RASSEGNA STAMPA  SULL’AREA E CITTÀ METROPOLITANA VENETA
VENETOLAVORO N. 13 ANNO 1999
UN APPELLO PER LA CITTÀ METROPOLITANA
Di fronte ai fenomeni di disintegrazione, inaugurati dalla scissione del Cavallino, va riaffermato anche sul versante istituzionale il ruolo della Città Metropolitana come unico strumento per garantire la salvaguardia e il governo unitario del territorio, mantenendo l’identità plurale del capoluogo lagunare. Il testo dell’appello di Giuseppe Santillo.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo – anche perché in linea con una strategia da decenni portata avanti dal movimento sindacale veneziano e veneto – un appello rivolto dall’Assessore al Decentramento del Comune di Venezia Giuseppe Santillo alle forze politiche e sociali per la costituzione della Città Metropolitana di Venezia. A breve il Parlamento inizierà l’esame di revisione della legge speciale per Venezia. Si parlerà di salvaguardia del sistema ambientale ed ecologico, ma soprattutto di quali strumenti sia opportuno mettere in campo, affinché l’intero sistema di manutenzione e bonifica possa effettivamente essere realizzato. Si fa urgente, pertanto, l’apertura di un grande dibattito sul futuro di Venezia. E’ quanto mai necessario che il discorso interrotto alcuni anni fa sul destino metropolitano di Venezia (che aveva già raccolto l’adesione di venticinque comuni e un impegno straordinario dell’allora consiglio provinciale) sia ripreso: un nuovo patto per la Città metropolitana fra tutti i comuni interessati deve nascere, e così fra loro e le realtà municipali veneziane che sostituiranno l’attuale capoluogo. Per questo, tutte le voci della società civile, che inevitabilmente sono legate a quel discorso incompiuto, devono farsi sentire e riappropriarsi del futuro di Venezia. Mi riferisco ai sindaci, alla regione, alla provincia, ai parlamentari, ai quartieri, cioè ai soggetti che hanno un ruolo essenziale nel tessuto istituzionale delle nostre città. Ma anche mi rivolgo alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, alle associazioni, al mondo della cultura (veneziano, ma anche nazionale e internazionale), cioè le forze vive della società, che producono quelle relazioni che fanno del veneziano una realtà spiccatamente metropolitana. L’intervento di tutti questi soggetti è indispensabile per immaginare un futuro diverso dal collasso istituzionale già annunciato. Sì, perché dopo il distacco del Cavallino e i sussulti che in molti quartieri stanno emergendo, nuove dolorose separazioni vengono evocate e tra queste, la più grave, è quella di Mestre. Venezia rischia a breve di coincidere solo con la sua Basilica e il suo Palazzo Ducale. Ebbene, non vi potrà essere una effettiva salvaguardia ambientale ed ecologica del territorio veneziano, se di fronte vi è una frantumazione istituzionale di queste proporzioni. Anzi, noi tutti sappiamo che la salvaguardia si realizza solo agendo su un territorio vasto, oltre i confini comunali. Vi è la necessità, cioè, di un riordino di competenze, con un efficace livello sovracomunale, che sappia programmare gli interventi, far gestire le opere di bonifica e di risanamento, controllare l’instaurarsi di un modello di sviluppo compatibile con la straordinarietà dell’ambiente veneziano. D’altra parte, Venezia ha davvero un’identità plurale, propria della sua specificità territoriale, urbana ed ecologica, che chiede un governo altrettanto complesso. Nessun altro sistema urbano contiene in sé elementi strutturali così diversi e così complementari, come Venezia, col suo patrimonio insulare, lagunare, industriale, culturale, sociale, urbano, legato irrimediabilmente ad un entroterra vasto. L’unico strumento che può garantire entrambi questi obiettivi (salvaguardia e governo unitario) è oggi la Città Metropolitana. In tal senso ho recentemente presentato una proposta di legge, da inserire nei testi di riforma della legislazione speciale per Venezia, perché sono convinto che la Città Metropolitana sia davvero il sistema più efficace, più efficiente, più moderno e più europeo, per affrontare il governo complesso del sistema territoriale veneziano. Questa iniziativa non significa l’abbandono della battaglia comune, portata avanti finora con le altre grandi città italiane, affinché nel nostro Paese vengano realizzate finalmente le Città Metropolitane. Ma la proposta di sperimentare, qui e ora, questo strumento istituzionale, assume il carattere d’urgenza del caso veneziano, la necessità irrinviabile di far sopravvivere la città. Eppure non basta tenere sui tavoli una proposta di legge. Bisogna metterle le ali. Da qui il mio appello a tutti i soggetti che inevitabilmente sono coinvolti e interessati a questo progetto, di far sentire subito la propria voce. Giuseppe Santillo - Assessore al Decentramento Comune di Venezia


AREO – WebMagazine della Unione degli Industriali della Provincia di Treviso– Anno 2000 – n. 7 del Marzo 2000
L'OPINIONE: Una Provincia che ha bisogno di Cultura Infrastrutture e Politica di Ciro Perusini
Il presente articolo è un contributo spontaneo dell’Arch. Ciro Perusini. Areo ha deciso di pubblicarlo per arricchire un dibattito che stenta ad uscire dal ristretto ambito degli specialisti, ma che interessa tutti i soggetti della società civile. Vorrei innanzitutto bandire la retorica che talora si accompagna a questi temi.
Vorrei bandire "Nordest", che non significa nulla; vorrei bandire "Padania", che non è e non è mai stata e non sarà mai; vorrei bandire "Veneto Orientale", che può indurre in errore chi non conosce la geografia; vorrei bandire soprattutto, da trevigiano verace, "Marca trevigiana", appellativo grossolano e anacronistico, poiché significa ‘marginalis’, di confine: Treviso non lo è più da mille anni; vorrei infine bandire il famigerato triangolo PATREVE e VEPATRE e così via nei sei modi possibili. Che poi questo Veneto Centrale abbia tre città che costituiscono i vertici di un triangolo è pura questione geometrica. Un triangolo peraltro molto elastico, con l’ipotesi minima di un’area stretta solo intorno a Venezia ed una assai larga fino a Vicenza (Ddl Gottardo 1991) o fino a Belluno (socialisti trevigiani nel 1991). Il triangolo ha corso il rischio di diventare quadrilatero. Un triangolo con molti amici e molti nemici. Primi fra i nemici più accaniti i difensori ad oltranza dello stramaledetto policentrismo. Altro che Area Metropolitana: si deve parlare di "Agropoli Veneta", scrisse qualcuno dieci anni fa. Più che individuare i modelli e i confini e le forme del governo metropolitano e i luoghi delle sedi decisionali, è importante riflettere se la Città Metropolitana sia un’opinione politica, vezzo culturale o necessità economica. Treviso, forse la città più opulenta del Veneto Centrale, è una città isolata. Che sia opulenta si vede nei bilanci astronomici di Cassamarca, rifugio tradizionale dei risparmi dei trevigiani. Che sia opulenta si vede nella ricchezza diffusa nelle campagne prossime al capoluogo, modello Benetton. Che sia opulenta si vede nelle trasformazioni d’uso della città rinascimentale, dove prima stavano ventimila residenti e ora ce ne sono poco più di seimila poiché la città è diventata un immenso ufficio e un’immensa bottega di merci pregiate: gioielli, alta moda, antiquariato d’arte. Che sia isolata è presto detto: Treviso soffre di tre gravissime condizioni di isolamento, quelle che Gian Antonio Stella ha messo bene in rilievo nel suo brillante libro Schei: sono il deficit di cultura, il deficit di infrastrutture, e il deficit di politica. Più che altrove, questi tre divari si vedono bene a Treviso e costituiscono altrettante forme di isolamento. n deficit culturale: Teatro chiuso, biblioteca chiusa, Museo non si sa, persi i Comics, quasi perso il Comisso; al loro posto Ombralonga e simili altre porcherie, che costituiscono la peggiore espressione della trevigianità. In compenso abbiamo tre squadre sportive in serie A. n deficit politico: andate a vedere chi e come comanda a Treviso. n deficit infrastrutturale: nell’ambito trevigiano le infrastrutture per la mobilità sono altamente inefficienti, sia in senso nord-sud (andate a vedere la Statale 13 Pontebbana), sia in senso est-ovest (andate a vedere la Statale 53 Postumia); e le ferrovie non stanno meglio. In queste condizioni Treviso corre il pericolo mortale di essere definitivamente relegata in periferia, anonimamente, senza connotati. Il pericolo mortale di restare isolata nella sua opulenza, nel suo salotto buono, tranquillo e sonnacchioso salotto del Veneto Centrale. In questo benedetto/maledetto Veneto Centrale la pianificazione della città, spazio urbano troppo angusto per avere rilevanza territoriale, mostra da molto tempo i suoi limiti. E poiché è indiscutibile che una buona pianificazione sovracomunale - metropolitana, appunto - sia condizione necessaria, sia pure non sufficiente, per il buono stato di salute di un territorio, la crisi della pianificazione territoriale è preludio inequivocabile della crisi strutturale del Veneto Centrale. Abbiamo costruito un meccanismo infernale di scatole cinesi, che comprendono tutto e nulla, dal PTRC agli strumenti urbanistici attuativi. Il PTRC, il Piano dei Piani come ipocritamente lo chiamano, non coordina nulla, pieno com’è di vuote proposizioni e vanificato dalla consolidata pianificazione di base: insomma, dai PRG non si torna indietro e Treviso non è coordinato nemmeno con Ponzano e Carbonera. I PTP, l’uno in concorrenza all’altro, sono inutili e dannosi: quello di Treviso, preoccupatissimo per esempio di proteggere gli aucùpi (che sarebbero i sistemi di reti per catturare gli uccelli, che da noi chiamiamo roccoli), si dimentica, come il suo poco illustre superiore gerarchico, di indicare in grafia la grande viabilità. Inconfessato obiettivo della pianificazione urbanistica comunale è infine che ciascun soggetto, pubblico o privato, faccia quello che vuole, l’uno all’insaputa dell’altro. Fissa restando l’attuale organizzazione territoriale in Comuni, Province, Regioni (articolo 114 della Costituzione), è ineludibile l’impegno di semplificare la gerarchia in piani che in quella organizzazione si riflette, ma che si è dimostrata incapace di un’efficace politica di coordinamento. Eppure l’Area Metropolitana di fatto c’è già. E’ nata 500 anni fa, quando il successo della Lega di Cambrai ad Agnadello (1509, mezza Europa contro Venezia) apre di fatto la crisi veneziana. Subito dopo la Serenissima munisce Padova e Treviso, che resteranno inespugnate, e trasferisce in terraferma le ricchezze venute dall’Oriente. L’Area Metropolitana c’è da allora, anche se il potere è ancora fortemente concentrato a Venezia e vi resterà fino a Campoformido. E da allora si sono configurati i ruoli: n di Venezia: prevalentemente nel terziario pubblico e privato; n di Padova: prevalentemente nel commercio e nei servizi privati; n di Treviso: prevalentemente nel settore manifatturiero, forte e diffuso, collocata strategicamente com’è tra la Pedemontana e la Laguna, in un ambito territoriale del tutto singolare, dove i caratteri insediativi tradizionali e i caratteri produttivi sono fortemente integrati. L’Area Metropolitana c’è già: si svolgono in essa, in modo intenso, tutte le possibili attività dell’uomo, nella straordinaria sintesi che ne fece la Carta di Atene nel 1942, breviario dell’urbanistica moderna: vivere, lavorare, circolare, avere cura del proprio corpo e della propria mente. Tutte molto attive nel Veneto Centrale le funzioni della Città Metropolitana, non ce n’è una sola, tuttavia, che sia soddisfacente, o perché non razionale, o perché non economica. Facciamone una breve rassegna, vista da Treviso: Esigenze primarie della Città Metropolitana, caratterizzata fra l’altro da consistenti pendolarismi, sono la rapidità, l’economicità e l’efficienza della mobilità territoriale, che a Treviso non è rapida, né economica, né efficiente; se la Tangenziale di Mestre e la Romea non trovano ancora adeguata soluzione, a Treviso gli ultimi otto chilometri della A-28 sono bloccati dall’ottusità di taluni ambientalisti, la cosiddetta Venezia-Monaco non serve a nulla e fa ridere tutti ma non è ancora defunta, la Pedemontana è indispensabile ma non trovano accordo la tipologia ed il tracciato; da cinquant’anni si discute della metropolitana di superficie e intanto da Treviso a Venezia si impiega un’ora: velocità media 35 chilometri all’ora, la stessa che qualcuno ha misurato per la mobilità generale pubblica e privata nel Veneto Centrale. Non meno importanti delle infrastrutture per la mobilità, non sono efficienti a Treviso, né economiche, una quantità di altre funzioni metropolitane: la riconversione delle attività produttive dismesse: grandi aree in posizione strategica, come l’ex Ospedale psichiatrico a Treviso o l’ex Polverificio a Paese, pure assai preziose, non hanno ancora trovato una destinazione soddisfacente; gli interporti e i parchi tecnologici: sono stati spesi 35 miliardi a Treviso per fare una Treviso Servizi che nessuno vuole e che non serve a nessuno; l’Università: si corre il rischio di avere a Treviso una università di serie B, poiché Venezia e Padova non le daranno certamente i corsi ed i docenti più prestigiosi: non succederebbe se ci fosse un sistema universitario organico, unitario e complessivo, che valorizzerebbe non solo chi riceve ma anche chi dà:

Per non dire dei problemi non risolti di igiene ambientale, dei rifiuti urbani, di cave e discariche, dei servizi alle imprese, dei servizi amministrativi, dei sistemi di informazione, delle strutture pubbliche e private per la sanità. La Città Metropolitana non è condizione sufficiente per risolvere questi problemi, ma è condizione necessaria per affrontarli e per esercitare un effettivo, efficace coordinamento. Se Treviso resterà isolata nel Veneto Centrale, nessuna delle fondamentali attività umane sarà soddisfacente, razionale ed economica. E Treviso resterà isolata finché non saranno attivati o riattivati i raccordi necessari con Venezia e con Padova. Soprattutto con Venezia. Che fare? Demolire il falso alibi del policentrismo, innanzitutto, ma soprattutto rifondare il quadro legislativo e restaurare la programmazione, rimuovere il ruolo di sudditanza Venezia-Terraferma, sviluppare la cultura metropolitana. Il policentrismo del Veneto Centrale è una realtà storica e geografica, caratterizzata da una precisa gerarchia di centri, ben definiti livelli di rango in funzione della dotazione di servizi rari e della distanza dal centro di livello superiore. Questa organizzazione, fondata com’è sulle gerarchie di potere, cioè su livelli di decisione, è esattamente il contrario della Città Metropolitana. Non necessariamente perniciosa all’origine, in tempi recenti è stata usata in modo perverso e ha prodotto danni irreversibili. Non solo perché è finita l’egemonia del livello superiore rispetto a quello più basso, ma soprattutto perché il modello non ha più motivo di esistere, anacronistico e obsoleto, a causa soprattutto della debolezza del sistema infrastrutturale: a Treviso gli amici del policentrismo non hanno ancora capito che il problema non è più di collegare Treviso con Preganziol, ma la Liguria con la Pannonia, come fecero i Romani 2150 anni fa con la Postumia consolare a Nord di Treviso. E’ codesto policentrismo, codesto modello arcaico di organizzazione territoriale il maggior nemico della Città Metropolitana. Non c’è dubbio che alla demolizione del policentrismo debba accompagnarsi una radicale riforma del quadro legislativo. Della legge urbanistica nazionale, innanzitutto, che, ancora decorosa dopo sessant’anni, è tuttavia decrepita. E della legge regionale, che pure anagraficamente più giovane è nata vecchia ed è più vecchia che mai. Ma è forse necessario riaggiustare la stessa 142/1990 con la variante 265/1999 e addirittura rivisitare la Legislazione speciale per Venezia. E poi restaurare l’istituto della programmazione che tutti i Paesi fanno da sempre per stile di governo e che noi abbiamo voluto per legge e non facciamo. Forse non c’è un ruolo di sudditanza Venezia-Terraferma, ma è come se ci fosse. Non è ozioso sottolineare che le relazioni fra Venezia e Padova e fra Venezia e Treviso sono molto intense, mentre le relazioni tra Treviso e Padova sono pressoché insignificanti. Ciò significa che Venezia ha sempre esercitato un ruolo egemone. E tuttavia è sempre stata estranea rispetto alle altre città del Veneto, addirittura all’immediato retroterra. E per molti versi lo è ancora. Eppure Venezia ha bisogno della terraferma, come aveva ben capito la Serenissima, quando ha investito nelle campagne i proventi dei traffici messi in crisi dal turco. La ricchezza di Venezia è sempre stata lo scambio, la dinamica no la statica. Venezia deve capire che non basta più la posizione di rendita, garantita dalla sua collocazione strategica; deve capire che bisogna dare per ricevere, per sopravvivere se mi è consentito il solo apparente paradosso. Sicché l’egemonia di Venezia e la sudditanza sulla terraferma non hanno più motivo di essere. Rimuoverle non significa però - attenzione - autonomia amministrativa: significa stabilire un patto territoriale. I trevigiani sbaglierebbero se, presi da antiche soggezioni, temessero un patto territoriale con Venezia: proprio la Città Metropolitana è infatti condizione necessaria per rimuovere i divari dell’isolamento e conquistare i vantaggi dell’integrazione delle economie e del coordinamento delle attività. Sviluppare una cultura metropolitana significa innanzitutto superare gli angusti confini del campanile, dell’individualismo e dell’egoismo territoriale. Non è impegno da poco. In questa terra e in quest’epoca comandano tutti e non decide nessuno. Mi auguro che non succeda come è successo a due passi da qui, dove i mutati rapporti economici e politici con l’Est europeo avrebbero dovuto indurre i triestini ad approfittare dell’occasione, ma la loro tradizionale accidia ha fatto prevalere la prepotente iniziativa degli sloveni. Mi auguro che non succeda anche qui, perché la Città Metropolitana è una necessità economica, un dovere sociale, un impegno morale. Il rischio delle tre palle al piede non consente indugi.

