegue nella sua articolazione in municipalità che si trasformeranno
in comuni metropolitani per rendere equilibrata la dimensione dei diversi
comuni all'interno della città metropolitana, configurata come una
città a rete.
Alle elezioni del
2005 si voterà per la città metropolitana e per i comuni
metropolitani tra i quali figureranno i nuovi comuni derivati dall'articolazione
del comune di Venezia. Questa è la strada, questi sono i fatti:
le difficoltà che in modo responsabile vengono prospettate, sono
fatte per essere superate; la vicenda del referendum separatista appartiene
a un passato che ci perseguita.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – Forum – 27 febbraio 2002
La gente deve sapere
(un Consigliere
del consiglio di quartiere 8)
Ormai ci conosciamo.
Dopo 3 referendum fatti conosciamo le fazioni del no e quelle del si. Purtroppo,
dopo 25 anni, riecco le solite storie: dividere non serve, i soliti giornalisti
contrari, i soliti partiti contrari, i soliti nomi più o meno noti
che continuano a ripetere sempre le stesse identiche frasi.
Ma dopo 25 anni una
domanda ci viene in mente: cosa avete fatto!!!!! Con tutti i vostri bla,
bla, bla, troppi interessi remano attorno a Venezia soprattutto economici,
troppi personaggi a partire da quelli comunali, per finire a quelli quartierali
che gestiscono, per modo di dire, una riforma del 1976 finita clamorosamente
in una bolla di sapone. Questi presidenti e consiglieri che continuano
a coltivare il loro piccolo orticello di interessi e per conto dei loro
partiti restando attaccati e fedeli ai loro consiglieri comunali quanto
ci costate perché non lo dite alla gente che vi vota!!! Si sono
sempre i soliti.
Già nel 1979
al via del primo referendum il No propose la "grande città" figlia
di questa finta proposta di "città metropolitana" le dizioni politiche
cambiano si sa, la politica è una scienza sempre in movimento, città
plurale, città bipolare e chi più ne ha più ne metta.
Ma analizziamo le proposte del no:
1. Città metropolitana:
Un nuovo ente al di sopra di tutti i comuni che vi aderiscono; qui le domande
si sprecano:
Domanda 1. Abbiamo
già una provincia che di fatto dovrebbe già coordinare i
vari comuni; a questo punto non servono altri enti, ma basta riorganizzare
questo ente.
Domanda 2. Mentre
tutti i cittadini chiedono riforme più semplici, più chiare,
chiedono meno enti e quindi spreco di denaro pubblico questi del no propongono
di aumentarli ammettendo di fatto interessi e soprattutto poltrone.
Domanda 3. Ma quali
comuni hanno di fatto già aderito a questa iniziativa. Nessuno o
pochi. Alla fine più di qualche Comune ha già fatto retromarcia
perché all'interno della "città metropolitana" bisogna sicuramente
lasciare più di qualche potere decisionale, altrimenti che senso
può avere un nuovo ente senza poteri; e personalmente io non ho
mai conosciuto nessun sindaco che lascia i propri poteri in mano a un nuovo
ente, per poi andare a scontrarsi con comuni più grandi, rischiando
che più di qualche decisione passi al di sopra delle proprie "teste";
provate ad immaginare che casino che susciterebbe questo nuovo ente. Non
solo, ecco perché in tanti anni che se ne parla tutti i vari piccoli
comuni sono restii ad entrare a far parte di questo progetto proprio per
i motivi sopraindicati.
E allora bisogna partire
dal basso. Fallita questa proposta ecco ritornare alla carica i "soliti".
Bisogna comunicare e riformare dal basso cioè dal nostro comune
ed ecco le ulteriori cose non dette perché si sa nel casino e nella
confusione si gestisce meglio. (omissis)
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 6 marzo 2002
In marcia il quarto
referendum. E' iniziato in Regione l'esame delle due proposte di legge
per dividere. Mestre e Venezia. I sostenitori: "Via libera entro l'estate,
voto nel 2003"
Venezia - Via libera
della Regione entro l'estate. Referendum entro l'anno, al massimo in primavera
2003 e il voto entro la fine anno. E' questo l'obiettivo dei separatisti,
che ieri hanno illustrato le loro proposte di legge per l'istituzione dei
due comuni autonomi di Venezia e Mestre alla commissione Affari istituzionali
del Consiglio regionale, presieduta da Carlo Alberto Tesserin. Un atto
che ha dato avvio all'iter per il quarto referendum.
Ieri a palazzo Ferro
Fini sono state illustrate le due proposte di legge dal presidente del
comitato per la separazione Mario d'Elia e dal leghista Daniele Stival.
Due istanze diverse, che saranno alla fine unificate. La prima - proposta
di legge di iniziativa popolare, depositata in Consiglio il 26 gennaio
2001 - è stata presentata dall'avvocato Mario d'Elia, che torna
alla carica per la quarta volta.
"Nelle tre consultazioni
precedenti, del 1979, del 1984 e del 1994", dice d'Elia, "i consensi per
la separazione sono progressivamente aumentati, fino a raggiungere il 47
per cento. Questa sarà la volta buona". Quanto alle ragioni del
"no", d'Elia le definisce "strumentali". "La storia lo ha dimostrato",
continua l'avvocato, "perché alla vigilia di ogni consultazione
spuntava il Comprensorio, oppure la Città metropolitana, mai realizzata.
E' successo così anche stavolta, ma i due progetti non sono in contraddizione.
Non c'è ragione di dire no ai comuni autonomi per aspettare la Città
metropolitana".
Il leghista Daniele
Stival ha poi illustrato al proposta di legge del gruppo consiliare del
Carroccio, depositata l'11 febbraio. Sulla separazione, la Lega si è
già schierata insieme al Ccd-Cdu e ad An. Divisa Forza Italia, che
non si è ancora pronunciata. Le due proposte hanno in comune la
richiesta di istituire i due municipi autonomi, così come i confini:
la città d'acqua e le isole da una parte, la terrafernma (Mestre
e Marghera con le aree di gronda, dal canale di Chioggia fino al faro di
Punta Sabbioni) dall'altra.
"Abbiamo già
acquisito tutta la documentazione dei tre referendum precedenti", ha detto
il presidente Tesserin, "e l'iter è così avviato. Stamani
partirà dalla segreteria della commissione la lettera per il sindaco
Paolo Costa e il presidente della Provincia Luigino Busatto. Li inviterà
a fornire il loro parere sulla questione". Sarà un altro elemento
per esprimere la "meritevolezza" del quesito referendario, che dovrà
essere espressa entro 90 giorni.
"Abbiamo fatto mettere
a verbale", precisa d'Elia, "che se i pareri non dovessero arrivare si
va avanti lo stesso. Anche perché ormai di procedure sono diventato
un esperto, e gli enti locali adottano spesso questa tattica del rinvio".
Secondo i promotori
della separazione invece la strada è chiara: si va al referendum,
senza per questo affondare la Città metropolitana, che ha comunque
tempi più lunghi e potrà essere costituita anche con Mestre
e Venezia diventate autonome. Non basta ai fautori dell'autonomia amministrativa
nemmeno il progetto delle municipalità.
"Il Comune è
un'altra cosa", dice d'Elia, "e la storia di questi decenni ha dimostrato
che insieme sia Venezia che Mestre sono state penalizzate". Intanto, mentre
i partiti mettono a punto la loro strategia, il treno del referendum si
è messo in moto. E il prossimo anno si potrebbe già andare
al voto per eleggere il sindaco di Venezia e quello di Mestre.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 6 marzo 2002
Primo Piano – Gli
schieramenti. Vecchia DC a favore, Polo confuso.
Torna la DC e appoggia
la separazione. Ccd, Cdu e Democrazia europea hanno formato ufficialmente
anche a Venezia il nuovo partito dell'Udc (Unione democraticocristiana
e di Centro), e si presenteranno insieme alle amministrative di primavera.
Il primo atto della nuova formazione politica è stato un pronunciamento
unanime della direzione sull'autonomia di Venezia e Mestre.
Artefici della svolta
sono l'ex sindaco e ora senatore del Ccd Ugo Bergamo, e il consigliere
regionale del Cdu Francesco Piccolo. Insieme a loro ieri mattina al Sofitel
c'erano anche Gianfranco Trabujo, Ezio Ordigoni e Diego Orlando di Democrazia
Europea, il consigliere comunale Giorgio Supiej del Cdu, Paolo Camilla
del Ccd.
"La separazione si
deve fare subito", dice Ugo Bergamo, "e il tentativo di scippare gli elettori
del loro diritto con la chimera della Città metropolitana è
una sceneggiata già vista. E poi i partiti non dovrebbero mai temere
il confronto democratico e il giudizio degli elettori. E poi dicono a noi
che siamo un governo antidemocratico?" Secondo Piccolo, i due comuni potranno
dare nuove possibilità a Mestre e anche a Venezia, finora soffocate
dalla convivenza forzata. "La Città metropolitana potrà venire
dopo", dice, "la PaTreVe è addirittura fantascienza, perché
mette in discussione anche equilibri regionali e internazionali".
La prima indicazione
della nuova Udc ai suoi consiglieri è ora quella di "sveltire il
più possibile l'iter per la divisione del Comune".
La Nuova di Venezia
e Mestre internet – 6 marzo 2002
Dialogo aperto
tra i lettori. Prevale l'orgoglio mestrino
Mestre - Si parlano,
veneziani e mestrini, fautori della separazione e convinti sostenitori
della municipalità. Ma se fosse un partito, quello dei mestrini
"orgogliosi di esserlo" e pronti ad urlare "Mestre Comune!" avrebbe già
vinto. Perché nel forum organizzato dal nostro giornale prevalgono
le voci dei convinti sostenitori della necessità di indire un referendum
per dare autonomia amministrativa a Mestre. Venezia è vista come
una entità lontana, affascinante ma nello stesso tempo scomoda.