CITTA' METROPOLITANA: INDUSTRIALI SU ACCORDO VENEZIA-PADOVA
(ANSA) - VENEZIA, 3 OTT - ''L'accordo Destro-Costa rappresenta, nell'attuale panorama politico-amministrativo, la prima proposta reale di cambiamento''. Lo rileva Luigi Rossi Luciani, presidente di Industriali Veneto, a proposito del recente protocollo d'intesa fra i sindaci di Padova e Venezia per la città metropolitana. ''Vorrei credere - prosegue Rossi Luciani - che essa sia frutto di un positivo confronto tra due culture: quella universitaria e quella imprenditoriale, che fino ad oggi nelle imprese non hanno espresso grandi capacita', progettuali ma forse possono concretizzare progetti interessanti nel riassetto del territorio e dei servizi e avviare un nuovo concetto di pubblica amministrazione, nonché designare nuovi livelli di intervento''. Il presidente degli Industriali apprezza dunque la proposta emersa dai due primi cittadini. ''Sono certo che, se sapranno dare subito concretezza ad alcuni progetti, abbandonando qualsiasi velleità ideologica o di partito, l'esempio sarà presto seguito anche da altre città. Non posso pensare che vi siano resistenze da parte di livelli amministrativi, come la Provincia, senza che vi siano proposte alternative percorribili da subito''. Secondo Luigi Rossi Luciani ''quanto e' avvenuto tra Destro e Costa ha trovato dei precedenti importanti. Mi riferisco - precisa il presidente degli industriali Veneto - al rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Savé. 03/10/2000 16:16

IL MATTINO di PADOVA del 4 ottobre 2000
Città metropolitana: la grande sfida veneta
Finalmente si ritorna a discutere del sistema metropolitano dell’area centrale veneta e della sua necessità di fare sistema, di realizzare progetti unitari, di superare i campanilismi che in un’epoca di globalizzazione galoppante rischiano di essere un freno alle potenzialità ; di quest’area, insomma, di condividere scelte di respiro. Ben ha fatto Paolo Costa, le cui qualità di studioso della materia e il cui prestigio sono riconosciuti a livello internazionale, a ritornare con forza su un tema che ha attraversato, a corrente alternata, il dibattito politico e culturale dell’ultimo ventennio. A partire dalla PATREVE, passando per la città metropolitana di Venezia e per la costituzione del comune metropolitano di Padova, impropriamente chiamato Grande Padova, il tema delle modalità e degli strumenti di governo di questo unicum urbano - più simile alla distesa di Los Angeles che a alla conurbazione parigina - è stato ed è la questione sulla quale si è maggiormente discusso. Purtroppo fino ad oggi si sono arricchiti solo gli scaffali di qualche archivio, un po’ per miopia, un po’ per il continuo riaffiorare di antiche rivalità e gelosie. Certamente non secondario è stato nel passato il ruolo frenante della Regione e delle stesse province; la prima preoccupata per l’insinuarsi di un pericoloso soggetto forte che ne avrebbe minato l’autorevolezza e il ruolo su quasi meta del territorio regionale trasformandola nella residuale Regione di Belluno e Rovigo, le seconde per la minaccia rappresentata dalle competenze concorrenti attribuite dalla legge alla città metropolitana. Le cose cambiano e oggi viviamo una nuova e feconda stagione di dibattito sulla riorganizzazione dello Stato con previsioni di crescente responsabilizzazione degli enti locali. La Regione ha l’occasione di prevedere nello Statuto attualmente in discussione la nuova dimensione Metropolitana. Si tratta dunque di trovare la giusta chiave di lettura che consenta a questa area di dotarsi di innovativi strumenti di governo fondati sulla condivisione di obbiettivi comuni, perché comune è il destino di chi vi vive. Il problema non è di immaginare Padova in rapporto alla sola Venezia o viceversa, quanto piuttosto di mettere in relazione il sistema che fa capo a Padova, Venezia, Treviso, Vicenza e Chioggia. Oggi la sfida della competizione ci obbliga a creare nuovi modelli di cooperazione e integrazione fra sistemi di città. La città di Padova dovrà fin da subito ricercare il coinvolgimento dei comuni della sua cintura urbana e stabilire rapporti veri e non occasionali con Vicenza. Questo compito le spetta per il ruolo che già riveste quale nodo riconosciuto di reti globali, come realtà che occupa a livello nazionale uno dei sette posti fra i sistemi considerati dinamici e aperti, seconda solo a Roma, Milano e Bologna, senza contare il peso delle funzioni internazionali che si svolgono nella città del Santo che la collocano fra le prime dodici città italiane. Insomma Padova può e deve dare un contributo rilevante, non può limitarsi a un passivo e subalterno ruolo di appendice. Le idee, anche quelle più affascinanti, purtroppo non sempre camminano da sole. E’ necessario dimostrare che il processo cooperativo avviato si fonda su solide basi comuni. Per fare degli esempi, si può cominciare condividendo la partecipazione sociale e la gestione del sistema aeroportuale, integrando e specializzando, anche con scambi azionari, la realtà portuale di Venezia con l’interporto di Padova in modo da creare un’unica autorità per la logistica, immaginando una comune struttura fieristico espositiva, realizzando una grande e comune struttura congressuale e un’unica e articolata cittadella dello sport, individuando insieme le modalità delle dismissioni industriali e le riconversioni delle aree, costruendo un nuovo ruolo per la ZIP, completando il sistema metropolitano ferroviario fino all’aeroporto. La nuova prospettiva metropolitana può e deve favorire un atteggiamento cooperativo nella gestione dei servizi e nella creazione di un’unica azienda che metta insieme le vecchie municipalizzate, avviando processi di privatizzazione che si fondino sull’obbiettivo strategico di trasformare gli attuali utenti in azionisti. Insomma una grande opera di democrazia economica che non solo potrebbe stimolare nuovi processi di crescita, ma che consentirebbe anche di evitare di trasformare questa parte ricca del paese in territorio di caccia per la grande finanza milanese o romana. Il Veneto, che fino ad oggi ha talvolta straparlato della sua identità, ha l’occasione di dimostrare di non essere una semplice espressione geografica. Abbiamo l’occasione di dimostrare al resto del paese che la tradizione cooperativa, che affonda le sue radici nelle casse peota e di mutuo soccorso, oggi si trasforma e si adatta alla new economy. Si può continuare, immaginando di mettere a disposizione dell’intera area le strutture della sanità padovana i cui livelli di eccellenza sono unanimemente riconosciuti. Non solo. Il miglioramento della qualità ambientale è obbiettivo strategico. Troppo pesante è l’eredità della urbanizzazione selvaggia e della cancellazione del paesaggio. La nuova realtà metropolitana ha dunque bisogno di implementare idee condivise e costruire processi di consenso e condivisione delle diverse società municipali e operative oggi concorrenti. Padova dovrà presentarsi ai prossimi appuntamenti forte della adesione convinta di tutti i sindaci della cintura, dimostrando in tal modo di aver saputo superare le reticenze di qualche anno fa sulla cosiddetta Grande Padova. Non si tratta solo di questione metodologica, quanto piuttosto del riconoscimento che se l’obbiettivo è la città metropolitana diffusa dell’area centrale, questa non può che affondare le sue radici sui processi di integrazione che di fatto già esistono e possiedono una fisionomia propria. La strada, anche se lunga, può essere accorciata, cominciando ad eliminare, non solo metaforicamente, il tappo della tangenziale di Mestre che oggi spezza in due la freeway di collegamento fra le due città. Se davvero si vuole far decollare la nuova città metropolitana bisogna però essere consapevoli che senza la partecipazione attiva, il consenso e il coinvolgimento delle categorie economiche, delle diverse realtà sociali e culturali, dei sindaci dei comuni minori (che non per questo possono essere considerati di serie B), dei consigli comunali e provinciali (che costituiscono l’ossatura democratica del nostro sistema delle autonomie), si corre il rischio di fare poca strada. La sfida a costruire insieme è dunque aperta. Ivo Rossi, Paolo Cadrobbi, Piero Longo, Ruggero Menato, Maurizio Mistri, Giuseppe Zaccaria Padova, 3 ottobre 2000


LA PADANIA 5 ottobre 2000
Treviso città metropolitana con Padova e Venezia - Giancarlo Gentilini: avremo più peso e autorevolezza nei confronti del governo centrale
Città metropolitane, per la prima volta se parla anche in Veneto, da sempre geloso dei suoi campanilismi politici e geografici: ieri infatti anche il comune di Treviso aderisce al progetto di una città metropolitana con Venezia e Padova, realizzando così un’intesa, inedita anche a livello nazionale, fra tre sindaci di Ulivo, Polo e Lega. Con l’adesione di Treviso risuscita a pieno titolo l’originario progetto della "Patreve", così battezzato dalle iniziali delle tre città contigue che distano tra loro circa 30 - 40 chilometri l’una dall’altra e che si candidano così a diventare il perno del Veneto centrale. Un’iniziativa che, se ha suscitato le perplessità di alcune delle tre Province, ha invece riscosso il consenso del presidente del Veneto Giancarlo Galan e, ieri, del numero due della Quercia, Pietro Folena. Il Comune di Treviso ha deciso di salire sul tram della città metropolitana - aperto a tutti i comuni dell’area - a soli quattro giorni dalla presentazione del protocollo d’intesa tra i sindaci di Venezia e Padova, Paolo Costa (Ulivo) e Giustina Destro (Polo). La giunta trevigiana ha infatti deliberato ieri l’adesione, delegando il sindaco, il leghista Giancarlo Gentilini, a definire l’accordo con gli altri due Comuni. "Sarà la chiave di volta - ha detto Gentilini - per un ulteriore sviluppo di questi territori. Per il successo dell’iniziativa serviranno gli apporti delle rispettive Province e soprattutto non dovremo ripetere gli errori del ’95". "Padova, Venezia e Treviso - ha commentato - costituiscono l’area che può essere definita a ragione il nocciolo forte dell’economia veneta. Alla luce di questo, il progetto mi pare essere una evoluzione naturale per queste realtà. E già in questa fase preliminare, che rappresenta soltanto lo stadio di gestazione di un organismo molto complesso, si può intuire come le sinergie che scaturiranno da questo accordo potranno rappresentare la chiave di volta per dare maggiore impulso allo sviluppo e al buon governo di questi territori". "L'importante - ha aggiunto il primo cittadino di Treviso - sarà lavorare sul progetto con impegno e determinazione, per non incorrere nuovamente in questi passi falsi che hanno portato al naufragio dell’iniziativa che aveva preso il "la" nel 1995. In questo senso, ritengo fondamentale l’apporto ed il contributo che potranno venire dalle tre Province. Se lasciati soli, i Comuni di Treviso, Padova e Venezia non potranno fare molta strada". "Tra gli obiettivi - ha concluso - la priorità è rappresentata senza dubbio dal nodo della viabilità, dei trasporti e dei lavori pubblici". "Sono queste alcune delle grandi questioni ancora aperte - ha aggiunto - che attendono una risposta definitiva ed efficace; il progetto della Città Metropolitana potrà avere successo soltanto se si tradurrà in progetti di ampio respiro e in maggiore razionalità ed efficienza dei meccanismi burocratico-amministrativi. Queste sono le ricette di un successo che significherà anche avere più peso e autorevolezza nei confronti del governo centrale". Il sindaco di Treviso ha ricordato infine che "quando saranno definitivi gli accordi e gli indirizzi, la procedura di adesione alla Città Metropolitana dovrà essere suggellata con l’approvazione da parte del Consiglio Comunale".


VENEZIALAVORO - Anno II - Numero 36 - Giovedì 26 Ottobre 2000 - Pag. 2
VENEZIA CAPITALE E LA CITTA’ METROPOLITANA
Nella relazione al Convegno di lunedì al Ramada il Segretario Generale della CdLM di Venezia, Diego Gallo, ha annunciato l’intenzione della CGIL di promuovere una proposta di Legge di iniziativa popolare per la costituzione della Città Metropolitana di Venezia. Nel dibattito apertosi in questo periodo sull’argomento, dopo l’iniziativa dei Sindaci di Venezia e Padova per la costituzione di un grande Comune metropolitano comprendente le tre province di Venezia, Padova e Treviso, la CGIL si esprime invitando a distinguere tra "area metropolitana" e "città metropolitana" e suggerisce l’idea di una "Città Metropolitana ad ordinamento differenziato". Riportiamo la parte della relazione sull’argomento.
L’avvento dell’Europa sarà sempre più contrassegnato da una forte competizione tra sistemi urbani per la conquista di una egemonia territoriale. Venezia può candidarsi naturalmente, per il proprio patrimonio storico, ambientale e culturale, al ruolo di capitale del Nord Est.Per portare a piena espressione tutte le potenzialità di Venezia capitale, vi sono tre condizioni preliminari:
1) Affermare una idea di specificità di Venezia. Nella determinazione degli scenari possibili, si stanno facendo strada ipotesi di omologazione di Venezia alle grandi capitali europee attraverso una ampia e invasiva opera di ristrutturazione. Questi progetti non solo si scontrano con le scelte di sostenibilità ambientale ma anche con la scelta che Venezia recuperi il ruolo storico di Città Capitale di una prospettiva di sviluppo di produzioni immateriali.
2) Realizzare un’inversione della tendenza alla frammentazione in atto tra i centri insediativi. La scelta di assumere un modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale individuando come fattore unificante l’ecosistema lagunare, implica un disegno istituzionale che consenta il governo di questo processo attraverso la realizzazione della Città Metropolitana, che unifichi la laguna e la parte più importante del suo entroterra.
3) Ripartire dalle motivazioni sociali ed economiche. Quanto detto richiede di passare da un dibattito di ingegneria istituzionale ad un dibattito sulle motivazioni sociali ed economiche che determinano l’esigenza di una innovazione del quadro istituzionale. E’ necessario prospettare scelte che abbiano una forte valenza di sviluppo e di solidarietà, per realizzare un percorso in controtendenza con i processi spontaneamente in atto di frammentazione centrifuga tra i diversi centri del sistema urbano veneziano.

La riedizione della PA-TRE-VE
All’iniziativa del Sindaco Costa va attribuito il merito di aver riproposto al centro dell’attenzione di Venezia e del Veneto un tema a noi particolarmente caro: quello della Città Metropolitana. Abbiamo apprezzato la decisione di avviare la sperimentazione delle municipalità ma manteniamo tutte le nostre riserve sulla scelta successiva di indicare nel territorio delle Province di Venezia, Padova e Treviso la dimensione del Comune Metropolitano. Siamo da tempo convinti che queste tre province necessitino di una più stretta integrazione e che a questo scopo si renda indispensabile un ruolo programmatorio della Regione e intese tra le tre città capoluogo.

I grandi progetti
Così come era stato indicato dalle intese Cacciari-Zanonato occorre innanzitutto un progetto finalizzato alla mobilità delle merci e delle persone. Occorre mettere in comunicazione i grandi centri d’intermodalità (portualità lagunare, aeroporto Marco Polo, interporto di Padova), le Università, i Centri culturali e di ricerca. Le soluzioni dei nodi principali sono note, attendono solo di essere finalmente realizzate: raddoppio della linea ferroviaria, metropolitana di superficie e integrazione con il trasporto locale su gomma, passante di Mestre e asse plurimodale al posto dell’inutile idrovia Ma chi e che cosa ostacola la sua realizzazione? E’ forse l’assenza di una enorme Città Metropolitana (un terzo del Veneto) ad impedire che si proceda alla realizzazione di queste importanti infrastrutture? Quello di cui soffre Venezia è l’ostilità della Giunta Galan, non risolvibile allargando a dismisura i confini della Città metropolitana.

Città metropolitana ed area metropolitana
Dovremo forse mutuare la nostra impostazione da Firenze. La Regione Toscana distingue tra area metropolitana e Città Metropolitana, così come ci invita a fare anche il Sindaco di Marcon. L’area metropolitana è molto ampia, comprende Firenze, Prato, Pistoia perché effettivamente c’è un continuum territoriale che supera ampiamente il milione di abitanti e richiede politiche integrate in materia di trasporto, di sviluppo, di cultura e così via. Ma per questo ambito non ci sono organismi eletti direttamente: ci sono delle politiche da coordinare fra i vari Comuni e la Regione. Invece la Città Metropolitana è definita più compattamente intorno a Firenze ed è un livello di Governo eletto direttamente dai cittadini. A nostro parere quella di Leonardo Domenici, Sindaco di Firenze e Presidente dell’ANCI è una scelta giusta.

I nuovi poteri della città metropolitana
D’altra parte non si può dimenticare che l’attuale ordinamento legislativo prevede che si possano costituire le Città Metropolitane nelle zone comprendenti i Comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli e gli altri Comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione territoriale ed in ordine alle attività economiche ed ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. Venezia, non Venezia-Padova-Treviso! La Città Metropolitana così definita – che con la nuova Legge può avere un ordinamento differenziato – assume i poteri sia del Comune che della Provincia. Perché sarebbe assurdo fare la Città Metropolitana e mantenere la Provincia: altrimenti che andare verso una semplificazione dell’ordinamento costituzionale si finirebbe per costruire una struttura barocca. Ma sarebbe velleitario, oltre che non auspicabile, pensare di annullare ben tre Provincie venete su sette.

La sua delimitazione
Esiste una soglia oltre la quale si interrompe il rapporto tra i cittadini e l’istituzione locale. La Città Metropolitana a cui noi pensiamo è la Città Metropolitana di Venezia comprendente i Comuni dell’area centrale (Riviera e Miranese) e meridionale (Chioggia e Cavarzere) della Provincia più Mogliano e che dia luogo alla costituzione della Provincia del Veneto orientale. Infatti, come dimostrano le crescenti pulsioni separatiste di Mestre, Venezia è sovradimensionata per l’esercizio delle funzioni amministrative ordinarie, la gestione dei servizi alla persona, ma è sottodimensionata per governare lo sviluppo, risolvere gli angosciosi problemi della mobilità delle persone e delle merci, per un uso sostenibile del territorio, per una gestione efficiente e competitiva dei servizi locali, per un approccio sistemico della pianificazione strategica.

RIASSETTO ISTITUZIONALE - COSA SI ASPETTA IL SINDACATO di DIEGO GALLO
Abbiamo assistito a un dibattito vero lunedì scorso all’Hotel Ramada, al convegno della CGIL Regionale e dalla CdLM di Venezia su "sviluppo economico, qualità sociale e riforme istituzionali". Cesare Damiano, Segretario Generale della CGIL veneta, ha centrato la relazione sul rapporto fra le dinamiche economico sociali del Veneto e i loro riflessi politici, mentre Diego Gallo, Segretario generale della CdLM, ha battuto in modo particolare sulle questioni dell’area metropolitana. Gli interventi dei Segretari Generali di CISL e UIL del Veneto, Franco Sech e Roberto Michieletti, hanno messo in evidenza una consonanza di analisi di strategia fra le confederazioni. Gli interventi sono stati aperti dal professor Gianni Riccamboni che ha fatto risalire la distanza fra la domanda del sistema e la regolazione istituzionale a motivi "genetici": alla tradizionale estraneità della politica come regolatore dei processi economici e sociali del Veneto. Ben diversa è la condizione di altre regioni, come l’Emilia Romagna, certo, dove il motore è politico-ideologico, ma anche come la Lombardia. Sintomatico è il fatto che appunto in Lombardia la maggioranza della popolazione dichiara la sua soddisfazione nei confronti dell’istituto Regione, mentre nel Veneto la percentuale delle risposte positive scende al 25%. Secondo il sindaco di Venezia Paolo Costa nei prossimi anni assisteremo alla paralisi di due livelli di governo, quello statale e quello regionale, in contrapposizione al dinamismo di quello europeo e di quello espresso dai Comuni e dagli altri enti locali, che dovremo mettere in circuito. A ciò si aggiunge l’altra area di grave ritardo, quella delle infrastrutture, dove al problema generale di mancanza di regole aggiungiamo qui nel Veneto l’incapacità di trovarci d’accordo fra di noi. L’idea di un collegamento istituzionale fra Padova, Treviso e Venezia nasce da queste considerazioni, con l’obiettivo di mettere in sinergia questi tre sistemi territoriali: non ci sono chiusure su assetti e percorso - dice il Sindaco - ma è prematuro arrestarsi su un problema minore senza aver sperimentato la percorribilità di questo progetto. Un sostegno alle tesi di Paolo Costa è venuto da Massimo Cacciari, che ha esordito segnalando il pericolo di destrutturazione del potere dello Stato, sotto i colpi da una parte delle esigenze elettorali dei "Governatori", ma dall’altra per la debolezza del progetto di riforma: mancata definizione di una Camera delle Autonomie e permanenza di sovrapposizioni di competenze. Tutto questo favorisce la costruzione di tanti centralismi regionali, visto che le Regioni non devolvono agli Enti locali nemmeno le materie previste dalle leggi Bassanini. Su Patreve, Cacciari ha sottolineato che si devono moltiplicare le sinergie e gli accordi fra le diverse realtà, come del resto è già stato fatto per gli aeroporti, l’Università eccetera. Dopo di che se maturano le condizioni perché le Regioni facciano propria l’idea autonomistica, e le Provincie di Treviso, Venezia e Padova decidessero di costituire la Provincia Patreve sarebbe infinitamente meglio: ma - conclude - non possiamo aspettare il meglio perdendo il bene. Il Ministro Fassino subordina alla soluzione della questione settentrionale il futuro dell’intero Paese. Si chiede perché mai, dopo quattro anni di governo dal bilancio indiscutibilmente positivo, il centro sinistra non è giudicato dalla maggioranza degli italiani idoneo a portare a compimento la modernizzazione dell’Italia. La risposta sta proprio nell’incapacità di rispondere alle domande che provengono da questa parte del Paese. Lavoro, flessibilità, sono questioni che partono da qui ma che interessano tutti e dobbiamo andare avanti, come sinistra, non subendo la flessibilità, ma imponendo soluzioni che non la identifichino con la precarietà. Il Ministro ammonisce poi che non si deve far passare l’idea che la riforma approvata alla Camera sia un federalismo a metà, in quanto le soluzioni trovate decentrano più poteri che in Scozia o in Catalogna.

Marco Masi - Direttore di VenetoLavoro
Come ci stanno Riviera e Miranese
Ai Sindaci della Riviera e a quelli del Miranese torniamo a riproporre l’idea che i loro Comuni si aggreghino attraverso lo strumento dell’Unione Comunale. E’ uno strumento utile in sé perché consentirebbe loro di beneficiare della gestione associata superando anacronistici campanilismi ma è anche una istituzione utile a ridurre le loro preoccupazioni di essere fagocitati dal Comune di Venezia partecipando alla costituzione del Comune metropolitano in forma associata. In queste aree, tra l’altro, si sono definiti ben tre patti territoriali, che di per sé rappresentano l’occasione e la motivazione per costituirsi in Unioni Comunali.

Una città ad ordinamento differenziato
Lo sappiamo, non è una materia semplice da spiegare ai non addetti ai lavori, ma i nostri interlocutori di oggi sanno bene che la nuova legge - la 265 - ci offre l’opportunità di istituire una Città Metropolitana ad ordinamento differenziato. Per semplificare sarà possibile immaginare, almeno in una prima fase, un rapporto più stringente tra le municipalità che saranno generate dall’attuale Comune di Venezia rispetto, ad esempio a Chioggia. Caro Sindaco, se l’iniziativa che hai promosso con Giustina Destro, intendeva andare nella direzione da noi indicata, la CGIL non mancherà di sostenerla. Ma in questo caso è necessario che (dopo aver indicato la necessità di politiche di integrazione funzionale dell’area metropolitana centrale Veneta, che alcuni vorrebbero estendere fino a Vicenza) si proceda ora a costruire la Città Metropolitana Veneziana in tempi definiti. La Città Metropolitana come istituzione e non integrazioni funzionali.

La proposta di legge della CGIL
Comunque sia, è nostra intenzione promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare per sostenerla attraverso un largo coinvolgimento e una vasta mobilitazione, avviando un confronto con i Sindaci della Provincia di Venezia, per costruire una Città Metropolitana dotata di organismi eletti direttamente dai cittadini e sostitutiva dell’attuale Provincia. Abbiamo bisogno di obiettivi praticabili e condivisi da costruire con il concorso delle grandi forze sociali che fino ad ora sono state largamente escluse dal processo di formazione delle scelte cittadine. Diego Gallo Segretario Generale CdLM Venezia

Dal Sole24Ore del 31 ottobre 2000

In vista la città metropolitana veneta

Quaranta sindaci si sono incontrati nel municipio di Mestre, baricentro fra Venezia, Padova e Treviso, per dare concretamente vita alla città metropolitana veneta. Il primo passo sarà la costituzione dell'"Associazione per l'area e la città metropolitana di Venezia, Padova e Treviso."

LA NUOVA VENEZIA INTERNET - Venezia, venerdì 19 gennaio 2001
IL FONDO: DIRE & FARE
LA CITTÀ METROPOLITANA SCORDATA DOPO IL CINCIN di Flavio Zanonato consigliere regionale capogruppo dei DS
Tutto tace. Dopo i fuochi artificiali dell'ottobre scorso sulla città metropolitana di Venezia e Padova, dopo la firma tra Destro e Costa nella villa reale di Stra, dopo che anche Treviso era stata rassicurata sulla possibilità di partecipare, dopo il consenso di Galan, tutto tace. I commentatori politici e gli "opinion leader" avevano accolto con favore - non so quanto sincero - questa idea, elencando le opportunità e le sinergie legate al triangolo industriale di Venezia, Padova e Treviso e sorvolando sull'applicazione concreta del progetto e sulle difficoltà dello stesso. In fondo vorrà pur dire qualcosa l'esistenza di tre amministrazioni provinciali distinte, di tre diocesi, di associazioni sindacali ed economiche divise per provincia e se gli stessi quotidiani informano le rispettive realtà con edizioni diversificate che sottolineano l'identità provinciale e non quella "metropolitana". Lo ricordo perché con questo "qualcosa" bisognerà pur fare i conti se si vuol fare davvero quello che si dice. Ma si vuole davvero fare? Quello che non finisce di sorprendermi è l'abitudine, di una parte del ceto politico, di lanciare idee, di non valutarne la complessità e di non fare nulla di concreto per la loro traduzione in fatti.
Queste proposte politiche vengono pensate solo in funzione del clamore che avranno per qualche giorno sulla stampa e senza alcuna reale intenzione e convincimento relativo alla loro attuazione. E' un comportamento, diciamo la verità, reso possibile anche dal fatto che non viene mai chiesto un rendiconto da parte di certa stampa che dovrebbe vedere come notizia, oltre agli annunci, anche il mancato rispetto degli impegni annunciati. Attenzione, non è fatto nuovo la mancata realizzazione di programmi, sono infatti tanti i progetti che non sono stati realizzati. La differenza e la novità sono che in passato i progetti - poi non realizzati - venivano almeno considerati con coerenza, i problemi collegati venivano affrontati sul piano teorico, tutti i passaggi istituzionali venivano coerentemente individuati, insomma il percorso tra il dire e il fare veniva delineato in modo scrupoloso. Ora no. Un annuncio, un po' di articoli sui giornali e poi tutto nel dimenticatoio. Provo ad applicare il vecchio metodo alla proposta della città metropolitana di Padova, Treviso, Venezia.1) Va chiarito di che si tratta: la città metropolitana è una "nuova provincia" potenziata dai poteri ceduti dalle Amministrazioni comunali che ne fanno parte e dalle maggiori competenze assegnate dalla Regione. I Comuni trasferiscono alla città metropolitana le competenze sui servizi alla cittadinanza e all'economia (distribuzione acqua e gas, raccolta rifiuti, trasporto urbano e competenze sulle aree produttive sugli interporti, sulle fiere, sui mercati ortofrutticoli ecc.). La Regione assegna alla Città metropolitana competenze di tipo urbanistico, di controllo dell'ambiente, di realizzazione di strade e le necessarie risorse.2) Sorge un primo non secondario problema: visto che le attuali amministrazioni provinciali di Pd, Tv, Ve vengono fortemente ridimensionate e forse annullate bisognerà trovare il modo di coinvolgerle e avere una loro collaborazione.3) Anche la Regione deve perdere, a favore della nuova realtà istituzionale, delle competenze e quindi deve essere consenziente. 4) Altro problema. La legge che istituisce le città metropolitane prevede solo quella di Venezia e la colloca all'interno della sua provincia. Di conseguenza occorre una nuova legge del Parlamento per fare la città Metropolitana di Pd-Tv-Ve.5) I consigli comunali (e provinciali) delle realtà interessate devono essere d'accordo perché non basta un'intesa tra sindaci.6) Dico da ultima la cosa più importante, occorre un programma di governo dell'area metropolitana definito negli obiettivi di carattere economico e sociale, nelle infrastrutture da realizzare e nella razionalizzazione di quelle esistenti. Un programma del genere decolla se condiviso e per questo le parti sociali devono essere sentite, coinvolte, convinte. Ora chi è, anche modestamente, informato sa che nessuno di questi passaggi è stato attivato e che addirittura alcune realtà comunali si muovono in direzioni diverse. Galan ha presentato una proposta di statuto regionale che non prevede le città metropolitane, i consigli comunali non si sono riuniti per discutere di una proposta di questo calibro e non di conseguenza mai hanno deliberato, nessun parlamentare ha presentato una proposta di legge in Parlamento per rendere possibile questo progetto, le Amministrazioni provinciali non hanno detto nulla, le aziende dei Comuni firmano accordi imprenditoriali al di fuori dello scenario metropolitano (ad esempio l'Aps di Padova). Se le cose stanno così mi pare facile prevedere che di questa proposta non se ne farà nulla e che resterà traccia soltanto negli archivi dei giornali. La proposta della città Metropolitana di Pd, Tv, Ve? Una parata, una firma e un brindisi a Villa Pisani.