Serve una autonomia amministrativa per "guadagnarsi un posto di rilievo
nel Veneto ora ingiustamente oscurato da Venezia", scrive uno dei lettori.
"Serve un programma per uno sviluppo ponderato di tutte le realtà
locali", aggiunge un altro.
Il fronte degli unionisti
cerca di mettere in guardia da vittorie che hanno il sapore di quella di
Pirro e propone come alternativa le Municipalità "che avvicinano
le decisioni verso il basso". "Ben venga l'area metropolitana, ma prima
Mestre deve essere autonoma. Solo così e se ha reali vantaggi, Mestre
vi aderirà", è la risposta di chi volendo bene ad ambedue
le città, crede sia giusto che si amministrino da sole.
Il Gazzettino Veneto
– 6 marzo 2002
I partiti si mobilitano.
Udc: Mestre sta meglio da sola di Vittorino Franchin
Mestre sta meglio
da sola. Il quarto referendum si deve fare e per l'Unione democraticocristiana
il risultato è scontato: separazione, da una parte Venezia e dall'altra
la terraferma, entrambi enti autonomi di pari dignità che - se lo
vorranno - potranno poi accordarsi per fondare la città metropolitana.
L'Udc si esprime all'unanimità.
I centristi della Casa della libertà hanno riunito lunedì
il direttivo, nel quale si sono fuse le tre diverse anime (Ccd, Cdu e De),
e deciso di sostenere le proposte separatiste che hanno iniziato il loro
cammino in Regione per approdare al quarto referendum. Secondo il consigliere
comunale Giorgio Supiej, "Mestre ce la può fare con le sue gambe,
ha la capacità di autodeterminarsi. Venezia, invece, non ha bisogno
della presenza di Mestre per fare quel che ha già fatto come capoluogo
di regione". E per il senatore Ugo Bergamo, già sindaco di Venezia,
il "tema della città metropolitana non può sviare la discussione
e il diritto dei cittadini di esprimersi sulla questione della separazione.
Anzi: proprio la divisione di Mestre da Venezia può spingere a creare
la città metropolitana".
Dunque: ben venga
l'autonomia della terraferma, hanno spiegato i democraticocristiani che,
fusi assieme, si presenteranno con un unico simbolo (con lo scudo crociato)
alle prossime elezioni amministrative di maggio ed entro luglio convocheranno
il loro primo congresso. Così dopo il sostegno alle istanze separatiste
professato da An e Lega, anche l'Udc si allinea. A questo punto, tra le
file del centrodestra manca solo una chiara presa di posizione da parte
di Forza Italia. Certo è che la campagna verso la quarta consultazione
avrà connotati politici ben più evidenti rispetto ai precedenti
referendum, quando i partiti lesinarono le indicazioni di voto. L'Ulivo
- il sindaco Paolo Costa soprattutto - punta (per ora) alla città
metropolitana per evitare lo smembramento del Comune, ma i separatisti
- come hanno fatto intendere ieri gli esponenti dell'Udc - contano anche
di attirare l'appoggio di partiti di centrosinistra, come i Verdi del Pro-Sindaco
Gianfranco Bettin, che potrebbero salire sul carro dell'autonomia.
Il consigliere regionale
Francesco Piccolo, già tra i protagonisti della legge per Cavallino-Treporti,
pensa che "i tempi siano maturi per la separazione: in un secondo momento
si aprirà la discussione sulla città metropolitana". Che
in ogni caso sarà quella piccola, composta cioè dai Comuni
dell'hinterland veneziano, dal Miranese a Chioggia: "Se volessimo dar vita
alla grande area metropolitana con Padova e Treviso andremmo non solo a
toccare le competenze delle Province, ma anche a interferire con la Regione:
oggi come oggi non si vedono grandi spazi per un ente metropolitano di
questo genere", assicura Piccolo.
Ma, mentre la Lega
ha detto di puntare alla consultazione entro l'estate, l'Udc pensa che
i tempi per arrivare alle urne siano più dilatati: in autunno, forse,
ma è meglio pensare che la Regione fissi il referendum per la primavera
dell'anno prossimo. Se così fosse, e se vincessero i sì,
Mestre potrebbe diventare Comune soltanto nel 2004. Tempi tecnici. In pratica,
l'amministrazione Costa pare destinata ad arrivare comunque alla scadenza
naturale del mandato nel 2005.
Certo è che
l'eventuale separazione aprirebbe una dura contesa sulla divisione del
patrimonio (come l'esperienza di Cavallino insegna): porto, aeroporto,
stadio, casinò, aziende municipalizzate... "Per quanto riguarda
porto e aeroporto, si tratta di realtà che vanno al di là
delle competenze territoriali. I problemi di bilancio, invece, sono scontati",
dice Suppiej, ma dovranno essere affrontati perché, come spiega
Lillo Orlando, "il problema è innanzitutto quello di rilanciare
e dare un'identità culturale a Mestre: dopodiché non siamo
assolutamente contrari all'istituzione della città metropolitana".
Il Gazzettino Veneto
– 6 marzo 2002
Arriverà
solo dopo l'estate il (...) di Giuseppe Tedesco
Arriverà solo
dopo l'estate il giudizio di meritevolezza del consiglio regionale sul
quarto referendum per separare amministrativamente Mestre da Venezia.
Questo l'orientamento
emerso ieri a palazzo Ferro Fini dove la commissione affari istituzionali,
presieduta da Carlo Alberto Tesserin, ha avviato l'iter per arrivare alla
consultazione popolare con l'audizione dei presentatori delle due proposte
di legge, una di iniziativa popolare già corredata da cinquemila
firme e una del gruppo consigliare della Lega Nord.
"Il tempo materiale
di scriverle e in settimana inoltrerò a Provincia e Comune le richieste
del previsto parere che dovrà pervenirci entro novanta giorni -
ha sintetizzato alla fine il presidente Tesserin - Comunque non è
più stagione di giochi, la questione è nota a tutti come
del resto è già stato chiarito nelle precedenti occasioni
che il parere è consultivo e deve giungere entro i termini previsti.
Non darcelo non è utile a nessuno e in ogni caso possiamo andare
avanti lo stesso". Quanto ai tempi, è evidente che con i pareri
si arriverà quasi a metà giugno. "A quel punto - conclude
Tesserin - la commissione si autodisciplinerà su come procedere
prima di andare in aula. Sarà sicuramente necessaria una serie di
consultazioni per cui il voto in consiglio avverrà verosimilmente
dopo l'estate".
Ieri mattina, dunque,
la prima commissione ha ascoltato dapprima l'illustrazione della proposta
di legge popolare da parte del proponente, l'avv. Mario d'Elia, presidente
del Movimento per l'autonomia di Venezia e leader storico della separazione
della città d'acqua da quella di terraferma.
"Ho ricordato i tre
precedenti referendum - ha poi spiegato il legale veneziano - e sottolineato
come ancora una volta ci troviamo di fronte al tema della città
metropolitana (che nel 1979 si chiamava comprensorio, nel 1989 area metropolitana
e ora ha addirittura valenza costituzionale) su cui intende battagliare
il fronte del no". "E pur non avendo nulla contro l'istituzione della città
metropolitana, anche se secondo me distruggerebbe l'ente Regione sovvertendo
l'organizzazione del territorio - ha detto ancora d'Elia - ciò non
impedisce l'autonomia di Venezia e di Mestre che poi avranno tutto il tempo
per aderirvi". D'Elia ha poi chiesto l'acquisizione di tutta la documentazione
relativa alle tre precedenti consultazioni, peraltro già disposta
dal presidente Tesserin, e ha chiesto che la richiesta dei pareri a Comune
e Provincia faccia esplicitamente riferimento al fatto che il parere non
è vincolante e deve pervenire entro i novanta giorni previsti.
È toccato poi
al consigliere regionale della Lega Nord, Daniele Stival illustrare l'analogo
progetto di legge per separare Venezia e Mestre presentato nelle scorse
settimane dal gruppo del Carroccio. "La profonda differenza fisico ambientale
e la conseguente notevole diversità delle politiche dei servizi
da fornire alla comunità lagunare e a quella di terraferma - ha
sottolineato l'esponente leghista - sono ragioni di autonomia sempre più
presenti e radicati nella popolazione locale. Soprattutto ora che i cittadini
di Cavallino-Treporti hanno ottenuto la propria specificità comunale".
www.robertodagostino.net/unindustria
Città Metropolitana:
integrare e migliorare servizi e gestione del territorio - 14 marzo 2002
Il dibattito sulla
città metropolitana in corso in questi giorni è in qualche
modo "inquinato" dalla convinzione che si tratti di un problema tutto interno
al comune di Venezia, che deve risolvere le spinte separatiste o una propria
crisi di ruolo. In realtà il medesimo dibattito si sta svolgendo
nelle altre grandi città italiane che sono destinate a diventare
città metropolitane e che hanno problemi del tutto diversi da Venezia.
Ciò accade
perché la questione delle città metropolitane italiane è
uscita dalla fase della loro possibile istituzione, vincolata al consenso
di tutti gli attori interessati, per entrare nella fase in cui è
costituzionalmente doveroso istituirle, perché così prevede
il titolo quinto della Costituzione, la cui riforma è stata recentemente
confermata attraverso il referendum. Ma accade anche per altre ragioni
meno cogenti, ma ancor più significative.