Nexus – Mensile di comunicazione, cultura e attualità, nella città metropolitana di Venezia - Anno IX n. 40 gennaio – febbraio 2001
Venezia circondata

Una schizofrenia
Di questi tempi tutto è in movimento nel Veneto, e Venezia è al centro dell’impazzito tourbillon. Gruppi sociali i più disparati, istituzioni pubbliche di ogni livello si lanciano in proclami e proposte d’innovazione. Segno di vitalità di un tessuto sociale in crescita, troppo spesso giudicato soprattutto per la sua insaziabile voglia di fare denaro o segnale di un malessere profondo che si rivoltola in se stesso, quasi soffocasse di un’asfissia sociale lenta ma inesorabile?
Ciò che lascia perplessi nel rispondere con nettezza è l’orientamento schizofrenico delle proposte. Da un lato la corsa al grande, all’accorpamento: la proposta di una mega Città metropolitana tra Padova e Venezia con l’aggiunta in corsa di Treviso, (quando non si voglia ricordare la proposta del presidente della provincia di Treviso per una Città metropolitana che corrisponda all’intero Veneto!); e poi il mega tunnel nell’area mestrina a cui affiancare una complanare e una nuova corsia accanto ai Bivi; e il sempiterno Mose accoppiato alla riesumata sublagunare e ad un tram nuovo di zecca (come far nascere quest’ultima creatura divide anche i padovani); e l’ampliamento dell’aeroporto; e la nuova Marghera industriale (…)
A contorno di questo, nel Veneto si aggirano il fantasma riesumato a scadenza ciclica di una nuova provincia del Nordest, una pedemontana dal tracciato incerto, l’alta velocità ferroviaria, il raddoppio dell’autostrada, il completamento di altri tracciati…
Dall’altro lato il desiderio di rimpicciolire, dividere. Ecco il nuovo statuto di autonomia regionale del presidente Galan per distinguersi (dividersi?) dal resto del Paese, il rinnovarsi della proposta di divisione del centro storico veneziano da Mestre e terraferma, la già avvenuta separazione del Cavallino, l’aspirazione all’autonomia di interi quartieri cittadini in nome della municipalità, la volontà di ogni piccolo Comune a contenere nelle decisioni nazionali e regionali (quando non europee) in un guazzabuglio di democrazia capace così di produrre solo paralisi decisionale.
Tutto questo agitarsi su Venezia e dintorni in realtà non ci dispiace ma non ci impedisce di domandarci, se Venezia sia un cancro intaccato dalla metastasi del suo disfacimento o un gioiello da conservarsi in cassaforte, protetto da ogni più piccolo starnuto. Si, perché, ciò che preoccupa non è tanto il desiderio di fare; è che la spaccatura di tutte le forze politiche al loro interno, tra progettare il grande o inseguire il piccolo, dimostra soprattutto che non vi è alcun progetto strategico condiviso e pensato a fondo, ma piuttosto una lotta che da sotterranea è venuta alla luce tra interessi diversi, quelli una volta consolidati e messi in crisi dai grandi mutamenti politici degli anni novanta e gli interessi emergenti, in parte figli dei precedenti e in parte nuovi ma non ancora definiti nel loro ruolo.
Nonostante tutto pensiamo sia possibile veder decollare un moderno progetto per Venezia e il Veneto, sempre che l’attrazione verso il suicidio non sia così irrefrenabile. Così non fosse, non faremo altro che auto condannarci ad una progressiva caduta dello sviluppo economico e sociale della Regione, e alcuni dati economici ci dicono che questo processo di avvitamento presenta già i suoi primi segnali negativi.

Il coraggio per un progetto di Francesco Indovina
Mi sembra bene che si ricominci a parlare della città metropolitana, anche se le proposte in campo non paiono tra di loro coerenti. Si va, infatti, da accordi programmatici su singole opere con Padova e Treviso, all’idea di trasformare la Provincia in Città metropolitana, alla città metropolitana più "stretta" (in qualche momento è sembrato si pensasse solo a Venezia).
Il progetto di tanti anni fa della PATREVE sembra oggi ostacolato dalla legislazione vigente; la città metropolitana "stretta", dipende da quanto "stretta" si intenda, più è stretta minore sarà il suo senso; la proposta di assegnare alla Provincia i poteri della Città metropolitana può essere considerata un’idea interessante, potrebbe valere per tutte le province.
Mi pare, infatti, che in questo periodo di riforme istituzionali e di federalismo questa ultima proposta potrebbe essere vincente per regolare a livello sovra-comunale (sovra-municipale, in quel caso) questioni che a livello inferiore fanno fatica ad essere ordinate secondo razionalità e interesse comune, mi riferisco in particolare a tutte le questioni territoriali e alle strategie di sviluppo locale, temi sui quali si sovrappongono diversi poteri.
Tuttavia, è lecito dubitare che un qualsiasi disegno che non sia la mera e spicciola amministrazione sia oggi possibile nelle condizioni di frammentazione, di personalismi, di concorrenza per la visibilità, di idee contrapposte e spesso senza fondamento, nelle quali si trovano le forze politiche della città.
Per imporre un disegno di ampia portata su tutto o parte del territorio provinciale (a questo punto meglio tutto) sarebbe necessaria una convinzione forte, una rilevante coerenza programmatica, un’autorevolezza che solo una alleanza determinata e coesa potrebbe esprimere. Non mi pare di intravedere il "coraggio per un progetto", ma piuttosto salta agli occhi la forza della neghittosità corriva. Ma facciamo finta.
Ci vorrebbe un enorme coraggio, per esempio, a legare ogni idea di Città metropolitana ad un contestuale smembramento del comune di Venezia in diverse municipalità, non solo Mestre, ma anche Marghera, il Lido, Favaro e forse ancora altro, e ciò per rendere esplicito che la Città metropolitana non costituisce un asservimento di comuni a Venezia, ma una vera istituzione nuova al servizio di tutto il territorio.
In questo contesto quale potrebbe essere il ruolo della città storica? Questa è la domanda che oggi è necessario porsi senza preconcetti. La risposta più ovvia è che essa non potrà che essere la "capitale" di questa Città metropolitana, per il suo ruolo storico, per il suo valore simbolico, perché il centro della vita amministrativa della regione e della provincia, ecc. I motivi per giustificare questa "pretesa" potrebbero riempire molte pagine.
Tuttavia ci sono motivi oggettivi che impongono una riflessione sul senso da dare alla "capitale". Proverò a esporre due ordini di osservazioni, una relativa allo stato della città storica e l’altra riferita al significato da attribuire al ruolo di "capitale" in questo contesto.
Da almeno trenta anni si discute (molto) sull’opportunità per la città storica di diventare uno dei centri (mondiali o europei, dipende dall’ottimismo del proponente) dello sviluppo dell’"immateriale" o, con un termine ancora più recente, della "new economy". Uno sviluppo che poteva tranquillamente convivere con un "turismo controllato" e che avrebbe costituito la base materiale per l’economia della città, centro propulsore per tutta la regione, proiezione nel mondo della città in una quasi rivisitazione della sua storia. La città storica non mancava di qualità, di attrezzature culturali, di storia, era carica di un forte simbolismo, aveva dei collegamenti di lungo raggio accettabili, un tessuto professionale di buon livello, strutture finanziarie numerose, ecc. Erano carenti i collegamenti di piccolo e medio raggio (era più facile, relativamente, andare a Parigi o a New York che al parco scientifico di Trieste o di Padova), c’erano i luoghi che utilmente potevano essere usati per questo sviluppo, ma essi avevano bisogno di restauro e di attrezzature (l’Arsenale), la sua mobilità interna era faticosa, la sua difesa dall’inclemenza della natura incerta e indeterminata, i pericoli di inquinamento chimico non marginali, ecc.
Trenta anni non passano invano. Mentre si è continuato a discutere della grande opportunità che rappresentava Venezia per le imprese hi-tech, mentre con fatica e in modo molto parziale e sempre senza coerenza si affrontavano gli aspetti negativi che caratterizzavano la città, che era necessario rimuovere proprio per garantire quello sviluppo innovativo, la base economica della città storica si modificava: il turismo non è più una gamba dell’economia della città (lo è diventata del circondario in Terra ferma), ma la sua componente principale. Non si tratta di una piccola modifica, ma di qualcosa che ha segnato la sua struttura sociale, la sua struttura fisica, il blocco degli interessi, la relazione dei cittadini con la stessa città. Il turismo, come è noto, e come è esperienza diretta dei "veneziani", è attività pervasiva; non ci si riferisce solo ai grandi numeri (eppure 66.000 contro 12 milioni sono un problema), ma al fatto "razionale" che la città si organizza in funzione di questa sua base economica e tende ad espellere le "altre" attività (per trattenere le quali non bastano ordini del giorno o appelli volontaristici).
La città non ha saputo cogliere la grande occasione della sua stessa salvaguardia fisica per creare una competenza, ad alto contenuto scientifico, da esportare nel mondo, e attraverso questa costruire una componente della sua base economica da integrare con quella turistica. Mentre ci si continuava a lamentare del troppo turismo, dell’"offesa" alla bellezza di Venezia dei turisti irrispettosi, ogni iniziativa non faceva che aumentare il grado di "attrattività" turistica. Forse un bene, senza questo sviluppo oggi la città sarebbe completamente in ginocchio. Va preso atto, con grande laicità, come oggi la dominante della struttura economica della città storica sia il turismo, un turismo per altro non "governato".
Non appare (credo) possibile tornare in dietro. Ma questa consapevolezza ha delle conseguenze. Sull’altro aspetto va detto che oggi essere "capitale" significa "decentrare"; è un concetto che farà fatica ad affermarsi, esso tende a capovolgere cognizioni superate e "volontà di dominio", ma anche di questo va preso atto. Questo vale ancora di più per una istituzione "nuova" che vuole sovrapporsi (di questo si tratta, non vale nasconderselo) a poteri "autonomi": le buone ragioni di questo sovrapporsi non bastano, esse vanno declinate con azioni di rilocalizzazione di funzioni. Il decentrare, non solo poteri ma strutture, attività, enti, ecc. va assunto come un programma coraggioso che fonda le buone ragioni della Città metropolitana e le integra con l’interesse del resto del territorio.
Se si volessero mettere insieme queste due riflessioni, lo stato di fatto della città storica e il necessario approccio decentralizzante della Città metropolitana, allora sarebbe possibile disegnare un ruolo per la città storica: una Venezia (storica) che con molta umiltà si mette al "servizio" del territorio della Città metropolitana, che offre, non solo il suo prestigio e il suo appeal, ai nuovi territori ma anche funzioni che per tradizione le erano proprie.
Non si tratta di fare un elenco, ma solo di accettare un nuovo modo di guardare le cose. In particolare si tratta, prima di tutto, di passare dalla fase ingovernata del turismo al suo governo, non già per diminuirne portata e dimensione (ormai impossibile), ma per renderlo più "fruttuoso" sul piano economico e organizzato in modo da essere compatibile con alcune altre (poche) funzioni che meritano di essere localizzate all’interno della città storica (penso alle università, alle istituzioni culturali, forse alle istituzioni di rappresentanza politica, ma non a quelle amministrative-gestionali, e a poco altro). La compatibilità (tra turismo e altre funzioni) non va pensata in forma "quantitativa" ma in forma organizzativa: come si dovrà espletare un’attività turistica (della dimensione nota) senza che questa metta in discussione la possibilità di esistere delle altre funzioni.
Mi auguro che il contenuto di queste note non siano accolte come una "provocazione" o come l’esito di un qualche ciclo di pessimismo: esistono dati, informazioni, situazioni, che con la loro evidenza infrangono molti "progetti" che sono diventati "sogni". Accettare questa condizione significa offrire alla città storica una prospettiva, certo non quella desiderata ma non perseguita, ma almeno di sua regolata sopravvivenza. Cullarsi ancora con le "alternative", in realtà significa abbandonare la città a processi non governati (che ci faranno alzare alti lamenti, ma che non modificheranno i processi): ad una trasformazione della sua natura e della sua condizione fisica spesso virulenti, a sempre più "barbari" rapporti sociali interni e, soprattutto, significa che tendenzialmente nessuna altra attività, ad esclusione del turismo, potrà svolgersi all’interno della città storica.

Si fa sul serio di Michele Vianello
Indipendentemente dagli sviluppi istituzionali che verrà ad assumere, la proposta avanzata da Paolo Costa e Giustina Destro, ha il grande merito di aver riportato ad una scala territoriale adeguata il problema dello sviluppo dell’area veneziana e padovana. Le caratteristiche che i processi di sviluppo vengono ad assumere nell’epoca della globalizzazione implicano un forte coinvolgimento delle dimensioni territoriali. Appare ormai assodato come la competizione non avvenga, come nel passato, esclusivamente tra imprese, ma tra aree territoriali. I soggetti che agiscono sul mercato non sono quindi esclusivamente i tradizionali soggetti economici ma, la pluralità di soggetti che agiscono in un territorio dato. Assume quindi una grande valenza il ruolo delle istituzioni locali, delle università, l’atteggiamento delle popolazioni nei confronti dell’innovazione. L’innovazione ha quindi questo grande carattere pervasivo, si interseca e permea tutti gli aspetti della vita; questa è forse la più grande caratteristica di quel grande fenomeno definito genericamente new economy.
Le aree geografiche innovative, indipendentemente dallo stato nazionale in cui sono localizzate, sono quelle che possono mettere a disposizione infrastrutture civili e culturali moderne e dinamiche; sono quelle che possono fornire classi dirigenti in gradi di cogliere le grandi opportunità dell’innovazione; insomma sono quelle aree in cui la disponibilità al cambiamento è più forte. Sono aree infine in cui le dimensioni di scala, sia intese da un punto di vista più strettamente economico, che civile, sono adeguate. Questi processi di aggregazione, di qualificazione, di acquisizione di una identità innovativa, sono in atto in gran parte dell’Unione Europea, nonché sono una caratteristica dominante della nuova fase di sviluppo economico negli Stati Uniti.
Queste osservazioni servono a sostenere il forte limite culturale che sta alla base di coloro che sostengono la separazione amministrativa di Venezia da Mestre.
Se appare comprensibile infatti la volontà di molti mestrini di affermare la propria voglia di autoamministrarsi, questa volontà appare assolutamente autolesionistica dal punto di vista dello sviluppo e delle opportunità che solo dimensioni territoriali adeguate possono fornire. Di converso, tale idea (quella dei separatisti) è assolutamente congrua al modo di pensare di gran parte del Veneto nel corso degli ultimi anni. Il localismo, l’autonomismo esasperato, è stata una caratteristica forte della politica veneta. Se queste componenti sono state una delle chiavi di successo del Veneto per un lungo periodo di tempo, oggi ne sono uno dei maggiori limiti. Sintetizzando: una mole d’affari rivolta al mondo globale, una capacità di sviluppo nel lungo periodo che può essere messa in crisi se non ci si riesce ad organizzare il territorio a scala e a cultura mondiale.
La proposta di Costa e della Destro non serve quindi a rispondere semplicemente alle tensioni separatiste veneziane (d’altronde dove sarebbe l’interesse della Destro), la proposta di Costa e della Destro ha il merito di riportare il tema dello sviluppo alla dimensione che ho indicato più sopra e di costringere tutti a ragionare per una volta al di fuori del proprio ambito locale.
Sarebbe tuttavia un grande errore partire dalla definizione della dimensione istituzionale. Chi scrive è da sempre convinto che le istituzioni sono la conseguenza di processi economici e sociali, non viceversa. E’ assolutamente corretto che un gruppo di insigni giuristi stia lavorando per definire una dimensione istituzionale dell’area di Padova e di Venezia, tuttavia ciò sarebbe limitante se, parallelamente non si sviluppasse una politica economica, sociale ed istituzionale tesa a suscitare le energie che possono sostenere ed appoggiare l’aggregazione istituzionale.
Ritengo che, ancora una volta, il tema sia quello delle classi dirigenti, degli interessi. In assenza di questa mobilitazione, veramente eccezionale poiché riguarda le opportunità per il futuro, temo che i localismi finirebbero ancora una volta per prevalere. Se è vero che le precedenti esperienze di costruire la Città Metropolitana di Venezia non sono andate a buon fine per l’ostilità e l’opposizione della Regione, è altrettanto vero che i Comuni di minore dimensione non hanno mai gradito dimensioni di governo che, in una qualche misura li espropriassero dei loro poteri. Ritengo quindi che l’ipotesi di lavoro proposta dai due Sindaci di Venezia e di Padova possa andare a buon fine se preceduta da una serie di iniziative concrete che possono essere stabilite da appositi protocolli istituzionali. Mi limito a citare alcuni casi concreti ed emblematici.

Si tratta naturalmente solo di alcuni esempi che, non sfuggirà, per la loro dimensione e le loro caratteristiche possono segnare realmente lo sviluppo e gli interessi di quest’area, che possono far cogliere tangibilmente i grandi vantaggi dell’integrazione e della collaborazione.
Ciò non vuol dire che parallelamente non debba procedere l’opera di definizione di assetti istituzionali congrui ma, accompagnata dall’opera di costruzione di una nuova dimensione dello sviluppo, assumerebbero una forza e una credibilità ben maggiore.
Si tratta, concludendo, di far capire a tutti, anche a coloro, che con qualche ragione esprimono scetticismo che, questa volta si fa sul serio.