La complessità
dei maggiori sistemi urbani, che si sono formati intorno ad alcune città
capoluogo implicano forme di governo innovative e più efficaci.
Nello stesso tempo l'economia globale, o comunque fortemente internazionalizzata,
vede la competizione estendersi anche alle città, le quali devono
configurarsi come sistemi urbani ampi, forti, dotati di sufficiente massa
critica, e capaci di offrire servizi rari e di carattere sovraregionale
per non essere esclusi dalle opportunità offerte da questa competizione.
Tutte le principali città italiane dunque stanno muovendosi attraverso
un coordinamento molto attivo verso il riconoscimento del loro status metropolitano,
per avere i vantaggi di autonomia politica e fiscale, oltre che di efficacia
nelle azioni di governo che tale status implica.
La situazione nel
Veneto è particolare in quanto, a differenza di altre regioni dove
esiste una città di riferimento con caratteristiche metropolitane,
vi è una struttura policentrica dove esistono almeno due aree che
possono definirsi metropolitane: l'area intorno a Verona e l'area costituita
dalla maggior parte dei comuni delle province di Padova, Treviso e Venezia.
Inoltre Venezia, l'indiscussa capitale politico/culturale della regione,
è a sua volta al centro di una sistema di comuni di minori dimensioni
ma ad essa strettamente collegata e tutti convergenti sulla laguna, che
costituisce una sorta di città arcipelago difficile da governare,
all'interno della quale si articolano culture, sensibilità e desiderio
di autonoma partecipazione delle diverse comunità che lo abitano.
Dunque l'istituzione
delle città metropolitane è divenuta non solo un dettato
costituzionale, ma una esigenza primaria della realtà italiana;
nello stesso tempo la particolare configurazione della realtà veneta
e veneziana comporta la necessità di agire su due livelli distinti:
quello dell'area metropolitana "Patreve" all'interno della quale integrare
quanto più possibile le funzioni, e quello della città metropolitana
di Venezia che necessita di un governo unitario anche dal punto di vista
istituzionale.
E' quanto sta tentando
di fare Venezia. Da un lato riconosce l'area metropolitana comprendente
comuni delle tre province di Padova, Treviso e Venezia come l'area vasta
di riferimento per costruire l'integrazione delle funzioni di livello superiore.
Contemporaneamente, assieme a un gruppo di comuni contermini, sta redigendo
lo statuto della futura città metropolitana di Venezia, interna
all'area metropolitana, definendone poteri, ruoli e funzioni. Nello stesso
tempo la città è impegnata in una radicale riforma organizzativa
interna volta ad articolare l'attuale organismo comunale in numerose municipalità,
corrispondenti all'articolazione urbana, che diventeranno comuni metropolitani.
Si tratta di un processo
di concentrazione e semplificazione di alcuni poteri accompagnato da un
processo di decentramento radicale, ispirato a criteri di sussidiarietà
interni all'organismo metropolitano. Tutto il contrario di quanto vanno
chiedendo alcuni che confondono il centralismo con il localismo e nello
stesso tempo perseguono disegni di accentramento e di spostamento verso
l'alto dei poteri reali
La Nuova di Venezia
e Mestre internet - Cronaca di Venezia e Mestre - 23 marzo 2002
Dibattito a Mestre:
"Città metropolitana? Parole. Non batteremo così gli autonomisti"
di M. Z.
Mestre - Separatisti
e unionisti su una cosa sono d'accordo: con la città metropolitana
non si va lontano. "Se ne paria da anni", ricorda il separatista Mario
D'Elia al dibattito sul referendum organizzato dall'Ecoistituto veneto.
"Se è l'unico
argomento che si mette in campo contro la separazione", avverte il segretario
regionale dei Ds Cesare de Piccoli, "stavolta d'Elia ha qualche chance.
"Mestre e Venezia
divise o unite, perché", il tema del dibattito.
Corale lo svolgimento
nella critica a Ca' Farsetti e al sindaco Paolo Costa. "Prendiamo la cultura,
Mostre è soffocata da Venezia", dice D'Elia. "Si fa il museo dell'arte
contemporanea in Punta della Dogana, e non a Marghera dove sarebbe più
logico. La separazione non è un problema politico, ma di buona amministrazione".
Stefano Boato e Cesare
De Piccoli concordano "Si può discutere se la priorità dell'amministrazione
sia proprio il ponte di Calatrava", fa De Piccoli, "ma se uno è
dominato dal desiderio di lasciare il segno... Ricordo quando ho portato
l'allora rettore Costa all'ex Macello per la nuova università e
la faccia che ha fatto. Personalmente, tra Canai Salso, Università,
Forte Marghera e Parco di San Giuliano avrei fatto un'operazione stile
Barcellona. Ma se uno sta dieci anni a cincischiare (...). La straordinarietà
di questa città", aggiunge, "non si risolve con l'ordinaria amministrazione.
Ci vuole un governo con la G maiuscola".
Un potere forte, dice
Stefano Boato, "noi abbiamo un livello indecente della politica nell'affrontare
problemi drammatici, traffico, chimica, acqua alta, turismo. Ci vuole un
potere forte per tener testa ai poteri forti come la Fiat e il Consorzio,
non so se una Venezia con 60 mila abitanti sarà in grado". "Questa
è una città senza testa" riassume il coordinatore del dibattito
Michele Boato. L'attacco di separatisti e unionisti al sindaco è
proseguito sul terreno della città metropolitana. "C'è quest'idea
del work in progress della Patreve", ricorda Michele Boato.
"Roba da cretini",
boccia Stefano Boato.
"Mette in discussione
i poteri di Provincia e Regione, perciò non è mai stata realizzata",
spiega D'Elia.
"Artifizio istituzionale",
fa De Piccoli. "Dobbiamo chiederci se l'acqua alta, la riconversione della
chimica, il traffico non si siano risolti perché Mestre e Venezia
sono insieme. Se la città metropolitana è il tema della campagna,
D'Elia ha qualche chance".
www.cgil.it/fp.dolo-mirano/materiali
– 25 marzo 2002
Policentrismo o
città diffusa? Le ragioni della città metropolitana di
Oscar Mancini
Separatisti e unionisti
su una cosa dovrebbero essere d'accordo: la città metropolitana
è necessaria.
Proviamo a ragionare.
Da oltre vent'anni è in corso nell'area veneziana un massiccio processo
di redistribuzione della popolazione dal capoluogo ai comuni limitrofi.
Se, da una parte, Venezia perde popolazione, resta comunque la sede delle
principali strutture di servizio, oltre che il luogo in cui si localizza
una parte rilevante dei posti di lavoro. Aeroporto, porto, centri
decisionali istituzionali e amministrativi, le università e le altre
istituzioni culturali fanno della città lagunare un luogo in cui
si concentrano servizi rari al servizio di una più ampia area metropolitana.
Allo stesso tempo molti comuni minori, sempre più connessi all'economia
regionale, aumentano la popolazione e le attività manifatturiere
ricorrendo ad un sempre più ampio bacino del mercato del lavoro.
Questo processo va governato con un'istituzione forte onde evitare il rischio
che l'urbanizzazione generata innanzi tutto dall'impresa postfordista,
determini un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma
e memoria dei luoghi.
Un ambiente sradicato
e omologante generatore di una mobilità multidirezionale delle merci
e delle persone da un punto all'altro del sistema insediativo che soffoca
la nostra esistenza. Per invertire le tendenze in atto alla "città
diffusa" occorre progettare la metropoli policentrica. Per il cittadino,
il grado di relazione con l'area centrale della provincia, è ormai
talmente elevato da rendere ormai superata la dimensione tradizionale del
riconoscimento della sua appartenenza alla sola collettività e al
Comune in cui risiede: la cittadinanza metropolitana esiste dunque già
nei fatti. Gli assetti amministrativi tradizionali si presentano invece
distanti dalla realtà e dalle dinamiche sociali e non sono idonei
quindi a governare armonicamente i processi che si sviluppano nella grande
area urbana veneziana.
Il Comune di Venezia
è, infatti, sovradimensionato per l'esercizio delle funzioni ordinarie
e di converso è sottodimensionato per governare lo sviluppo. E'
troppo grande per rispondere efficacemente alla richiesta dei cittadini
di partecipare ad una migliore gestione e fruizione dei servizi alla persona.
Penso agli asili nido, alle scuole, ai luoghi della cultura, dello svago
e della ricreazione come i parchi, ai servizi sociali, ai lavori pubblici,
all'edilizia privata eccetera. E' troppo piccolo per risolvere gli
angosciosi problemi dei trasporti, della mobilità delle merci e
delle persone, per una programmazione razionale delle zone industriali
e commerciali, per una gestione efficace dei servizi locali come la distribuzione
dell'acqua, lo smaltimento dei rifiuti, l'organizzazione del trasporto
urbano. E' troppo piccolo per governare in modo unitario il sistema lagunare,
disinquinare le sue acque che provengono da un ampio bacino scolante fortemente
urbanizzato, per riconvertire Porto Marghera e sviluppare la sua portualità:
in sostanza per un uso sostenibile del territorio. Di converso molti Comuni
della Riviera e del Miranese hanno spesso la dimensione ottimale per gestire
i servizi alla persona ma sono anch'essi troppo piccoli per governare lo
sviluppo.