Megacitta–Minicittà di Gianguido Palombo
Venezia Città Circondata ? Sintetizziamo:

Venezia è circondata da altre città, municipalità, comunità, e limitrofa ad altre città ancora, oppure Venezia Metropolitana è un "Arcipelago Urbano"? Il centro storico di Venezia come un sole e tanti pianeti? La sindrome storica del centrismo veneziano da Repubblica Serenissima è una malattia da curare, che ben si accoppia con l’Eurocentrismo e prima ancora con l’Occidente-centrismo che considerava e considera l’Asia, l’Africa, il Sud America, l’Oceania quasi come "minoranze" lontane e sfortunate.
Se si continua a considerare Venezia storica come Centro di un Sistema urbano complesso e satellitare si provocheranno ulteriori disagi e spopolamenti. Il Centro storico lagunare, già composto da diverse isole , è parte al massimo di un Arcipelago policentrico . Ma in realtà, poiché la comunicazione territoriale è la dimensione più importante e influente nella vita individuale, sociale, culturale, economica, turistica di una città (assieme alla comunicazione virtuale, telefonica e telematica), la rete di comunicazione è composta da snodi determinanti per la velocità, la efficienza, la comodità, la carica anche simbolica, necessari al funzionamento del sistema urbano. Mestre allora diventa lo snodo principale di una rete di comunicazione della Città Metropolitana di Venezia con l’espansione Nord verso Treviso, una a Sud Ovest verso Padova e una a Est verso il Lido di Venezia. L’APT Azienda per il Turismo di Venezia distribuisce gratuitamente a tutti gli alberghi una piantina ben fatta del centro storico, nella quale in un angolo è riprodotta efficacemente la collocazione territoriale , fra laguna e terraferma, con le direttrici di collegamento verso altri nuclei urbani: efficace sintesi rappresentativa della centralità di Mestre. Ma ciò non significa affatto che Mestre debba inorgoglirsi in quanto Cittadella autonoma di terraferma, casomai come fulcro di una vera Città Metropolitana ad arcipelago.
Le 4 parti reali della piccola metropoli veneziana del 2001, 2002, 2003, ecc. hanno storie parallele, funzioni e problemi molto diversi ma interdipendenti e vanno innanzi tutto legate da un sistema di mobilità pubblica che le renda molto più vicine, con mezzi veloci, confortevoli ed economici per i cittadini. Ma questo si può fare in poco tempo, due anni al massimo, con tecnologie esistenti, con mezzi semplici e un buon piano, senza bisogno di lavori decennali, costosissimi e carichi di polemiche.
1. Linee di Hovercraft da 50 persone circa per collegare velocemente in laguna sia le diverse isole sia la terraferma con le Isole, differenziando orari e mezzi per cittadini che si spostano all’interno per lavoro o altro e turisti organizzati.
2. Un treno navetta 24 ore su doppio binario autonomo che colleghi come una funivia a doppia circolazione, la Stazione di Mestre con quella di Venezia centro storico.
3. Un raddoppio su gomma di Bus piccoli che colleghi 24 ore il Parcheggio del Tronchetto con Piazzale Roma senza bisogno di monorotaia da svariati miliardi.
4. Una riorganizzazione dei Trasporti ACTV sia in Laguna e in terraferma per migliorare il servizio standard, separando alcune linee turistiche da quelle per i cittadini soprattutto in alcuni periodi .

Fra il centro storico e il centro di Mestre ci sono circa 6 Km. Considerata l’intera area urbana fra centro storico e la terraferma si può segnare un cerchio con centro la Stazione ferroviaria di Mestre , con un raggio di circa 10 km effettivi e quindi una città con un diametro di 20 km, comprendente zone di terra, zone d’acqua e urbanizzazioni differenti. In quest’area vivono oggi non più di 300.000 persone, cui si aggiungono in media annuale 33.000 turisti al giorno (per 30 gg. = 1 milione al mese per 12 = 12 milioni l’anno di visitatori, più o meno come a Firenze e a Roma , cifra in movimento negli anni). Si tratta di governare flussi, spostamenti, ma anche valorizzare le occasioni di comunicazione e di conoscenza reciproca, rasserenando la convivenza fra esigenze diverse di chi vuole vivere la sua città e chi la vuole visitare.
Nell’Arcipelago vero delle Isole Eolie, ogni isola ha una amministrazione comunale, ma a Salina si sono formati nella storia tre piccoli centri, con relativi porticcioli, e così sono nati tre comuni con tre amministrazioni che si fanno continui sgarbi.
Venezia oggi è composta da 300.000 abitanti con molti di loro che vorrebbero separarsi, suddividersi in almeno due Città, e se possibile in cinque o sei: questi cittadini organizzati in associazioni e partiti si riferiscono a culture di destra, di sinistra, di centro, ambientalisti, leghisti, cattolici, laici, intellettuali, operai, pescatori, commercianti, ambulanti!
Città del Messico ha 24 milioni di abitanti: 80 Venezie in una!! Da poco è stata eletta una donna a unico Sindaco di Città del Messico: ma come farà a governare la città-stato? La invitiamo a Venezia a discuterne, magari assieme alla nuova Sindaca di S. Paolo del Brasile con 16 milioni di abitanti!

Missione impossibile di Andrea Tito Pennisi
Il Veneto cerca nuove formule che lo possano governare, che tendano a rinnovare le fortune del modello nord-est. I sindaci di Padova e Venezia lo sanno e hanno deciso di affrontare insieme la questione e proprio sotto i primi fuochi dello scontro elettorale, guadagnandosi gli appellativi di arditi, guazzalochisti veneti, concreti e innovativi. La base dell’incontro è stata la possibilità di rimettere in gioco la vecchia idea dell’aggregazione metropolitana, che ha origine negli anni ottanta dalle aspirazioni a megalopoli dell’expo di De Michelis, rinnovata poi nei novanta dalla voglia metropolitana del sindaco Cacciari. Anche l’idea ribadita un paio di settimane fa dai due attuali sindaci si muove dall’osservazione che le città sono il "vero e proprio motore di sviluppo dei paesi industrializzati"; cercano perciò di dar vita ad una "città metropolitana di riferimento per l’intero Nordest, capace di far fronte alla mancanza di coordinamento nelle decisioni di sviluppo, (mancanza) che viola sia il principio di efficienza che quello di democraticità". Ciò che i due sindaci vorrebbero fare è dare forma ad una rinnovata tensione verso la "formazione della massa critica, di quell’entità urbana capace di continuare a competere sul mercato mondiale nella produzione di servizi e nella creazione di ambienti ricettivi delle grandi innovazioni". Ancora vorrebbero assicurare un forte coordinamento nelle decisioni di sviluppo per dare forma urbana alla frammentazione attuale del territorio partendo dall’assunto che le grandi aree urbane del mondo hanno saputo dare una forte spinta alla crescita economica. Solo la grande città Venezia-Padova-forse-Treviso potrà così dare la possibilità di moltiplicare "le infrastrutture per l’economia digitale: università, centri di ricerca, fiere e reti di trasporto e permetterà l’espandersi della new economy"!
La nuova entità metropolitana aperta a tutti si presenterebbe così come una macchina di potenzialità; rifacendosi, almeno apparentemente, ai modelli di aree urbane nati quarant’anni fa nel nord Europa o ai modelli delle metropoli anglosassoni dovrebbe dar forma ad un nuovo ordinamento differenziato "proprio della realtà veneta", attento alla specificità di Venezia ma allo stesso tempo con una interpretazione dei paradigmi del cambiamento economico e sociale dell’intero Veneto.
Fin qui quanto è stato espresso col documento "missione impossibile" Costa-Destro. Il non detto però lascia libertà di campo a diverse declinazioni del significato di un nuovo ordinamento di città. È possibile anche immaginare che la metropoli VE-PD (TV?) prefiguri la nascita di una mega-città basata sull’idea di città diffusa, che si prefigura come la città dell’auto, che struttura l’uso del suolo e la morfologia urbana all’accessibilità capillare individuale guidata da standard e regolamenti edilizi; uffici, fabbriche, centri commerciali, ipermercati, centri sportivi, centri per le vacanze ecc., che aumentano a dismisura movimenti di pendolari massa.
Ma città metropolitana significa anche accentuare la polarizzazione delle aree periferiche e marginali della regione, che potranno subire, attraverso la riduzione della complessità del territorio, fenomeni di impoverimento e degrado a causa della dipendenza gerarchica dal centro metropolitano.
Il progetto, d’altra parte, si può leggere anche come l’idea di un governo in grado di promuovere l’avviamento di un processo di distribuzione dei servizi rari, delle funzioni pubbliche, individuando nodi significativi accessibili ai trasporti pubblici, tendenti a ridisegnare un territorio regionale di reti distribuite che tenga conto della complessità dell’intero tessuto sociale che compone il territorio.
Il rischio è che la visione strettamente economicistica frammenti ed annulli lo spazio dei luoghi quando sarebbe auspicabile invece concepire il territorio come una rete di relazioni capaci di aiutare la crescita delle "società locali" luoghi dotati di identità. La ricerca della dimensione strategica presentata come metodo dell’iniziativa, dovrebbe cioè, per essere realmente innovativa, perseguire l’obiettivo di coordinare un insieme di sistemi reticolari, non gerarchici, di città. Non è eccessivamente fantasioso pensare che un società matura dovrebbe essere costituita di municipalità di dimensioni contenute, ciascuna delle quali formata da una rete di comuni perfettamente sintonizzati tra loro.
Restituire la complessità, non semplificare, dovrebbe quindi essere il primo problema del progetto urbanistico della regione: superare i modello centro-periferia, valorizzando le peculiarità insediative dei sistemi territoriali che compongono la regione stessa, esaltandone la vocazione reticolare policentrica.
 

Con uno sguardo all’Europa - Intervista di Paolo Pennisi a Massimo Carraro
Venezia non ha certo bisogno di presentazioni in Europa e nel mondo. Il suo fascino è intatto nel tempo e il suo richiamo irresistibile. Ma, in una Europa in costruzione, in cui ogni stato nazionale deve dare il suo contributo sociale ed economico ad uno "Stato" nuovo, con regole e obblighi da rispettare, quale è l’immagine che la Serenissima dà di sé; e soprattutto, che contributo può venire dal suo tessuto socio-economico? Lo chiediamo all’eurodeputato Massimo Carraro, importante imprenditore veneto.
E’ scontato il successo di immagine che Venezia riscuote in Europa. Ma anche da un punto di vista economico e produttivo la città gode sicuramente di "buona stampa". Il turismo, ovviamente, è visto come un elemento fondamentale della sua economia (né potrebbe essere altrimenti), come del resto di alto livello è la sua presenza nel panorama internazionale nel campo della cultura, del sapere universitario, della convegnistica. Va detto, ancora, che di non minore qualità sono considerate le attività produttive legate al porto, alla cantieristica e all’aeroporto. Venezia viene percepita in Europa come la capitale regionale del Veneto, senz’altro più di quanto avvenga tra le genti venete, forse per l’antica prevenzione delle città di terra nei confronti della serenissima. Venezia è vista non come un qualcosa a sé, ma come parte integrante del "miracolo" economico e sociale del Nordest, certamente con una sua specificità che le deve essere riconosciuta.

Allora perché l’invito europeo a restituire gli sgravi fiscali a suo tempo riconosciuti a Venezia dal governo italiano?
Va innanzitutto detto che il provvedimento europeo nasceva come conseguenza di un difetto di procedura da parte dello stato italiano che non aveva notificato la sua decisione a Bruxelles. Sembra, poi, per lo meno paradossale che contributi dati (e percepiti soprattutto) in buona fede debbano essere restituiti a distanza di tanti anni. C’è ancora un’altra questione che va valutata con attenzione. Venezia non può essere equiparata ai problemi del meridione d’Italia, territorio per cui lo stato italiano ha chiesto sgravi contributivi e fiscali e che l’Europa sembra non voglia riconoscere. A Venezia l’attività manifatturiera va salvaguardata perché i costi di gestione per le imprese sono realmente più onerosi. Piuttosto va fatta una selezione di quali imprese vanno sostenute per i loro extracosti riconosciuti. Penso, ad esempio, alle attività vetrarie di Murano. Meno comprensibile sarebbe un intervento di sostegno reclamato dalle più disparate realtà presenti in laguna non legate alla produzione di manufatti.

L’iniziativa dei due sindaci di Venezia e Padova per una città metropolitana integrata può essere, a suo avviso, una carta in più da spendersi in Europa? Quali vantaggi per Venezia?
Ritengo l’iniziativa ottima sotto ogni profilo per le due città (a cui aggiungerei Treviso), ma anche per le realtà territoriali che ne verrebbero coinvolte. Venezia trarrebbe indubbi vantaggi dall’integrazione dei suoi servizi con quelli della nuova area metropolitana, del suo porto con l'interporto di Padova, dell’aeroporto con quello di Treviso, delle sue reti viarie e ferroviarie, dei suoi servizi pubblici, potendo così avvicinare, senza innaturali snaturamenti, la sua specificità lagunare ai sistemi di intercomunicazione più avanzati. E, da questa pianificazione strutturale, altrettanti vantaggi avrebbero Padova e Treviso.
Bisognerebbe naturalmente passare dalle parole ai fatti, e in fretta (…)
Ma sulla reale volontà di muoversi in tale direzione lascia perplessi, per esempio, il fatto che Padova vada avanti nell’operazione di integrazione dei suoi servizi con quelli di Vicenza e Verona. Il fatto stesso, poi, che nella proposta di Statuto regionale fatta dal presidente della Regione veneto Galan manchi ogni accenno alla città metropolitana la dice lunga sulla capacità reale di pensare in grande, con un progetto complessivo per la Regione, proiettato verso il nuovo.

C’è chi parla di costruire un’area metropolitana che comprenda l’intero Veneto (…)
La dichiarazioni del presidente della provincia di Treviso è una vera sciocchezza, perché se l’integrazione di territori e servizi è il futuro del Veneto, è altrettanto vero che ogni operazione in tal senso deve avere una logica motivata dalle realtà storiche e territoriali che si confrontano. Vicenza e Verona hanno tutt’altra storia, così come altra cosa è la realtà del Bellunese e della montagna veneta.


VENEZIALAVORO – Supplemento settimanale di VENETOLAVORO – Anno III n. 5 giovedi 8 febbraio 2001
Dopo i fuochi artificiali di Strà è calato il silenzio. Dalla città diffusa alla metropolitana policentrica
Immaginiamo di essere a teatro: osserviamo attentamente le scene che ci vengono rappresentate in rapida successione.
Scena N°1.Nella splendida cornice di Villa Pisani di Strà, due sindaci, pari entrambi in dignità, incuranti della ruggine che corre tra i loro schieramenti, suggellano con una stretta di mano la loro intenzione di avviare la costruzione della città metropolitana centro veneta: la PATREVE, la grande città metropolitana di almeno un milione e mezzo di abitanti che include il territorio delle province di Venezia, Padova e Treviso e, secondo alcuni, anche di Vicenza. Gran parte della stampa ha inneggiato all’evento. Grande è bello, sembra essere l’idea che affascina Paolo Costa e Giustina Destro, rispettivamente sindaci di Venezia e Padova.
Scena N°2 .In Piazza Ferretto, a Mestre, sono state raccolte le firme per indire il 4° referendum per la separazione della terraferma veneziana dalla città storica. Un recente sondaggio commissionato dalla CGIL ha evidenziato l’esistenza di una maggioranza di cittadini favorevoli alla costituzione del comune autonomo di Mestre. Il comune di Venezia è attraversato da pressanti spinte centrifughe. Il recente distacco politico e amministrativo del Cavallino, rischia di essere il primo risultato di un più vasto sommovimento che può mandare letteralmente in frantumi il Comune di Venezia.
Scena N°3. Nella Riviera del Brenta si è compiuto un passo nella direzione della collaborazione tra i dieci comuni dell’area con la costituzione della conferenza dei sindaci, nata sotto lo stimolo delle forze sociali, per la realizzazione del patto territoriale e dei progetti contenuti nel PRUSST. E’ un processo lento e faticoso, frenato dalla Regione e dai tanti, troppi campanilismi. Infatti, non si riesce ancora a compiere il passo decisivo: l’istituzione dell’Unione comunale come strumento di governo della progettata Città del Brenta.
Lo spettatore è perplesso ed avvia la sua riflessione. Grande è bello, gli dice la prima scena. Eppure, l’importanza di una città non è data soltanto dal numero dei suoi abitanti. Alcuni esempi: Zurigo, sede di una delle più importanti borse mondiali, ha 350.000 abitanti; 100.000 persone vivono ad Oxford e Cambridge, che sono fra le più famose sedi universitarie del mondo; i punti di eccellenza europei rappresentati da città come Strasburgo, Lione, Lille, Francoforte, non superano il milione di abitanti. Secondo tutti gli indicatori internazionali, le città sono realmente "grandi" per la maggiore o minore importanza del loro ruolo, per la varietà e complementarietà delle loro funzioni, per l'ampiezza della loro influenza su un territorio più o meno vasto.
Piccolo è bello, gli suggerisce la seconda scena. Eppure Mestre è legata a Venezia da relazioni complesse. Basti pensare alla laguna, al porto commerciale e passeggeri, all’aeroporto, al Casinò, ai consistenti movimenti pendolari che ogni mattina possiamo osservare a Piazzale Roma e alla Stazione S. Lucia. Si tratta di legami non solo storici ma anche economici e sociali. L’impressione è che si voglia depotenziare Venezia a favore di città venete politicamente più affidabili per la destra la fatica di unire, è rappresentata dalla terza scena. Eppure, la nuova legge – la 265/99, che ha riformato la 142/90 – ha rilanciato l’Unione Comunale. Che si tratti di uno strumento efficace lo dimostra l’esperienza in corso dei comuni che si sono associati per progettare la Città del Piave (S. Donà, Noventa, Musile e Fossalta), oppure l’esperienza di sette comuni della provincia di Modena che associandosi gestiscono unitariamente (quindi in modo più efficiente ed efficace) l’ufficio tributi. Ancora più arretrata è lo stato di collaborazione tra i Comuni del Miranese.
Eppure, se si desse retta alle dichiarazioni, ai commenti ufficiali, sembrerebbe più facile istituire un comune metropolitano che comprende ben tre province che costituire una flessibile Unione Comunale delle Città del Brenta o del Miranese. Per non parlare delle crescenti difficoltà a tenere unito il Comune di Venezia che ha già subito il distacco della penisola del Cavallino e rischia oggi di frantumarsi. Una parte degli spettatori a questo punto non si raccapezza e rinuncia a capire. Preferiscono pensare che si tratti del solito teatrino della politica. I più ostinati si chiedono: ma cos’è la CITTA' METROPOLITANA, questo oggetto misterioso? Un Mestrino su tre non ne ha mai sentito parlare, secondo il già citato sondaggio. Proverò a semplificare i termini del problema. Il Comune di Venezia è sovradimensionato. per l’esercizio delle funzioni ordinarie e di converso è sottodimensionato per governare lo sviluppo. E’ troppo grande per rispondere efficacemente alla richiesta dei cittadini di partecipare ad una migliore gestione e fruizione dei servizi alla persona. Penso agli asili nido, alle scuole, ai luoghi della cultura , dello svago e della ricreazione come i parchi, ai servizi sociali, ai lavori pubblici, all’edilizia privata ecc. E’ troppo piccolo per risolvere gli angosciosi problemi dei trasporti, della mobilità delle merci e delle persone, per una programmazione razionale delle zone industriali e commerciali, per una gestione efficace dei servizi locali come la distribuzione della acqua, lo smaltimento dei rifiuti, l’organizzazione del trasporto urbano. E’ troppo piccolo per governare in modo unitario il sistema lagunare, disinquinare le sue acque che provengono da un ampio bacino scolante fortemente urbanizzato, per riconvertire Porto Marghera e sviluppare la sua portualità: in sostanza per un uso sostenibile del territorio. Di converso molti Comuni della Riviera e del Miranese hanno spesso la dimensione ottimale per gestire i servizi alla persona ma sono anch’essi troppo piccoli per governare lo sviluppo. Da qui nasce l’esigenza di un governo unitario dell’area metropolitana di Venezia. Esso è avvertito da molto tempo, anche se come è noto, Venezia fu inclusa tra le città metropolitane solo in fase tardiva, insieme con altre città di dimensioni medie come Bologna e Firenze. Tra le motivazioni che avevano portato un gruppo di parlamentari veneziani a suo tempo, a sostenerne l’inclusione, prevalevano quelle contingenti a problemi specifici veneziani. Si trattava in particolare della mal sopportata convivenza tra la Venezia storica e Mestre in un unico Comune, e dell’aspirazione della porzione orientale della Provincia attuale, a costituirsi in Provincia del Veneto Orientale. Questa circostanza ha alimentato l’opinione diffusa secondo cui a Venezia non sussisterebbero le ragioni naturali per la costituzione della città metropolitana secondo la logica generale della legge di allora. Tale considerazione ha dato argomenti ai fautori di una delimitazione metropolitana Padova-Venezia-Treviso che cioè abbisogna di ben tre città per configurarsi come metropoli.
Crediamo invece necessario non fare confusione tra aree metropolitane - che hanno bisogno di una programmazione, questo ambito spetta in primo luogo alla Regione - con il governo delle città metropolitane. Nel primo caso si tratta di realizzare integrazioni funzionali, mentre nel secondo si tratta di costituire un’istituzione dotata di un Sindaco e di un Consiglio della città metropolitana eletto direttamente dai cittadini. Un’istituzione che sostituisce la Provincia. Nel vigente ordinamento legislativo italiano sono considerate aree metropolitane le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. In tali aree metropolitane il comune capoluogo e gli altri comuni (..) possono costituirsi in città metropolitana ad ordinamento differenziato. Il comune capoluogo per l’appunto, non due, o tre, o magari quattro comuni capoluogo, commenta l’urbanista Luigi Scano. La città metropolitana acquisisce, innanzitutto, le funzioni della provincia ed altre che la Regione vorrà trasferire. Ne consegue che le città metropolitane dovranno avere una configurazione territoriale, analoga a quella delle altre province. Non sembra corrispondere a questo criterio l’idea di assorbire ben tre province entro la città metropolitana di Venezia. Non saprei dare un nome agli abitanti di PATREVE. Oltre una certa soglia non solo s’interrompe il rapporto tra cittadini e istituzione ma si smarrisce anche l’identità politica. Osserva giustamente Flavio Zanonato: in fondo vorrà pur dire qualcosa l’esistenza di tre amministrazioni provinciali distinte, di tre diocesi (in realtà quattro N.d.R.) di associazioni sindacali ed economiche divise per provincia e se gli stessi quotidiani informano le rispettive realtà con edizioni provinciali distinte . Ciò non significa negare la necessità che tra le tre province ci sia la necessità di una più stretta integrazione e che a questo scopo si renda indispensabile un ruolo programmatorio della Regione e intese tra le tre città capoluogo. Così come era stato indicato dalle intese tra i sindaci Cacciari e Zanonato occorre innanzitutto un progetto finalizzato alla mobilità delle merci e delle persone. Occorre mettere in comunicazione i grandi centri d’intermodalità (aeroporto Marco Polo, portualità lagunare e interporto di Padova), le Università, i centri culturali e di ricerca. Le soluzioni sono note e attendono solo di essere realizzate: raddoppio della linea ferroviaria, metropolitana di superficie e integrazione con il trasporto locale su gomma, tunnel di Mestre e asse plurimodale al posto dell’inutile idrovia etc. Ma chi ostacola la sua realizzazione? E forse l’assenza di un enorme città metropolitana ad impedire che si proceda alla realizzazione di queste fondamentali infrastrutture? Quello di cui soffre Venezia è l’ostilità della giunta Galan, non risolvibile allargando a dismisura i confini della città metropolitana.
Venezia resta fedele alla propria unicità: una città estremamente complessa, segnata da una crisi profonda al cui interno coesistono realtà disparate, e spesso in conflitto, come il centro lagunare e il polo industriale di Porto Marghera, la città vasta di terraferma, la laguna, le isole, i litorali. Città bipolare d’acqua e di terra, arcipelago urbano: ecco, qui sta la specificità di Venezia. Basti questa caratteristica per indicare Venezia come la città che come altre, e forse più di altre, ha bisogno di un governo metropolitano; città dalla molte identità, tenuta insieme con gran difficoltà: Venezia, infatti, è attraversata da pressanti spinte centrifughe, di cui il distacco politico amministrativo, recentemente deciso con un referendum dai cittadini del quartiere del Cavallino, della penisola del Cavallino, è il primo risultato di un più vasto sommovimento che rischia di mandare letteralmente in frantumi il Comune di Venezia. Il rischio a nostro parere è quello dell’implosione: non c’è solo la preoccupazione che al prossimo referendum, il quarto, si realizzi la separazione di Mestre, ma la stessa frantumazione di Mestre in almeno tre distinti Comuni autonomi. Eventuali ulteriori amputazioni del territorio comunale, rappresenterebbero una grave disgregazione, un’insanabile ferita per la sopravvivenza stessa della città, così come la conosciamo oggi.
Nel contempo il resto del territorio interessato dal progetto di città metropolitana si presenta con una struttura urbana locale assai più articolata rispetto a Padova, Treviso e Vicenza che invece hanno inglobato intorno a sé i nuclei storici preesistenti in un continuum edificato privo di connotati urbani. Intorno a Venezia il sistema insediativo si presenta articolato su più centri, sviluppatisi intorno a polarità preesistenti (Dolo, Mirano, Noale, Mira, Mogliano) le quali costituiscono un vero e proprio sistema reticolare. Ai comuni dell’area centrale della provincia, per ragioni in primo luogo di unitarietà della laguna, occorre aggiungere Chioggia, il sesto Comune del Veneto per abitanti, città dalla forte identità e inconfondibile per i suoi tratti antropologici.
Così al vecchio modello città-campagna, centro-periferia se ne sovrappone un altro a rete destinato a configurare un caleidoscopio di centri dotati di qualità urbane. Perché Venezia, come tutti i grandi comuni, non cresce più dentro i ristretti confini comunali, determinando un rafforzamento stellare dei comuni vicini. Questo processo va governato con un’istituzione forte onde evitare il rischio che l’urbanizzazione generata innanzi tutto dalla impresa post-fordista, diffusa nel territorio vasto, determini un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi. Un ambiente sradicato e omologante generatore di una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone da un punto all’altro del sistema insediativo che soffoca la nostra esistenza.
Per invertire le tendenze in atto alla città diffusa occorre progettare la metropoli policentrica. Da qui occorre partire per rilanciare con grande forza il progetto della città metropolitana. L’ambito di competenza della città metropolitana di Venezia dovrebbe quindi comprendere tutti i territori ricompresi nel sistema lagunare (sotto il profilo geomorfologico) e/o nel sistema urbano giornaliero (sotto il profilo della integrazione socio-economica). In base a questi criteri la città metropolitana di Venezia dovrebbe comprendere nella loro interezza i comuni di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Camponogara, Cavarzere, Chioggia, Codevigo, Cona, Dolo, Fiesso d’A., Fossò, Marcon, Martellago, Mira, Mirano, Mogliano V., Noale, Pianiga, Quarto d’A., Salzano, S. Maria di Sala, Scorzè, Spinea, Strà, Venezia, Vigonovo nonché i territori prospicienti la laguna veneta e delimitati dal taglio del Sile e dalla Piave Vecchia. Il resto dei comuni dovrebbe dare origine alla provincia del Veneto Orientale.
La nascita della città metropolitana sarà possibile se si realizzano alcune condizioni, se si rimuovono gli ostacoli che non hanno consentito fino ad oggi la realizzazione in nessun luogo dell’ambizioso obiettivo. Noi pensiamo che la prima condizione di fondo risieda nel fatto che la città metropolitana sia costruita veramente su basi federative, intendendo con ciò che le municipalità che la costituiscano, siano fondate su poteri forti e vicini ai cittadini. Vale a dire una città con una forte articolazione democratica, perché l’obiettivo deve essere da un lato, quello di un governo sistemico del territorio ampio e, dall’altro, occorre però perseguire l’obiettivo di avvicinare i cittadini ai luoghi della decisione politica. La seconda condizione a nostro parere, riguarda il rapporto tra il Comune capoluogo e i piccoli Comuni. I piccoli Comuni vivono spesso l’idea della città metropolitana come l’avvicinarsi di un pericolo, il rischio cioè di essere mangiati. Quindi occorre fare in modo che nei fatti il rapporto tra il Comune più grosso e i Comuni polvere o più piccoli, non sia vissuto in termini annessionistici. Ciò ha una doppia implicazione.
La prima, che la costruzione delle città metropolitane abbia ripercussioni sul Comune capoluogo, in termini di suddivisione municipale. A Venezia, la scelta è quella di costituire cinque municipalità dentro l’attuale territorio comunale. E in fase d’avvio la sperimentazione delle municipalità del Lido e di Marghera.
La seconda, riguarda il rapporto con i piccoli comuni. L’idea è quella di costruire la città metropolitana in modo flessibile, prevedendo un ordinamento differenziato al proprio interno almeno in una prima fase. Se i Comuni della Riviera e quelli del Miranese vorranno partecipare in modo non subalterno, avendo cioè voce in capitolo, è opportuno che si affrettino ad istituire le rispettive Unioni Comunali.
Si possono esaltare le differenze, le autonomie, una volta esaltate le integrazioni così come stiamo facendo con i patti territoriali. Di converso lo strumento dell’Unione Comunale, non annulla il ruolo dei singoli comuni ma lo esalta. Troppo spesso, nel dibattito politico corrente, i problemi istituzionali sono affrontati in una logica autoreferenziale, prescindendo dalle relazioni con la società. La conseguenza di questo approccio è quella di non far comprendere la reale posta in gioco dell’azione per la riforma dello Stato.
Di converso, un’altra parte della sinistra guarda al sociale e considera con fastidio le questioni istituzionali come se si trattasse di problemi tecnico-giuridici. Due mondi non comunicanti tra loro. E' necessaria invece una strategia di saldatura tra gli elementi sociali e quelli istituzionali. Di fronte alla portata dei processi occorre, infatti, saper rispondere contemporaneamente alla domanda di partecipazione dei soggetti sociali, alla richiesta di maggiore efficienza delle strutture pubbliche, al bisogno di autogoverno delle comunità locali, insieme con la necessità imprescindibile di progettare una nuova qualità dello sviluppo.
Perché appassionarsi a questo obiettivo di riordino istituzionale? Il territorio spiega Focault prima ancora di essere una nozione geografica, e una nozione giuridico politica e precisamente quel che è controllato da un certo tipo di potere; e se i poteri pubblici sono deboli e frammentati, il territorio è soggetto alle sole regole del mercato. Non è quello che noi auspichiamo.


Oscar Mancini Segretario CGIL Metropolitana
Da "VIP" Veneto Internet Press 27 febbraio 2001
Pagina "Venezia"
AREE METROPOLITANE, SERVE IL FEDERALISMO
- Approvare il testo sul federalismo in discussione in Parlamento e dare il via ad un ''serio confronto'' nelle Conferenze Stato-Città ed Unificata sull'argomento 'Aree metropolitane''. Questo e' quanto chiedono i Sindaci delle 14 grandi città italiane, che si sono riuniti nella sede dell'Associazione dei Comuni (Anci). ''Crediamo che sia molto importante - ha detto il Sindaco di Venezia Paolo Costa - l'appello lanciato ieri dal Presidente e dal vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Enzo Ghigo e Vasco Errani, per la definitiva approvazione del testo sul federalismo attualmente in seconda lettura in Parlamento''. ''Un testo - sottolinea il Sindaco di Bari Simeone Di Cagno Abbrescia - che costituzionalizza le Città metropolitane''. Nel documento firmato dai Sindaci delle Grandi Città (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Trieste, Venezia) si ricorda che nelle grandi aree urbane ''sono insediati 22 milioni di residenti (il 38,3% della popolazione nazionale), vi si produce il 42% della ricchezza nazionale e sono coinvolti 1.300 Comuni. ''La legge 265 del 1999, che riforma l'ordinamento degli Enti Locali - dice Costa - prevede le Aree Metropolitane, ma il percorso che il testo prevede e' difficilmente percorribile perché prevede un continuo confronto con le Regioni, e soprattutto perché presuppone una adesione delle Province al progetto di Area Metropolitana. Nonostante queste difficoltà, diverse grandi città hanno attivato le procedure previste. Ma crediamo anche che i tempi siano maturi per richiedere, attraverso l'Anci, che la Conferenza Stato-Città e la Conferenza Unificata dedichino due sedute speciali interamente a questo argomento''.