Da qui nasce l'esigenza
di un governo unitario dell'area metropolitana di Venezia. L'attuale Provincia
va sostituita con un nuovo soggetto di area vasta, dotato di un ruolo inedito-
la Città metropolitana, appunto- che riassuma in sé funzioni
e caratteri oggi variamente distribuiti tra Regione, Provincia, Comune
capoluogo, altre amministrazioni. Non, dunque, una Provincia ritoccata,
ma un soggetto davvero nuovo, fortemente raccordato con i Comuni e investito
del ruolo di governo delle grandi politiche di sviluppo dell'area metropolitana.
In questo rinnovato
contesto, va ripensato anche l'assetto del capoluogo accelerando il processo
di costituzione delle municipalità per giungere in un secondo tempo
- quando la città metropolitana sarà a tutti gli effetti
costituita- ad elevare le stesse a veri e propri Comuni metropolitani.
La città metropolitana noi la immaginiamo policentrica, a qualità
urbana diffusa, vivibile e bella in ogni sua parte, a Mestre come a Marghera,
a Favaro come nel Miranese, in Riviera del Brenta come a Chioggia e a Mogliano.
In sostanza pensiamo ad una città a rete, ad una "città di
città". La costituzione della città metropolitana di Venezia,
comprendente i comuni dell'area centrale e meridionale della provincia,
darà origine alla provincia del Veneto Orientale. Compete ai comuni
interessati promuovere la città metropolitana. Alla Regione la responsabilità
politica di rallentare l'iter del referendum separatista e di favorire
la nascita della nuova istituzione. Perché appassionarsi a quest'obiettivo
di riordino istituzionale?
Il territorio - spiega
Focault - prima ancora di essere una nozione geografica, e una nozione
giuridico politica e precisamente quel che è controllato da un certo
tipo di potere; e se i poteri pubblici sono deboli e frammentati, il territorio
è soggetto alle sole regole del mercato e dei poteri forti. Non
è quello che noi auspichiamo.
www.euganeo.it/margherita
– 20 aprile 2002
Padova, Piazza
De Gasperi - ore 11. Le scelte per l'area metropolitana di Padova. Verifica
tra rappresentanti istituzionali
Su iniziativa dei
capigruppo Ivo Rossi (Comune di Padova) e Mariano Schiavon (Provincia di
Padova) si incontrano sabato 20 aprile nella sede provinciale della Margherita
(Padova, piazza De Gasperi) i sindaci e i consiglieri comunali dell'area
urbano-metropolitana di Padova, i consiglieri provinciali, i consiglieri
regionali e i parlamentari della Margherita. Viene approfondito il progetto
di legge regionale per l'istituzione dell'area metropolitana di Padova,
presentato dal gruppo consiliare della Margherita del Comune di Padova.
Sull'argomento il senatore Tino Bedin, che partecipa all'incontro, ha recentemente
auspicato un coinvolgimento dei cittadini interessati. La riunione, che
inizia alle ore 11, serve anche a decidere iniziative pubbliche su questo
tema.
www.an-venezia.net/commenti
- Venezia – 12 giugno 2002
Decentramento,
area metropolitana e referendum di Pietro Bortoluzzi – Capogruppo di
AN al CdQ 1 del Comune di Venezia
Decentramento, area
e città metropolitana, referendum per l'istituzione del Comune di
Mestre e nuovi articoli del Titolo V della Costituzione: a Venezia, nelle
istituzioni provinciale e comunale e nella stampa locale, sembra dominare
(se fossi malizioso, direi quasi volutamente) una nuvola di confusione
e di palese disinformazione. Nube potenziata dall'ultimo blitz del sindaco
Costa a Roma, che addirittura al Parlamento richiede per Venezia il riconoscimento
di città metropolitana: possibile che il Sindaco di Venezia non
abbia letto la legge 267 del 2000 sugli enti locali (TUEL), nella quale
il Comune di Venezia all'articolo 22 è inserito come punto di partenza
dell'area metropolitana di Venezia, sempre che ne voglia far richiesta?
E qui sta l'inghippo:
non mancano tanto le leggi, manca piuttosto la volontà politica
– proprio da parte della Giunta Costa – di attivare il meccanismo per la
realizzazione della città metropolitana, che deve prima necessariamente
passare per la delimitazione territoriale dell'area metropolitana, atto
che deve essere richiesto dal Comune di Venezia. D'altronde l'ipotesi di
smagrire, con un referendum, il territorio comunale con la creazione del
Comune di Mestre (come già avvenuto con l'istituzione del Comune
di Cavallino) non cambierebbe proprio nulla in previsione dell'area prima
e della città metropolitana poi. Anzi, forse addirittura ne accelererebbe
l'avvio dell'iter, che al momento è bloccato, probabilmente per
beghette tutte partitocratriche fra le maggioranze (quasi tutte uliviste)
che governano Provincia (destinata a chiudere bottega in caso di realizzazione
della Città Metropolitana di Venezia) e Comuni del veneziano, timorosi
di perdere il loro ruolo. A ciò si aggiunga la demagogica stasi
sull'ipotesi tanto strombazzata di ridenominare alcune Circoscrizioni del
Comune di Venezia come Municipalità invece che come Quartieri, attribuendo
loro solo parte delle deleghe già ora prevedibili per i quartieri.
Un'idea, quella delle
Municipalità, inutile all'interno della Città Metropolitana,
oltre che poverissima di contenuti e di potenzialità: è semplice
fumo negli occhi, ben distante da proposte concrete di riforma ampia del
decentramento del Comune di Venezia, come quella formulata ad esempio da
An della città storica di Venezia, che da anni richiede l'istituzione
dei Municipi, previsti, diversamente dalle Municipalità, dalla legge
nazionale con autonomie e potenzialità rappresentative decisamente
superiori (in quanto parificate in molte funzioni ai comuni di pari numero
d'abitanti) a quelle delle estemporanee municipalità veneziane.
In ogni caso non dimentichiamo che il Comune di Venezia, a livello decentrato,
deve ancora, per i consiglieri ed i consigli circoscrizionali, recepire
in pieno la legge nazionale, che data addirittura 1999: bel esempio di
impegno per la città plurale e le riforme del decentramento!
Le modifiche al Titolo
V della Costituzione, poi, accentuano ancor di più le possibilità
d'azione dei Comuni, sempre che questi vogliano avvalersene: cosa che in
casa Costa non ci pare proprio – proclami demagogici, ipotesi di nuove
S.p.A. e nomine di consulenti a parte – esistere concretamente.
Nexus – Mensile
di comunicazione, cultura e attualità, nella città metropolitana
di Venezia - Anno X n. 47 luglio – agosto 2002
Venezia città
dei miracoli
Metropoli d’Europa
- parte I di Michele Casarin
Al di là della
questione referendaria, oggi di grande attualità, il problema di
quale possa essere la forma istituzionale più idonea al governo
del territorio che si articola - sinteticamente - attorno alla bipolarità
Venezia/Mestre, rappresenta una delle maggiori emergenze dalle quali dipende
il futuro di centinaia di migliaia di persone. L’incertezza ed il ritardo
che insistono sulla sua risoluzione sono sì la conseguenza della
complessità stessa di questo territorio e di una accentuata conflittualità
tra soggetti sociali, economici e politici che ostacola un confronto costruttivo
sulla base di una essenziale pluralità di valori condivisibili,
ma pure di una situazione di stallo a livello nazionale. Infatti, altre
importanti aree metropolitane attendono in Italia un efficiente e moderno
progetto di architettura istituzionale locale che consenta di dotare le
grandi città italiane di adeguati strumenti che consentano di governare
territori sempre più articolati, densi di relazioni che spesso escono
da superati confini comunali e provinciali e sui quali incidono dinamiche
decisionali - anche transnazionali - con soggetti che sfuggono al controllo
diretto delle attuali pubbliche amministrazioni.
A molte persone, i
discorsi sulle città metropolitane possono sembrare un’inutile perdita
di tempo, un divagare dai problemi concreti, dalle questioni che interessano
il vivere quotidiano dei cittadini. E’ normale che sia così, in
conseguenza di una insufficiente informazione e del fatto che lo spazio
dedicato nelle scuole (di tutti gli ordini e gradi) alla città è
assolutamente sproporzionato rispetto al peso che la città ha nella
nostra vita. Ma questo atteggiamento - in buona parte indotto - genera
confusione e finisce per lasciare campo libero al malgoverno locale e ad
una libera quanto improbabile interpretazione delle sue cause.
Con il rischio concreto
della banalizzazione che accompagna ogni tentativo di sintesi proviamo
a spiegare molto brevemente e con esempi di immediata comprensione in che
cosa dovrebbe consistere l’utilità di parlare di città metropolitana.
Consideriamo, allora,
due livelli distinti: il livello della gestione del quotidiano, che incide
a scala microterritoriale, e quello del governo delle grandi scelte, che
incide, invece, a scala macroterritoriale.
Il primo può
comprendere ad esempio: la pulizia delle strade, la cura del verde pubblico,
l’assistenza ai più deboli, la richiesta di un documento, il rilascio
di una licenza edilizia, ecc. In una grande area urbana risulta più
efficiente decentralizzare la fornitura di certi servizi - come quelli
che abbiamo citato - piuttosto che concentrare tutto in uno o pochi uffici
centrali. Non si tratta soltanto di una decentralizzazione logistica ma
soprattutto di delegare ampie funzioni a porzioni di territorio individuate
(culturalmente, economicamente, fisicamente) come omogenee. Si tratta di
uno dei principi base del federalismo applicato a scala urbana per cui
i soggetti incaricati della gestione del quotidiano, di ciò di cui
il cittadino ha bisogno tutti i giorni, diventano le municipalità
(nel caso locale: Venezia, Mestre, Marghera, Lido, ecc.) e non il governo
centrale.
E qui entra in gioco
il secondo aspetto. Una grande area urbana, per essere competitiva - e
dunque per generare benessere - necessità di adeguate politiche
di sviluppo che non si possono ridurre alla mera somma di piccole scelte
locali corrispondenti a interessi microterritoriali.
La cura del territorio
e la salvaguardia dell’ambiente, le politiche energetiche, quelle del lavoro;
gli indirizzi generali di politica sociale e di politica urbana, la sicurezza
necessitano di una visione d’insieme che può essere assicurata solamente
da una istituzione unitaria.
Due esempi. Le politiche
del turismo di Jesolo, di Cavallino/Treporti o di Chioggia incidono pesantemente
su tutto il territorio circostante, da Venezia a Mestre, alle isole portando
benefici ad alcune categorie economiche ma aggravando il costo e la qualità
dei servizi previsti dalle amministrazioni locali per i propri contribuenti.
Questa dinamica vale naturalmente in entrambi i sensi; ma, allora, non
sarebbe più opportuno e civile che ci fosse un’unica autorità
a gestire gli indirizzi generali del turismo e quanto incide di conseguenza.
sul territorio e sulla cittadinanza?
Il secondo esempio
è quello delle infrastrutture, come il passante, la cui realizzazione
dovrebbe avvenire attraverso forme di consenso generalizzato - coinvolgente
cioè le tante realtà territoriali interessate - ma garantendo
forza ed efficienza decisionale e una visione d’insieme attraverso la Città
Metropolitana. E gli esempi potrebbero continuare parlando di centri commerciali,
cityplex, impianti sportivi, aree industriali…
Partendo da queste
considerazioni si è ritenuto interessante proporre un viaggio in
Europa per capire come vengono amministrate alcune grandi aree urbane;
e si è pensato di farlo facendo riferimento a dimensioni territoriali
e demografiche proporzionate a quella di Venezia-Mestre.
La prima parte di
questo viaggio virtuale ci porta in Olanda a parlare dell’amministrazione
metropolitana di Amsterdam.
Amsterdam si estende
su un territorio di 218,86 kmq (circa la metà dell’estensione dell’attuale
Comune di Venezia) ed ha una popolazione di 734.540 abitanti (dato 2001).
L’area metropolitana si articola su 15 municipalità di cui Amsterdam-Noord
è la più popolosa con 86.912 (dato 2000) abitanti e Westpoort
la meno abitata con 408 (dato 2000) residenti.
E’ amministrata da
un Consiglio e dal "Collegio degli aldermen". Il Consiglio, composto da
45 membri, eletti ogni 4 anni, rappresenta la più alta istituzione
della città ed è responsabile degli aspetti più importanti
tra cui quello di stabilire il budget annuale pari a circa 4,7 milioni
di Euro (circa 9 mila miliardi di lire).
La gestione quotidiana
della città è portata avanti dal Collegio (che si riunisce
due volte la settimana) composto dal Sindaco e dagli 8 aldermen eletti
dal Consiglio e facenti parte di esso. Ognuno ha un suo portafoglio ed
una sua area di responsabilità. Compito del Collegio è di
lavorare sui provvedimenti adottati dal Consiglio.
Il Sindaco metropolitano
occupa una posizione speciale in quanto non viene eletto dai cittadini
ma designato direttamente dalla Corona. Presiede sia il Consiglio che il
Collegio ma non ha facoltà di voto nel primo. Inoltre, ha responsabilità
precise: è capo della polizia ed è considerato colui che
determina l’immagine della città nel suo rapportarsi al mondo.
Vale la pena sottolineare
che il governo della città viene svolto attraverso una continua
ricerca del consenso della cittadinanza: le diverse cariche metropolitane
hanno una inconsueta - per i nostri costumi - disponibilità ad incontrare
gruppi e associazioni, ma anche singoli cittadini; frequente è il
riscorso a referendum e a pubbliche audizioni che consentono di attuare
sia le grandi scelte strategiche che quelle di carattere più locale
(municipale) con un bassissimo grado di conflittualità e di scontento.
Ma veniamo alla struttura
metropolitana. La prima Municipalità di Amsterdam fu istituita all’inizio
degli anni ’80 quando Amsterdam-Noord e Osdorp furono dotate di una loro
autorità largamente autonoma rispetto al governo centrale, con un
proprio budget - aspetto determinante - ed una propria struttura amministrativa.
L’idea era di rendere più efficiente l’amministrazione locale mettendola
in grado di prendere decisioni reali e di coinvolgere maggiormente la cittadinanza
nell’amministrazione della città. Il successo di quella prima fase
di sperimentazione fece aumentare il numero di Municipalità autonome
fino alle attuali 15, tutte dotate di propri Consigli con l’unica eccezione
di Westpoort (l’area portuale) che dipende, per ragioni strategiche, direttamente
dal governo centrale metropolitano.
I Consigli municipali
funzionano allo stesso modo di quello centrale: i consiglieri vengono eletti
ogni quattro anni in un numero che dipende dalla popolazione locale e secondo
il criterio scelto (autonomamente). I Presidenti delle municipalità
assomigliano molto al Sindaco ma con l’importante differenza di essere
eletti dai Consigli locali e non dalla Corona.
Ma di cosa si occupa
una Municipalità? Come abbiamo visto l’aspetto essenziale di questa
istituzione è il fatto di essere dotata di una propria autonomia
finanziaria che gli consente di provvedere alla gestione di aspetti che
normalmente appesantiscono il funzionamento del governo centrale di una
qualsiasi grande e complessa area urbana, generando inefficienza e scontento
tra la popolazione. Così, in questo caso olandese, i Consigli delle
singole municipalità possono occuparsi della gestione degli spazi
pubblici, compresa la raccolta dei rifiuti, della manutenzione e della
pulizia delle strade, della cura di parchi, giardini, impianti sportivi
e cimiteri.
Le competenze, però,
non si esauriscono qui. Oltre ad avere la facoltà di definire politiche
locali inerenti le pratiche sportive e culturali, possono rilasciare passaporti,
patenti, certificati di nascita ma anche licenze edilizie e commerciali,
tutte funzioni un tempo svolte dal governo centrale in modo meno efficiente
e con una maggiore distanza tra cittadino e istituzioni.
Questa, molto sinteticamente,
è la via seguita ad Amsterdam a proposito di quello che in fase
di premessa avevamo definito "il livello della gestione quotidiana a scala
microterritoriale".
Sono però considerati
altrettanto importanti gli aspetti legati alla coesione: i documenti ufficiali
del governo metropolitano della città olandese affermano letteralmente
che "è necessario preservare la coesione della città.
Con l’istituzione
delle municipalità l’amministrazione centrale ha acquisito un’altra
responsabilità: è necessario assicurare che le scelte del
governo centrale siano condivise da tutti ma anche che la coesione e la
struttura della città venga mantenuta. L’esistenza delle municipalità
non deve condurre alla frammentazione di Amsterdam in tante isole operanti
in modo separato l’una dall’altra. Il governo centrale deve sovrintendere
a tutto ciò."
Queste parole sono
particolarmente significative e sottolineano l’importanza della coesione
interna come valore che si aggiunge alla necessità di governare
in modo unitario aspetti come la sanità, i trasporti pubblici, lo
sviluppo delle infrastrutture o la sicurezza che sono alla base della vita
civile di una città contemporanea. La prossima tappa ci porterà
in alcune metropoli scandinave, dove incontreremo da vicino forme avanzatissime
e collaudate di stato sociale e le più moderne politiche di welfare
urbano.
Adnkronos – 10 ottobre
2002
Venezia: Sindaco,
un’unica città metropolitana con Mestre
"Si ha la netta sensazione
che i rappresentanti delle categorie produttive e delle istituzioni della
città guardino con grande preoccupazione alla prospettiva della
divisione del Comune di Venezia". E’ quanto sottolinea il sindaco, Paolo
Costa, dopo aver appreso di quanto emerso dalle audizioni odierne presso
la Prima Commissione del Consiglio Regionale del Veneto presieduta da Carlo
Alberto Tesserin, chiamata ad esaminare le due diverse proposte di legge
referendarie presentate all’Assemblea regionale per la separazione di Venezia
e Mestre.
www.asca.it – Quotidiano
autonomie locali – n. 244 del 12 ottobre 2002
Scontro in Regione
su separazione Venezia Mestre
Scontro, in consiglio
regionale, sull'ipotesi di separazione tra Venezia e Mestre.
La commissione Affari
istituzionali del Consiglio regionale del Veneto, presieduta da Carlo Alberto
Tesserin (Forza Italia) ha incontrato i rappresentanti del mondo economico
e delle istituzioni veneziane in ordine ai due progetti di legge referendari
di suddivisione di Venezia in due Comuni autonomi. I due progetti, uno
di iniziativa popolare presentata dal comitato guidato dall'avvocato Mario
D'Elia, e l'altro del gruppo consiliare leghista, primo firmatario Daniele
Stival, prevedono la creazione dei due comuni di Mestre e di Venezia, separando
la terraferma, dal centro storico e le isole.
La proposta referendaria
è stata valutata come "inopportunà" e "impoverente" dai rappresentanti
delle categorie economiche. Massimo Albonetti della Camera di commercio
veneziana, Renato Fabbro, Biagio Da Re e Roberto Patrizio della Cna provinciale
e cittadina, Roberto Magliocco dell'Ascom veneziana, Giorgio Tamaro di
Federveneto Api, Maurizio Franceschi della Confesercenti veneziana, Antonio
Marchiori della Confartigianato di Venezia e Massimiliano Galante di Unindustria
hanno ribadito, con diversi accenti, la preoccupazione dei propri associati
per una proposta di frammentazione amministrativa e decisionale che non
aiuterebbe le funzioni di governo dell'area e impedirebbe di raggiungere
quella ''massa critica di beni e servizi" indispensabile per le leggi di
mercato.