IL GAZZETTINI ONLINE - Sabato, 24 Marzo 2001
Il sindaco rilancia la città metropoli
Mestre
Non sono d'accordo su nulla, o quasi. Però considerano positivo il fatto di aver cominciato a discutere su tutto e di voler passare dall'era delle idee a quella dei progetti realizzati. Paolo Costa e Diego Gallo, il sindaco di Venezia e il segretario della Camera del Lavoro-Cgil cittadina.
Il sindacalista - che ha organizzato gli "stati generali" per chiedere alla maggioranza di ritrovare un rapporto con i propri elettori, ma in genere con tutta la città - vuole una Venezia metropolitana che riunisca i 24 comuni della gronda lagunare, Mogliano e la parte centrale fino a Stra. Niente di più.
Costa risponde che la vera Cittàmetropolitana è Venezia-Padova-Treviso. E ci crede, nonostante la Destro, sindaco di Padova, voglia "fare della sua città la nuova capitale del Veneto e del Nord Est" solo qualche mese dopo gli impegni presi proprio con Costa "per l'area metropolitana " (parole di Gallo). Ci crede perché è una concreta risposta alle spinte separatiste, al referendum che la maggioranza si prepara a combattere. E all'idea di separazione Costa risponde con il "bisogno di imbarbarire la città , come faceva Venezia dopo ogni pestilenza: per aumentare la popolazione falcidiata dal male "importava" cittadini da altri paesi, di ogni ceto sociale". È una risposta a chi vuole chiudersi nelle piccole realtà e, attenzione, non c'è solo Mestre, non c'è solo Venezia, ma anche Pellestrina potrà volersi dividere, come gli altri comuni del nostro territorio. Ma è anche una risposta a chi ieri mattina denunciava la mancanza di una classe dirigente in grado di garantire il futuro di Venezia. Una classe che non viva, invece, invece, "della fine dei sogni di Volpi covati alla vigilia di Caporetto" (parola di Marco Paolini). Elisio Trevisan

30 marzo 2001
Comunicato stampa a cura di Medialab agenzia di informazioni
Alla conferenza relativa alla "città metropolitana" svoltasi all'interno della Rassegna dell'innovazione nella Pubblica amministrazione "Dire e fare nel Nord Est", sono intervenuti importanti personalità della vita politica e sociale veneta.
Paolo Costa, sindaco di Venezia, ha definito la città metropolitana come un "fantasma" che appare e scompare e che ora si è materializzato in "un'esigenza". Costa ha accennato alle indicazioni della nuova legge costituzionale sottolineando il ruolo centrale delle amministrazioni comunali nell'ambito delle città metropolitane e all'interno dell'indirizzo di massima individuato in "cooperare per competere".
Luigino Bussato, presidente della provincia di Venezia, ha sollevato la questione della delimitazione dell'area e delle competenze della città metropolitana. Ha spiegato che la costituzione del nuovo organo è "necessaria per lo sviluppo e le interconnessioni dell'area e che per tale motivo ci vuole un governo" ha affermato Bussato. Ha poi aggiunto:"Si tratta però di stabilire a che livello costituire questo nuovo governo tenendo presente gli altri livelli come la Regione, la Provincia e i grandi Comuni".
Diego Gallo, segretario generale della camera del lavoro, ha polemizzato sulla mancanza di programmazione della Regione e ha sollevato il dubbio sull'effettiva validità di un nuovo organo elettivo. Fabio Barbieri, direttore del Mattino di Padova ha ironizzato sullo spreco di investimenti in organi amministrativi "più o meno inutili" e ha attirato l'attenzione anche sulla scarsa necessità di formulare nuove leggi per risolvere antiche e nuove questioni.
L'onorevole Adriana Vigneri ha poi fatto una panoramica legislativa spiegando le differenze e le diverse indicazioni contenute nella legge costituzionale.
Infine Giustina Mistrello Destro, sindaco di Padova, ha spiegato il valore del progetto che unisce il comune di Padova, Venezia e Treviso nell'intento di creare sinergia e progresso nelle tre province. La Destro ha poi sottolineato come "purtroppo non sempre la politica è riuscita ad esprimere al meglio la forza e le capacità di quest'area" e ha concluso con un incitamento alla realizzazione delle aree metropolitane affermando "Ci vuole la legge, la volontà e il supporto della Regione, ma soprattutto bisogna procedere in maniera concreta!"


Giornata/Convegno "L'area metropolitana del Veneto Centrale" (16 Giugno 2001)
a cura di Franco Posocco, Vittorio Pollini e Massimo Riolfatti
La giornata pur essendo centrata sulla gestione e sui problemi delle aree urbane e metropolitane, tenderà ad evidenziare gli aspetti interdisciplinari ed eco-umani del tema. Si deve tener presente che la tematica non sarà a carattere solo generale, ma avrà come riferimento di sfondo l'area metropolitana "Padova-Treviso-Venezia". Il tema non si esaurirà in una giornata, ma si ipotizza che annualmente il Centro possa approfondire questo ambito, facendone una strategia di ricerca, studio e cooperazione anche con strutture ed enti esterni all'Ateneo.
La giornata sarà articolata secondo due punti di vista: uno, l'analisi e valutazione di tipo sociale e antropologico, l'altro, sulle tecnologie e tecniche di gestione del mondo urbano.
Il convegno inizierà alle ore 9.00 e si concluderà alle ore 14.00. La sede è prevista essere l'Archivio Antico del Palazzo del Bo.

Programma di massima della Giornata/Convegno sulle aree metropolitane
Saluto ai presenti

    1.1 Descrizione geografico-storica del concetto di area urbana e metropolitana e sua evoluzione (F. Posocco)
    1.2 Economia del Nord-Est e sue aree metropolitane (M. Mistri)
    1.3 Metropoli, vita quotidiana, comunicazione (I. De Sandre)
    1.4 Organizzazione e interventi di Sanità Pubblica nelle aree metropolitane (G. Rausa)
    2.1 Strumenti per la pianificazione e gestione a livello di piano delle infrastrutture (V. Pollini)
    2.2 Le eco-tecnologie nelle aree metropolitane (L. Angelin - A. Mantovani)
    2.3 Territorialità delle comunicazioni
    2.3.1 Trasporti (L. Della Lucia)
    2.3.2 Telecomunicazioni (C. G. Someda)
    3 Conclusione (G. Righetto).


Il Gazzettino Online - Mercoledì, 19 Settembre 2001
"Venezia resti capitale del Veneto"
Venezia capitale del Veneto. Lo è, ma con tanti appetiti che girano forse è meglio mettere le mani avanti, e ribadirlo nel nuovo Statuto della Regione.
È quanto hanno pensato ieri i componenti della Commissione speciale Statuto, istituita in Comune per interloquire con la Regione nella redazione appunto della nuova carta dei principi che Palazzo Balbi deve darsi. La commissione, presieduta da Luciano Pomoni, ieri ha definito il testo di un ordine del giorno da portare al voto in consiglio comunale e poi da presentare al consiglio regionale. "Abbiamo ribadito - spiega il vicepresidente della commissione, Sandro Bergantin - che lo Statuto deve confermare il ruolo di Venezia capoluogo della Regione". Lo Statuto regionale dovrà inoltre riportare che Venezia è altresì area e città metropolitana

www.paologiaretta.it - 3 dicembre 2001
La città metropolitana incentrata su Padova è per noi meglio della Pa.Tre.Ve. di Angelo Boschetti
La proposta di legge della Margherita per fare di Padova una Città Metropolitana e la casualmente concomitante dichiarazione del presidente Giancarlo Galan a Verona (Verona è la vera capitale del Veneto!), dichiarazione che ha provocato gli autorevoli interventi, sul Mattino di Giorgio Lago, di Massimo Cacciari e di Paolo Costa, hanno elevato il livello del dibattito politico in regione.
Era ora! Finalmente si discute di politica vera: il disegno del Veneto futuro e delle sue componenti principali, disegno che troverà momento fondante nel nuovo Statuto della Regione. Stupisce che la dichiarazione di Galan (che fotografa puntualmente almeno una parte dello stato di fatto del Veneto) abbia provocato una alzata di scudi da parte di Venezia e sia invece passata sotto silenzio (come del resto la proposta di Città Metropolitana) a Padova, unica città del Veneto che abbia le carte in regola, con Verona, per essere il centro di aggregazione di una vera Area Metropolitana.
Venezia si sente offesa dalle "pretese" di Verona e con la consueta visione veneziocentrica dichiara: solo Venezia è la capitale del Veneto! Nessun altra città può aspirare a questo ruolo.
Sotto un certo punto di vista Venezia ha ragione, ma nessuno, credo, (né Galan a Verona, né i padovani con la loro proposta) ha mai voluto togliere a Venezia questo ruolo che la storia stessa le assegna in maniera inequivocabile.
Ma se Venezia è, e rimane, la splendida capitale di "immagine" di una regione, ciò non significa che non si debbano facilitare e incentivare le aspirazioni e le motivazioni che spingono altre città del Veneto a trovare una propria via di sviluppo (anche organizzativo e amministrativo), se hanno, come Padova e Verona hanno, le capacità e le caratteristiche da poter essere centri di aggregazione di Aree Metropolitane. Anzi da questa ratifica di uno stato di fatto, in un momento in cui la competizione avviene sempre più tra regioni d'Europa, tutto il Veneto, e Venezia per prima, ne trarrebbe vantaggio competitivo. In effetti essere la capitale di una regione non impone per forza essere anche il centro di un'area metropolitana.
Guardiamo agli USA dove sono pochissimi gli Stati le cui capitali coincidono con le grandi Aree Metropolitane: la capitale dello stato di New York è Albany (100.000 abitanti) e non N.Y., la capitale della Pennsylvania è Harrisburg ( 50.000) e non Filadelfia, la capitale della California è Sacramento e non Los Angeles o San Francisco. Addirittura ci sono capitali di stato con meno di 10.000 abitanti come Montpelier (Vermont) o poco di più come Pierre (South Dakota).
Per quanto riguarda Padova c'è da chiedersi se debba per forza aspirare a divenire parte di Città Metropolitana attraverso percorsi di innaturale aggregazione, come il fumoso progetto della Pa.Tre.Ve. che Paolo Costa oggi rilancia.
Ho l'impressione che questa ipotesi danneggerebbe Padova (e il Veneto) e ne limiterebbe lo sviluppo per tutta una serie di motivi.
Prima di tutto perché Verona da un lato e la PATREVE dall'altro spaccherebbe in due il Veneto: Verona (con Vicenza?) da un lato, Venezia con Treviso e Padova dall'altro. Dico Venezia con TV e PD e non PD con VE e TV, perché è chiaro che mai Venezia, come avviene ormai da 600 anni, consentirebbe l'esplicazione di tutte le potenzialità di Padova e l'aggregazione sarebbe destinata a fallire per la troppo grande differenza di interessi e di problemi reali oltre che di "visione" reciproca che le due città hanno.
Diamo una scorsa alla storia. Padova, la più ricca, popolosa e potente città dell'entroterra veneto durante l'impero di Roma (nel terzo secolo la seconda città dell'impero, con Cadice e dopo Milano) resta grande e potente anche con la caduta dell'impero tanto da resistere quasi 50 anni agli assalti del Longobardi, che nel 601 la radono al suolo (dalle sue ceneri nasce Venezia).
"Sparisce" per quasi 400 anni (trasferimento a Monselice) e poi inizia a risorgere con il breve comitato ottoniano e ha una fantastica crescita come libero Comune (alla fine del XII secolo è così ricca da potersi permettere l'edificazione del più importante edificio civile medievale del mondo: il Salone), fino ad arrivare con la signoria Carrarese ad essere il centro di un vero e proprio Stato (1387) con Vicenza, Treviso, il Cadore. Nel 1406 Venezia, con accorta politica, "inghiotte" Padova e il suo territorio. Con il dominio veneziano si arresta lo sviluppo di Padova che anzi regredisce al ruolo di città Universitaria (Venezia non vuole i turbolenti studenti in casa) e di fortezza a difesa di Venezia. Venezia assieme ai Carraresi "strangola" anche Padova. Basti pensare che nel 1430 Padova scende allo stesso numero di abitanti (15-17.000) che aveva nel XII secolo e deve aspettare la metà del XIX secolo per ricrescere al numero di abitanti che aveva durante l'apice della potenza Carrarese. Di ciò ne è prova anche l'aspetto architettonico della città che non acquista mai la monumentalità rinascimentale, barocca, e settecentesca di altre città: a parte i pochi edifici già avviati e ultimati all'inizio del 1500, l'unica attività edificatoria monumentale a Padova è quella legata alle sue fortificazioni (Sansovino, Falconetto) con rare eccezioni (forse solo Prato della Valle, palazzo Selvatico e la chiesa del Torresino).
Anche dopo la caduta della Serenissima, Venezia ha continuato a vedere Padova come un suo dominio che non doveva svilupparsi, e reciprocamente Padova e i padovani hanno continuato a guardare a Venezia come all'unica possibilità di sviluppo, perpetuando una forma di sudditanza psicologica, eredità di quattrocento anni di dominio assoluto, durante i quali erano stati addirittura abituati a vedere la pianta della loro città con Venezia in alto al posto del Nord. Solo nell'ottocento, con la prima pianta napoleonica, Padova torna ad avere i punti cardinali al loro posto naturale.
Ma quattrocento anni hanno quasi indelebilmente abituato Venezia a trattare Padova come una sua appendice e Padova a "guardare" solo a Venezia. E questa abitudine in duecento anni non è radicalmente cambiata. Queste affermazioni trovano puntuale riscontro in tutta una serie di fatti che hanno portato (con la nostra connivenza) a situazioni di grave penalizzazione per Padova: aspettiamo fino a metà degli anni 60 per avere un'autostrada verso Vicenza, Verona e Milano. Il sud si ferma a Rovigo fino quasi agli anni 80, facciamo la guerra alla Vicenza-Trento che avrebbe accorciato di 70 km la distanza autostradale tra Padova e il Brennero, non abbiamo una viabilità seria verso Cittadella e Bassano. Il progetto SMFR ci orienta solo verso Venezia e Castelfranco. Venezia vuole la "sua" Fiera e il "suo" Interporto e anche il "suo" Mercato Ortofrutticolo. Sono stati immobilizzati centinaia di miliardi con una inutile Idrovia Padova-Venezia.
Non abbiamo mai pensato a Vicenza (la terza più importante provincia industriale d'Italia) come ad una realtà a cui è nostro interesse rivolgerci. Forse è ora che cominciamo a pensare a quali sono i nostri veri interessi e le linee di sviluppo economico e sociale che meglio li sostengono. E' per questo che mi auguro che il progetto di Città Metropolitana incentrato su Padova trovi il più ampio e trasversale consenso e che tutte le forze politiche, economiche e sociali della città condividano e facciano propria una proposta da cui dipende il nostro futuro.