"Suddividere il comune
lagunare in due realtà - ha affermato Franceschi- significa impoverire
sia Venezia, sia Mestre". Tamaro ha aggiunto che "l'area metropolitana
rimane una felice intuizione della politica, nonostante in dieci anni non
si sia ancora riusciti ad attuarla".
Massimiliano Galante
ha sottolineato che la logica della frammentazione è antitetica
a quella dell'economia. Contrari all'ipotesi referendaria sono anche i
rappresentanti dei grandi enti infrastrutturali veneziani, l'autorità
portuale, l'aeroporto e il parco scientifico, proiettati a programmare
e gestire la propria funzione su scala regionale, piuttosto che di microlocalismi.
Claudio Boniciolli,
presidente dell'Autorità portuale, ha avvertito che "la scomposizione
in due Comuni della realtà veneziana creerebbe una ulteriore complicazione
nei rapporti tra porto e territorio e nella gestione dello sviluppo infrastrutturale".
Per il rappresentante
di Save (Federica Bonanome, a nome di Enrico Marchi) la società
non può aver alcun interesse a una separazione che priverebbe la
''capitale" del Veneto del suo aeroporto.
Per il presidente
di Vega, Gabriele Zanetto, il parco scientifico è già una
struttura metropolitana, ("voluta dal comune di Venezia - ha ricordato-
che vi ha investito oltre 10 miliardi di vecchie lire e ne detiene la maggioranza
assoluta del capitale sociale"), che richiede una pianificazione di respiro
regionale e non potrà ricevere alcun vantaggio dall'affermazione
di interessi "localissimi".
I rappresentanti delle
aziende municipali di servizi (Valter Vanni di Actv, Paolo Seno di Vesta
ed Enrico Mingardi di Asm), da parte loro, hanno evidenziato le esigenze
imprenditoriali di aggregazione, capacità di finanziamento e di
economia di scala che solo dimensioni territoriali adeguate possono garantire
all'esercizio di funzioni di servizio. "Se Actv dovesse separare la gestione
delle proprie reti di terra e di navigazione - ha ricordato Vanni- accumulerebbe
passivi insostenibili e dovrebbe tagliare i propri servizi. Al contrario,
il riordino del trasporto pubblico richiede un fortissimo processo di aggregazione".
Per Mingardi la separazione in due comuni sarebbe una "iattura, che comporta
solo maggiori costi e nessun beneficiò". "Gli investimenti delle
aziende di servizi urbani - ha spiegato il consigliere di amministrazione
di Vesta - sono attratti da comuni di dimensioni metropolitane". No alla
separazione anche da parte dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali
confederali. Per Gabriele Vesco, segretario Uil, Venezia e Mestre sono
due realtà intimamente correlate, oggi più integrate di ieri,
da valorizzare non dividendo la terraferma dalla città d'acqua ma
"con un reale sistema di decentramento amministrativo". Per Oscar Mancini,
segretario della Camera del Lavoro di Venezia, i due progetti di legge
ignorano le profonde modifiche introdotte nell'assetto istituzionale della
Repubblica con il nuovo titolo quinto della Costituzione, sono "incostituzionali"
e rappresenterebbero un "disegno suicida" non solo per i veneziani anche
per il Veneto. Opposto invece l'orientamento della Cisal che, per bocca
del segretario Bona Mayer, ha difeso il diritto della comunità mestrina
di tornare ad essere comune autonomo, per non essere vittima delle "scelte
penalizzanti adottate sinora dai governanti veneziani".
Le ragioni dell'autonomia
della terraferma sono state ribadite anche dai rappresentanti del Movimento
per l'autonomia di Mestre e della terraferma, già protagonista dei
referendum per la separazione del 1989 e del 1984: "'Mestre deve tornare
a essere comune - hanno spiegato Marco Sbrogiò e Roberto Stevanato
- per avere una propria identità urbana e uscire dal cono d'ombra
della città d'acqua che l'ha relegata al ruolo di periferia informe".
Hanno concluso il
giro di consultazioni i rappresentanti delle maggiori istituzioni culturali
e assistenziali veneziane. Il rettore dell'Istituto veneto di architettura
Marino Folin ha confermato il parere contrario alla separazione, che -
ha detto- causerebbe una preoccupante e pericolosa disgregazione delle
relazioni tra i due territori di acqua e di terra "in assenza di una struttura
di governo sovracomunale". Il rettore dell'Università di Cà
Foscari, Maurizio Rispoli, ha sottolineato come la riforma del titolo quinto
della Costituzione, con l'introduzione della città metropolitana,
apre la via a "nuovi processi di disaggregazione e aggregazione di comuni
limitrofi", che possono quindi affermare sia la legittima esigenza di identità
specifica, sia quella di un governo allargato di interessi comuni. "Dal
comune di Venezia - ha spiegato Rispoli- potrebbero sorgere sette-otto
municipalità autonome e indipendenti, che poi si aggregano per le
funzioni metropolitane interdipendenti, come ad esempio nella gronda lagunare
o nella corona di terraferma".
www.paologiaretta.it
- Padova, 14 ottobre 2002
Commissione Speciale
per la "Città metropolitana" di Ivo Rossi (Presidente della
Commissione speciale del Consiglio comunale di Padova "Città Metropolitana")
Ai Sigg. Sindaci e
Assessori dei comuni dell'area centrale padovana, al Sig. Presidente della
Provincia di Padova, al Sig. Rettore a ai Sigg. Presidi Università,
al Sig. Presidente della Camera di Commercio Industria e Artigianato, ai
Sigg. Presidenti delle Categorie Economiche, Sigg. Segretari Provinciali
delle Organizzazioni Sindacali, ai Sigg. Presidenti degli Ordini Professionali,
ai Sigg. Presidenti delle Associazioni No Profit.
L'esigenza, sempre
più avvertita, di avviare processi di integrazione delle politiche
pubbliche all'interno dell'area urbana (comprendente, oltre al comune di
Padova, anche i comuni di prima e seconda cintura), ha indotto il Consiglio
Comunale di Padova a istituire una commissione speciale per la "città
metropolitana".
Si tratta di uno strumento
di lavoro, che non intende in alcun modo essere esclusivo, costituito con
l'intento di esplorare e favorire la collaborazione fra gli attori operanti
nel territorio, in primo luogo le amministrazioni comunali, nonché
di identificare una visione comune degli interessi dell'area e delle conseguenti
politiche. L'obiettivo verso cui orientare gli sforzi è quello di
costruire il massimo del consenso possibile attorno a proposte e progetti
condivisi.
La questione delle
politiche della "città metropolitana" è ormai più
che maturo; la sfida è quella di far fronte alla competizione che,
alla luce della crisi economica internazionale, si farà sempre più
serrata.
L'essere una delle
aree di eccellenza di livello europeo non ci mette al riparo da eventuali
contraccolpi qualora non si sia in grado di riorientare le politiche pubbliche,
in particolare in materia di infrastrutture e di servizi alle imprese ma
anche, e non è un aspetto secondario, di coesione sociale. La nostra
è un'area che ha notevoli potenzialità, in termini di ricchezza
economica, di capacità innovativa, di reti di servizio qualificate,
di "motori" di cultura, di collocazione geografica, che però sconta
una gracilità dell'armatura urbana, una frammentazione dei processi
strategici, un generale sottodimensionamento dei fattori di attrazione
in una dimensione europea. E' evidente l'insufficienza degli attuali confini
e competenze municipali per organizzare e sostenere una risposta adeguata.
E' perciò importante che i sindaci, le categorie economiche, le
associazioni e tutti i soggetti che hanno a cuore il futuro di questo territorio
sappiano ritrovare le ragioni della comunità. E' questo uno dei
compiti della commissione, forse il più difficile, quello di lavorare
per superare le diffidenze, le contrapposizioni o i piccoli campanilismi
che fino ad oggi hanno nuociuto alla comune causa. Non si tratta di una
obiettivo facile. La strada della città metropolitana è una
strada fatta di difficoltà che non ci nascondiamo. Proprio per questo
ritengo sia però importante che l'iniziativa sia capace di generare
una immediata concretezza operativa.
Ad esempio:
a) un primo immediato accordo tra i Comuni sui fattori strategici di sviluppo, sciogliendo nodi mai sciolti: è possibile ricondurre le zone industriali e artigianali ad una pianificazione e a una gestione integrata? E' possibile trasformare le infrastrutture di trasporto, in primo luogo la rete del nuovo sistema tranviario, in strumento metropolitano a servizio di tutta l'area e non solo di quella centrale? Si è in grado di pensare le politiche abitative, in particolare quelle di edilizia pubblica, in un'ottica integrata? Si possono concepire le politiche sanitarie, in particolare la realizzazione di un nuovo polo ospedaliero, abbandonando la logica che le colloca tutte a ridosso delle cupole del Santo? Siamo in grado di trasformare le aziende multiservizio operanti nell'area in strumento di crescita e di miglioramento della qualità dei servizi e di offerta di nuovi servizi innovativi? Gli esempi potrebbero continuare. Si tratta di decisioni che potrebbero essere assunte subito, i cui vantaggi rafforzerebbero anche la definizione di un nuovo soggetto istituzionale;E' necessario inoltre avviare una riflessione che sappia promuovere il riconoscimento del nuovo senso di appartenenza alla comunità, una comunità che ha perso l'identità del campanile e che non ha ancora saputo riconoscere la sua nuova identità, il ruolo che svolge all'interno dell'area veneta. Si tratta in sostanza di favorire un processo di maturazione dell'organismo città, di promuovere la ricerca della "coscienza" di sé. Affrontare queste questioni è la premessa indispensabile affinché, con il contributo di tutti, la città si interroghi e sappia costruire risposte credibili a domande ormai ineludibili. L'Europa delle città, il riconoscimento che le città non sono più, se mai lo sono state, una semplice appendice dello Stato, quanto piuttosto delle realtà a cui vengono richieste sempre nuove competenze, capacità di rappresentare globalmente le soggettività economiche e sociali è la "sfida" dei prossimi decenni, la sfida del nuovo rinascimento padovano.
b) la convocazione della "Comunità degli interessi metropolitani" in modo da avviare un grande processo partecipativo: i consigli comunali, le autonomie funzionali, i soggetti culturali non devono essere visti come un inciampo, ma come uno straordinario motore per far marciare l'iniziativa.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet - 15 ottobre 2002
Il referendum e
la Città Metropolitana di Carlo Rubini
In merito alle consultazioni
avviate dalla 1° commissione regionale sulla meritevolezza del referendum
sulla separazione del Comune di Venezia, il Comitato Venezia unita e metropolitana
per il Veneto conferma l’opinione già espressa in occasione dell’audizione
in commissione in marzo.
Il Comitato è
favorevole alla meritevolezza del quesito referendario, da decretarsi tuttavia
solo nel momento in cui verrà effettuato il primo atto legittimo
costitutivo della Città Metropolitana. Sino a quel momento il giudizio
va sospeso essendoci un’evidente conflittualità con il dettato costituzionale,
che viene a cessare con l’istituzione della Città Metropolitana.
Quanto al merito del
quesito, il Comitato, qualora dovesse celebrarsi il referendum a istituzione
avviata, è contrario alla separazione in due parti dell’attuale
comune, perché il Comune stesso andrà diviso in un numero
superiore di Comuni, più o meno tanti quanti erano precedentemente
all’annessione del ’26, per restituire loro l’antica autonomia nella cornice
istituzionale metropolitana.
La Nuova di Venezia
e Mestre internet - 18 ottobre 2002
Secondo quanto ha
dichiarato Carlo Alberto Tesserin, presidente della commissione regionale
che esamina la richiesta di referendum per il riordino delle Autonomie
Amministrative di Venezia e di Mestre, il referendum si svolgerà
nel giugno del 2003. La commissione finirà a dicembre i suoi lavori
sulla meritevolezza della richiesta di referendum, quindi passerà
al Consiglio Regionale la decisione definitiva. Ma dopo il parere della
Commissione la cosa è vincolata.
L’avvocato Mario d’Elia,
presentatore delle quattro richieste di referendum, sostiene "referendum
e città metropolitana sono cose diverse. L’una non è antagonista
dell’altra" Vengano ora ascoltati gli elettori veneziani e mestrini. Medesimo
pensiero esprime l'architetto Giampaolo Pighin responsabile del Movimento
autonomista mestrino. "I tempi sono maturi", per una vittoria del "SI"
dice sicuro d'Elia.
utenti.lycos.it/autonomiavenezia
Movimento Autonomia
Venezia - Notizie - 19 ottobre 2002
Intanto il Sindaco
Costa presenta l’ennesimo progetto di Città metropolitana alla Regione.
Sarebbe interessante conoscere cosa hanno fatto negli ultimi decenni i
sostenitori della città metropolitana, avendo avuto ruoli di governo
di livello nazionale, regionale, provinciale e comunale, senza concretizzare
nulla su questa fantomatica nuova istituzione.
Nel settembre del
2000 il sindaco Costa ha firmato un protocollo d'intesa con il sindaco
di Padova signora Destro, anche questo è caduto nel calderone del
dimenticatoio. Del resto la città metropolitana non è passata
ne a Roma, ne a Milano, ne in nessuna delle altre dieci città in
cui è prevista. D’altronde le amministrazioni comunali della Provincia
di Venezia sono tutt’altro che entusiaste di entrare in quello che potrebbe
diventare, per loro, un soffocante baraccone burocratico.
Seguendo l'iniziativa
di Costa finiremmo per avere una città metropolitana a pelle di
leopardo.
Per paradosso potremo
dire che i veri sostenitori della città metropolitana siamo noi
dell’autonomia di Venezia e di Mestre. Infatti di Città metropolitana
se ne parla solo in reazione a nostre iniziative. Senza di noi di città
metropolitana non se ne parlerebbe più.
Il Mattino di Padova
- 10 novembre 2002
Area metropolitana.
I sindaci a confronto. Gli amministratori della Commissione a Palazzo Moroni
di Corrado Andolina
Governare l'area metropolitana
con i suoi 400 mila abitanti, la mega-città cresciuta negli ultimi
vent'anni per mettere fine al caos della viabilità. E' partita con
il piede giusto la Commissione bipartisan presieduta da Ivo Rossi, capogruppo
della Margherita. Presenti primi cittadini e assessori di Padova, Abano,
Albignasego, Ponte San Nicolò, Casalserugo, Legnare, Saonara, Noventa,
Vigonza, Cadoneghe, Vigodarzere, Limena, Rubano e Selvazzano. Unico assente
il sindaco di Villafranca, Domenico Galeota, nel cui territorio si stanno
giocando le importanti partite della circonvallazione ovest e del confronto
Sita-Aps sui trasporti pubblici.
Ivo Rossi, presidente
della commissione, esprime entusiasmo per i lavori, anche se "per quanto
riguarda il blocco del traffico previsto per il prossimo fine settimana,
è probabile che le ricadute del provvedimento continuino a fermarsi
ai confini di Padova". Una nota dolente. "E' necessario al più presto
- spiega Rossi - un sistema integrato di trasporti che garantisca tempi
certi di percorrenza.
Attualmente la città
paga con alti costi sociali ed economici una pianificazione del territorio
e una collaborazione con i Comuni contermini che è ancora disomogenea
in troppi settori: dalla viabilità alla salute, dall'ambiente allo
smaltimento rifiuti".
Tutti d'accordo, in
linea di principio, i sindaci intervenuti all'incontro. In ballo non solo
l'assetto infrastrutturale di un territorio cittadino allargato, ma anche
lo sviluppo a lungo termine di un'intera regione e di alcuni importanti
progetti europei. Come il corridoio europeo 5, da Barcellona a Kiev, che
passerà proprio da qui, incrociando il distretto informatico.
"Bisogna ragionare",
continua Rossi, "secondo logiche ad ampio respiro. Basti pensare che il
10% degli operai e delle aziende venete è dislocato in Romania.
La nostra periferia lavorativa non è più la provincia, ma
l'Europa". Per questo sono già nell'agenda della commissione incontri
con rettore e presidi dell'Università, per una collaborazione in
studi settoriali che analizzino le dinamiche demografiche ed economiche
del territorio.
Sulla stessa lunghezza
d'onda il sindaco Giustina Destro e il presidente della Provincia Vittorio
Casarin: Padova come "baricentro di un sistema regionale complessivo".
Non mancano accenni
polemici. "Quello che come cintura urbana soffriamo", sottolinea Giovanni
Ponchio, sindaco di Abano, "sono le scelte che finora Padova ha portato
avanti singolarmente, scaricandoci addosso problemi come traffico e viabilità".
C'è anche chi,
come il sindaco di Ponte San Nicolò, accenna ai problemi di coordinamento:
"Non sempre i canali comunicativi sono agevoli - rileva Gaetano Calore
- anche se ormai il momento per unire le forze è maturo".
Il sindaco di Selvazzano,
Gino Borella, sposta l'attenzione sul "centrale della fiscalità,
cioè l'uscita dal singolo confine amministrativo: per farlo, bisogna
cambiare i presupposti di pianificazione regionale a cascata".
La storia: decenni
di infinite discussioni e pure una legge regionale per la fusione di
M.G.
Quanti anni ha l'idea
di una città metropolitana? Decenni. Fissiamo un'istantanea: agosto
del 1990. A Padova era appena nata la nuova Giunta: De, Psi, Psdi Pri.
Il Comune di Padova invita gli altri comuni a fare sinergia tra città
e periferia (il baco sta proprio nell'idea di partire con una posizione
predominante). Si propone una conferenza permanente dei sindaci, al costruzione
di Consorzi e la trasformazione delle aziende municipalizzate in vere e
proprie aziende consortili. Si parla di costruire un'Associazione dei comuni
dell'area urbana, in sostituzione della Patreve (...).
La prima conferenza
dei sindaci data 1992, resta solo un momento solenne di confronto. Poi
arriva il progetto di legge regionale del 2003 di Ivo Rossi per la fusione
dei tredici comuni della cintura. Discussioni a non finire, molti consigli
comunali la bocciano anche quello di Padova si spacca. Seguono dieci anni
di discussioni, poi l'abbandono e oggi il nuovo tentativo.
www.leganord.veneto.it
– Comunicati stampa – 22 novembre 2002
Padova città
metropolitana? Intervento: I Padovani vogliono davvero una città
metropolitana? di Maurizio Conte (Consigliere Regionale Lega Nord)
Fare di Padova, Venezia
e Treviso (e del loro hinterland) un’unica area metropolitana, un’unica
città? E’ l’interrogativo cui da tempo si cerca di dare una risposta
concreta, e che recentemente è rimbalzato di nuovo agli onori delle
cronache soprattutto nel Padovano. Ma quali sarebbero le prospettive di
una tale scelta? La vita dei cittadini potrebbe cambiare? E in che modo?
Lo sviluppo industriale
e la crescente urbanizzazione hanno creato ai giorni nostri nuove aree
a ridosso delle città e lungo le principali arterie stradali di
collegamento. Gli enti locali (primi fra tutti, Comuni e Province) si sono
trovati a dover affrontare le problematiche connesse a tale sviluppo (si
pensi alla viabilità, alla gestione dei servizi, alla tutela del
territorio (…) in un’ottica più ampia di quella del singolo ambito.
In un sistema sempre più "globalizzato", dove grazie a Internet
è possibile ad esempio vendere direttamente e in tempo reale un
prodotto in tutto il mondo, occorre offrire una risposta concreta e immediata
alla mancanza di infrastrutture di collegamento che ormai sono un’esigenza
pressante per la competitività del sistema produttivo veneto. E
molto spesso queste soluzioni si possono individuare in una dimensione
interprovinciale, se non addirittura interregionale.
Per quanto concerne
le entità territoriali, il Testo Unico degli Enti locali ha ridisegnato
la normativa relativa alle aree metropolitane e alle città metropolitane.
Senza dimenticare che nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata
l’8 marzo scorso, la città metropolitana viene prevista a livello
costituzionale.
Ma cosa potrebbe significare
la creazione di una città metropolitana? Un’opportunità di
sviluppo o un’ulteriore struttura burocratico–amministrativa sulla testa
dei cittadini? Non vorrei che, come spesso avviene in Italia, invece di
affrontare concretamente i problemi li si demandi a nuovi centri decisionali,
che alla fine non decidono in quanto si scontrano con le competenze degli
altri enti, destabilizzando ancora maggiormente gli equilibri gestionali
del territorio. La città metropolitana potrebbe quindi diventare
l’ennesimo ente intermedio che va ad aggiungersi a quelli già esistenti
(Regione, Province, Comuni).
Vedo quindi con perplessità
la volontà di introdurre, addirittura nel dettato costituzionale,
le città metropolitane, un’entità sicuramente non propria
della cultura territoriale veneta che, in quanto ulteriore organismo intermedio
di decentramento, nulla ha a che vedere con il reale federalismo e che
può avere invece l’effetto di dilatare ulteriormente la spesa pubblica
e allontanare la prospettiva di una riduzione della pressione fiscale a
carico della collettività.
Diversa potrebbe essere
una città di servizi, nella quale si attui una pronta risposta alle
esigenze dei cittadini e in cui sia prioritaria l’attenzione ai bisogni
delle fasce più deboli della popolazione, con una gestione attenta
in termini di servizi pubblici (trasporti, raccolta rifiuti…) e con particolare
riguardo ai costi e al gradimento del servizio. Ritengo quindi che, senza
giungere alla creazione di nuove entità, prima di tutto vi deve
essere la necessità che la città risponda ai cittadini, che
sia controllato il gradimento dei servizi, che l’offerta dei servizi sia
appropriata ai bisogni e, per quanto possibile, non incida troppo, sotto
il profilo economico, sui popolazione. Una città a misura d’uomo,
ma non soltanto: a misura dei giovani, delle giovani coppie, delle fasce
disagiate, degli anziani, degli studenti, delle donne che intendono crescere
i propri bambini in un ambiente salubre. Una città che guardi al
futuro salvaguardando il presente e la storia della cultura veneta. Una
città in cui la sera si possa uscire tranquilli, una città
pulita, verde, accogliente, a riparo dalla criminalità.
www.lapadania.com
– 22 novembre 2002
"Il Veneto non
avrà aree metropolitane". La Lega si oppone in Regione di Alberto
Rodighiero
Lo sviluppo urbanistico
e industriale hanno dato vita, soprattutto nel Veneto, a nuove entità
territoriali. Da qualche anno si sente sempre più parlare di città
metropolitana.
Nel caso del Veneto
è parlato di un'unica aera metropolitana che dovrebbe comprendere
Padova, Venezia, Treviso e il loro hinterland.
Anche a livello legislativo
pare che la faccenda sia già stata affrontata con il Testo Unico
degli Enti locali che ha ridisegnato la normativa relativa alle aree e
alle città metropolitane, e che con la riforma del Titolo V della
Costituzione, approvata lo scorso 8 marzo, la città metropolitana
viene prevista a livello costituzionale.
Ma questa nuova entità
territoriale cosa comporterà per i cittadini? Una nuova opportunità
di sviluppo o un'ulteriore struttura burocratico-amministrativa? A porsi
questi interrogativi è Maurizio Conte, Consigliere Regionale della
Lega Nord e Presidente della Settima Commissione (Ecologia e Tutela ambientale)
che sulla vicenda si dichiara piuttosto scettico in quanto – "la città
metropolitana potrebbe diventare l'ennesimo ente intermedio che andrebbe
ad aggiungersi a quelli già esistenti (Regione, Province, Comuni).
Vedo quindi con perplessità la volontà di introdurre, addirittura
nel dettato costituzionale, la città metropolitana, un'entità
sicuramente non propria della cultura territoriale veneta, che in quanto
organismo intermedio di decentramento, nulla ha a che vedere con il reale
federalismo e che può avere invece l'effetto di dilatare ulteriormente
la spesa pubblica e allontanare la prospettiva di una riduzione della pressione
fiscale a carico della collettività".
Il Gazzettino di
Padova - 1 dicembre 2002
Grande Padova.
Tutti d'accordo al summit nella sala consiliare di Palazzo Moroni:
"E' una necessità. Non esistono alternative". Città
Metropolitana, il progetto al giro di boa. Il percorso: approfondimento
tecnico con tutti gli assessori comunali all'urbanizzazione e studio
di un piano regolatore di Paolo Gabrielli
Oramai non è
più solo un'idea, ma una necessità. Nel senso che non ci
sono alternative. La "Grande Padova", o meglio l'istituzione di una Città
Metropolitana come nucleo di 400 mila abitanti che agglomeri il capoluogo
ed altri comuni della cintura urbana, è una via obbligata da percorrere.
Si tratta solo di individuare il cammino, di studiare le strategie più
adatte per raggiungere l'obiettivo. Lo impongono l'integrazione dei servizi,
la conformazione stessa del territorio, i problemi di urbanizzazione e
di viabilità, e la necessità di coordinare gli insediamenti
industriali.
Tutti d'accordo ieri
mattina nella sala del consiglio comunale dove si è svolto l'incontro
organizzato dalla commissione Città Metropolitana presieduta da
Ivo Rossi. Un summit al quale hanno partecipato i rappresentati delle categorie
produttive, degli ordini professionali, degli enti economici e delle organizzazioni
sociali. Presenti i sindaci del Comuni interessati e, tra gli altri, Luca
Bonaiti, presidente di Unindustria, Francesco Peghin dei Giovani Industriali,
Roberto Ongaro della Zip, Renzo Sartori dei Magazzini Generali, e Diego
Chiesa, amministratore delegato dell'Agrimercato.
Dopo due ore di dibattito,
Ivo Rossi, il cui nome è legato anche al vecchio progetto della
"Grande Padova", è soddisfatto. "A questo punto annuncia
faremo un approfondimento tecnico con tutti gli assessori all'urbanizzazione.
In un secondo tempo studieremo il piano regolatore della Città Metropolitana.
Infine, con il concorso della Camera di Commercio, organizzeremo degli
incontri per siglare i primi accordi". Intanto, entro una decina di giorni,
Rossi conta di incontrare anche il Rettore ed i presidi di facoltà
per coinvolgere nel progetto anche l'Ateneo.
La "Città Metropolitana"
come la "Grande Padova"? "Non proprio spiega il presidente della
Commissione l'impostazione è radicalmente mutata. Se nel '90
si parlava di creare un nuovo organismo suscitando notevoli resistenze
da parte dei Comuni minori, stavolta partiamo dall'individuazione e dalla
soluzione di alcuni problemi, primo fra tutti quello della pianificazione".
Il perché è presto detto. "E' impossibile oggi immaginare
una quindicina di soggetti intenti a disegnare singolarmente il territorio
spiega Rossi I problemi di viabilità, ad esempio, sono
figli della pianificazione disordinata degli ultimi 30 anni. Ci vuole perciò
un unico disegno ed anche gli insediamenti produttivi vanno coordinati.
Dobbiamo perciò costruire processi che siano condivisi da tutti".
Sono parole che suonano bene anche alle orecchie degli industriali.
"L'allargamento è
una necessità ammette il presidente Luca Bonaiti perché
il problema degli insediamenti riguarda tutta la provincia. Ben venga quindi
la proposta di fare un tavolo di coordinamento fra tutte le categorie,
tenendo però conto dell'importanza di ordinare i servizi di supporto
alle imprese per consentire loro di ottenere grandi sinergie economiche".
Roberto Ongaro ricorda
che bisogna riconvertire l'area nord della Zip, e che va risolto anche
il problema della frantumazione delle zone industriali. "Purtroppo
sottolinea finora sono stati fatti pochi passi avanti, da parte di
troppi sindaci abbiamo avuto solo dichiarazioni di intenti". Anche la viabilità
deve essere coordinata.
E Diego Chiesa, cita
un esempio da evitare: quello del Centro Brentelle di Rubano. "Non c'è
stata programmazione tra Padova e la cintura urbana dice con
gravi conseguenza per il traffico".
Alla fine è
Giuliano Lenci, consigliere anziano, a lanciare un invito: "Stavolta cerchiamo
di farcela. Studiamo un percorso che dia risultati concreti". L'invito
viene accolto.