Nexus – Mensile di comunicazione, cultura e attualità, nella città metropolitana di Venezia anno X - n.44 gennaio - febbraio 2002
Città mutante città del fare
Venezia unita e metropolitana unita per il Veneto di Carlo Rubini (*)
Il referendum confermativo del 7 ottobre scorso ha modificato l’assetto istituzionale dello stato repubblicano. Tra i punti qualificanti di tale riforma c’è l’introduzione della Città Metropolitana quale ulteriore articolazione territoriale dello Stato Italiano.
Già due leggi antecedenti alla predetta riforma costituzionale (legge n. 142/1990 e legge n. 265/99) avevano individuato modi e tempi per la realizzazione delle città metropolitane, importanti e vitali realtà in essere in numerosi stati, anche europei.
Fra i territori nazionali individuati quali "aree metropolitane" c’era anche quello di Venezia. Riuscire a dar vita a questo passaggio istituzionale significa offrire un’occasione di rilancio di Venezia alla dimensione di "capitale veneta" e di grande città europea autenticamente cosmopolita.
La realtà veneziana è ormai inserita nell’irreversibile processo di modernizzazione che riguarda i grandi centri più antichi e complessi, soprattutto del novecento.
Tale sua storia ne ha consolidato le condizioni di unitarietà del territorio di mare, di laguna e di terraferma, allargando nei fatti e nelle condizioni di vita, di cultura e di lavoro una ancor più vasta "città integrata", affacciata al bacino lagunare e alla parte centrale della attuale Provincia di Venezia. A quest’area metropolitana "lagunare" vanno poi collegati possibili ulteriori soluzioni d’integrazione fra le diverse città ravvicinate della regione veneta, sulla base delle necessarie verifiche geopolitiche.
Serve riuscire a creare una cultura diffusa intorno ai contenuti innovatori del concetto di "metropolitanità"; se da un lato esiste in città la percezione dell’importanza di tale organismo, dall’altro lato sembra sussistere nella popolazione, nella stessa "intelligentia" del territorio coinvolto e persino nei mass-media una ben scarsa consapevolezza. Se così è, il Comune di Venezia - essendo quello di Venezia-capoluogo il territorio individuato quale "area metropolitana"- ha il compito trainante di avviare le procedure necessarie ad attivare il percorso giuridicamente previsto, dando così risposta all’impegno assunto in tal senso nella campagna elettorale; e, per la loro parte, simile compito spetta ai Comuni coinvolti nel medesimo processo metropolitano.. Compete infatti ex lege a tali organismi pubblici il primo passo atto a "sbloccare" l’attuale situazione di non più giustificata inerzia.
Ad un compito altrettanto importante e responsabile è chiamata la Regione Veneto a cui è riservato l’obbligo di intervenire per superare eventuali ostruzionismi durante il complesso iter istitutivo. E’ interessante, ancora, rammentare che le più recenti disposizioni di legge, nel riformare le precedenti norme, hanno inteso, di fronte ad eventuali ritardi o intralci nell’agire degli enti preposti, rimandare l’onere e la responsabilità del perfezionamento di tale iter agli organi nazionali dello Stato, vale a dire a Governo e Parlamento.
Vi è poi un altro nodo da sciogliere, la risposta da dare all’avviato iter per l’ennesimo "referendum" separatista di Mestre dall’unitario Comune di Venezia: un’evenienza politicamente, culturalmente ma anche sociologicamente opposta allo spirito che sorregge l’istituto innovativo della "città metropolitana. Con tale referendum si vorrebbe –operando a ritroso nella storia- ritornare a due comuni, più o meno piccoli, sicuramente deboli, come se essi attendessero a strutture urbane davvero staccate e diverse: se ciò accadesse, Venezia verrebbe ad essere una cittadina di 80-90 mila abitanti, priva di quel tessuto urbano di più recente formazione, per sua natura proiettato verso attività in gran parte complementari ed integrative di quelle proprie della Venezia insulare; e neppure il destino di Mestre sarebbe migliore, stretta com’è fra le realtà in progresso, soprattutto di Treviso e di Padova.
Ancora una volta è, dunque, la Regione chiamata a decisioni coerenti, essendo fra loro inconciliabilmente contraddittorie la proposta separatista e l’innovativo e moderno istituto costituzionale della Città Metropolitana di Venezia che, -è bene riaffermarlo- prevede al suo interno comuni pienamente autonomi, provvisti dei poteri propri dei comuni "ordinari". Ciascun "comune metropolitano" della Città Metropolitana di Venezia, comunque definito dallo Statuto, sarà sin dall’inizio un "comune autonomo", in grado di dare, coi suoi organi politici e con la propria organizzazione, precise risposte alla esigenza fondamentale di distribuzione (e non solo di decentramento o di delega) dei poteri metropolitani che sono poi quelli dell’Ente Provincia.
Il Comune di Venezia sta già, al momento, riorganizzando, sulla base del più ampio principio democratico, il proprio decentramento, creando – in luogo delle attuali Circoscrizioni" (Quartieri) - le "Municipalità", dotate parzialmente, in applicazione dell’ordinamento oggi applicabile alla situazione, di veri e propri poteri politici ed amministrativi ed in numero funzionalmente ristretto rispetto ai Quartieri esistenti.
E’ un processo positivo di avvicinamento ai cittadini dei poteri del Comune, ma solo la Città Metropolitana di Venezia, inserita nel contesto regionale veneto, è in grado di assicurare la massima autonomia alle realtà locali limitrofe compatibilmente con il principio di "unità territoriale" e dei comuni interessi generali, sulla base di un rinnovato rapporto con i crescenti "poteri" della Regione Veneto, in sinergia con le altre città capoluogo di provincia della regione stessa e di ogni altro centro urbano portatore di proprie autonomie e di propri valori.
Un futuro moderno e attivo per Venezia, oltre che essere legato alla imprescindibile difesa della città storica dalle acque alte, dipende anche e forse innanzitutto da una riconsiderazione delle potenzialità non solo della Venezia storica che il mondo conosce per la sua civiltà, ma dell’intero suo territorio metropolitano, e che in definitiva la "salvezza" del suo patrimonio di vita e di cultura passa attraverso le opportunità nuove che l’istituzione della città metropolitana offre.
Realizzare la "Città Metropolitana di Venezia" non è un fatto trascurabile racchiuso negli interessi limitati ad una città ma potrà rappresentare uno straordinario ed eccezionale punto di riferimento non solo per la Regione Veneto ma a livello nazionale e internazionale.

(*) Portavoce del Direttivo del "Comitato per Venezia unita e metropolitana, per il Veneto"


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 12 febbraio 2002
Venezia, una madre opprimente. Proposta di legge della Lega per la separazione di Mestre dal centro storico. Nessun contrasto con la richiesta del Movimento per l'autonomia.
Mestre - "Mestre, questa può essere davvero la volta buona!". Ritorna la spinta separatista nel comune di Venezia. L'iniziativa è stavolta della Lega Nord che ha annunciato la presentazione di una proposta di legge regionale per l'istituzione dei nuovi comuni di Venezia e Mestre. Una proposta che dovrà passare necessariamente al vaglio di un referendum, il quarto nella storia della città.
Secondo il presidente del consiglio regionale Enrico Cavaliere, tra i firmatari della proposta di legge, la consultazione potrebbe svolgersi in occasione delle prossime amministrative. La proposta di legge porta le firme dei consiglieri del Carroccio Cavaliere, Stival, Manzato, Bizzotto, Caner, Conte e Tosi.
L'atto è stato ieri trasmesso alla commissione Affari istituzionali e al consiglio regionale. Insomma la sentenza della Corte Costituzionale sul Cavallino ridà vigore alla spinta autonomista. Un percorso verso un nuovo referendum di separazione che non è affatto in contrapposizione con la proposta di iniziativa popolare del Movimento per l'autonomia di Venezia ha protocollato in Regione (il numero è il 106) le firme a sostegno della propria proposta di referendum. Del resto i confini segnati dal Carroccio sono identici a quelli del movimento veneziano. Si parte da Chioggia per proseguire lungo l'attuale confine del comune di Venezia fino ad incontrare, a Fusina, i confini dei vecchi quartieri di Malcontenta, Marghera, San Lorenzo XXV Aprile e Favaro e da qui prosegue per Ca' Montiron e Cavallino, sempre lato laguna, fino al faro di Punta Sabbioni.
Alberto Mazzonetto, capogruppo della Lega in Provincia e Nicola Bottacin, portavoce a Ca' Farsetti, hanno spiegato che il referendum è oramai obbligatorio perché Mestre e Venezia sono già oggi due realtà diversissime tra loro. E la vittoria del sì porterà anche l'autonomia di realtà della terraferma che già spingono in tal senso come Favaro, Marghera o Chirignago.
Cavaliere ipotizza o una unione tra Comuni o ancor meglio la creazione di forti municipalità con i presidenti di circoscrizione trasformati in mini-sindaci. "La Lega conferma la sua linea favorevole all'autonomia tra due realtà così diverse come il centro storico e la terraferma veneziana - spiega il presidente del consiglio regionale, convinto mestrino - Venezia potrà concentrarsi sulla propria specificità di città storica e d'acqua, mentre Mestre potrà sganciarsi da una madre nobile che è anche ingombrante ed opprimente".
Prima di lui Bottacin aveva detto: "Non crediamo nelle forme di autonomia come le attuali municipalità di Marghera e Lido che hanno già dimostrato tutta la loro insufficienza, così come non crediamo nella città metropolitana. I cittadini non vanno presi in giro". Resta tutta da chiarire comunque la ripartizione dei beni immobili e delle entrate, prima fra tutte quella del Casinò, tra i due futuri comuni autonomi. "E' una questione da analizzare in un secondo momento - avverte Mazzonetto, secondo cui Mestre può farcela anche senza i finanziamenti della Legge speciale, già minimi oggi - Del resto è ancora aperto il contenzioso tra Venezia e Cavallino sugli 80 miliardi che la Provincia ha destinato vadano al secondo".


La Nuova di Venezia e Mestre internet - 13 febbraio 2002
Referendum. La laguna e la terraferma stanno meglio separate. di Fabio Barbieri
Uno dei difetti peculiari del nostro Paese si manifesta soprattutto quando si parla di riforme. quelle "possibili" non si fanno o si fanno (ancora peggio) a metà. Si creano per delle "cornici giuridiche" che dovrebbero consentire di attuare le riforme impossibili (che come tali non si attuano mai) o quelle inutili. Qualche esempio? Il federalismo, una riforma possibile (tutti i partiti, chi più chi meno, dicono di essere federalisti) ma non se ne fa nemmeno mezza. Che dico, al massimo un quarto o un decimo di riforma, come quella approvata dal governo di centrosinistra, o come quella nelle intenzioni del governo attuale della quale non si è ancora vista la luce.
L'abolizione degli ordini professionali voluta dall'Europa? E chi sa dov'è finita la proposta di legge dopo la spaventosa marcia indietro del governo D'Alema. Una riforma così, che avrebbe aperto il mercato delle professioni ai giovani e soprattutto avrebbe drasticamente ridotto i costi per tutti i cittadini, s'è naturalmente persa nel porto delle nebbie per la paura delle reazioni degli attuali "garantiti".
Un'altra riforma priva di senso è quella che dovrebbe consentire la costituzione delle cosiddette città metropolitane. Con il risultato che una città come Padova, che avrebbe più diritto di molte altre a questa "tutela" (come ha ben dimostrato Maurizio Mistri), viene tagliata fuori dalla legge e costretta ad aderire alla chimera Patreve, una istituzione che farà fatica, dovesse anche nascere, a trovare un minimo di assetti equilibrati tra le componenti al suo interno, per non parlare del pericolo reale e concreto di restare schiacciata ancora in fasce tra Regione, Province e Comuni.
In questo mare di impotenze e velleitarismi ben venga allora, e auguriamoci tutti il più presto possibile, il referendum sulla separazione di Mestre da Venezia. E' questa l'unica riforma seria e praticabile che potrebbe sciogliere anche i nodi che aggrovigliano le realtà socioeconomiche delle province di Venezia, di Padova e di Treviso e che strozzano potenzialità di sviluppo di dimensione che ancora non conosciamo esattamente. Chi, come chi scrive queste righe, appartiene da sempre alla famiglia riformista, fa fatica a riconoscere nelle posizioni del centrosinistra su questo tema una "volontà progressista" (per quel che vuol dire questa frase). Che senso ha difendere una unione antistorica voluta da un governo autoritario (stiamo parlando del governo Mussolini) che non ha risolto alcun problema né a Mestre né a Venezia? Qui in particolare, in centro storico, mentre si perde un mucchio di tempo a far chiacchiere sull'acqua alta e sui deliri mosaici, si continua a far entrare in laguna mostri marini come le superpetroliere e i bastimenti di turisti; si lascia che monotipo, topi, taxi e vaporetti corrodano col moto ondoso le fondamenta dei palazzi; si consente che il problema della tangenziale si incancrenisca fin quasi al punto di non ritorno.
Ben venga dunque il referendum sulla separazione, con l'augurio che sia la volta buona. Noi staremo dalla parte di chi vuole le riforme possibili e praticabili come avrebbe voluto un grande veneto come Bruno Visentini. Proviamo a raccogliere la sua eredità. Siamo certi che il suo spirito sarà dalla nostra parte, per far sì che una importante realtà socioeconomica e politica come Mestre riesca a darsi, attraverso l'autonomia comunale, quella identità che trasforma un immenso complesso di case e di persone in una comunità.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 16 febbraio 2002
Ha 86 anni uno dei sostenitori storici della divisione. "La consultazione popolare va fatta perché la legge lo prevede". "Macché città metropolitana". Pino Rosa Salva, vecchio separatista: "Siamo pochi, ma buoni" di Alberto Vitucci
Venezia - "La città metropolitana? L'ennesimo trucco per rinviare il referendum. La consultazione popolare va fatta subito, perché la legge lo prevede: perché mai si dovrebbero aspettare le municipalità?". Il progetto della metropoli non convince i separatisti doc. Pino Rosa Salva, 86 anni compiuti e la grinta di un ragazzino, è uno dei sostenitori storici della separazione. Architetto e studioso della laguna, aveva avviato negli anni Sessanta la battaglia contro il canale dei petroli e il polo chimico. E nel 1979 la grande battaglia per i comuni autonomi e il primo referendum. Oggi, 23 anni dopo, è ancora in pista per il separatismo. Forse i tempi sono cambiati... "Ma il buon senso dice che se ci sono due amministrazioni distinte, una per Mestre e una per Venezia, ci saranno rappresentanti delle due città che curano gli interessi della loro città. Senza fare pasticci e compromessi".
Quali sono nel Duemila i motivi per separarsi?
"L'unificazione è stata fatta dal fascismo nel 1926. Da allora siamo andati sempre in peggio, con il crollo degli ultimi decenni. Venezia è stata stravolta e ha perso i suoi abitanti, Mestre non ha potuto svilupparsi".
Non si rischia di creare piccole entità che conteranno sempre meno?
"Assolutamente no. Il Cavallino è l'esempio vivente. Lì hanno fatto il nuovo Comune che funziona bene, governato da gente capace, che vive a Cavallino e conosce i suoi problemi. Non è che per questo sia rimasto isolato".
Oggi si guarda all'Europa e parte la moneta unica. Ha ancora un senso creare comuni più piccoli?
"Sì, ognuno si occuperebbe del suo territorio".
I veneziani sono la metà di quanti erano all'epoca del primo referendum.
"Pochi ma buoni. E poi si potrebbe anche fare una politica per farne tornare qualcuno. Non è che in decenni di governo del comune unitario i residenti siano aumentati".
Non si rischia di indebolire entrambe le realtà?
"No. Oggi il nome di Venezia viene sfruttato da tutti. Anche per fare cose che con Venezia non c'entrano proprio. Il Casinò di Venezia adesso è a Mestre, lo stadio di Venezia lo vogliono fare a Mestre, Senza parlare degli esempi storici".
Uno per tutti.
"Le Assicurazioni generali. Hanno il leone nel simbolo, ma hanno portato tutto a Mogliano. A Venezia hanno tenuto solo la porta di ingresso, il resto è andato in terraferma. E il Comune non ha avuto la forza di opporsi".
Con il comune autonomo invece?
"I veneziani avrebbero deciso altrimenti. Bruno Visentini, se fosse ancora vivo, lo spiegherebbe meglio di me. Ma lo stesso discorso vale per le grandi scelte. Ho portato in barca in laguna grandi giornalisti come Buzzati, Montanelli, Cesare Marchi. Non credevano ai loro occhi quando gli spiegavo che le ciminiere facevano parte del comune di Venezia. Allora molti consiglieri avevano la loro base elettorale in terraferma, tanto che le riunioni le facevano al Petrolchimico. Un sindaco soltanto di Venezia avrebbe potuto dire di no con forza".
La Città metropolitana non basta?
"E' un modo per creare un altro organismo, per far sì che gli stessi politici mettano il cappello su un'altra sedia".
Sono politici in gran parte veneziani.
"Non tutti. Ho il sospetto che molti siano discendenti dei genovesi. Quando l'armata venne sconfitta a Chioggia molti sono restati qui. E il sangue genovese gli è rimasto. Per quello si comportano così".


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 16 febbraio 2002
Venezia-Mestre, i disagi dei colti sulla separazione di Adriano Donaggio
Avete mai sentito parlare de "le tette delle suore" espressione licenziosa e sfacciata cui ricorrevano un tempo i ragazzini, gli occhi maliziosi, ironici e un po’ perversi, per dire di un qualcosa di cui non si poteva neanche cominciare a parlare? Una realtà che c'era, ma che non si poteva dire che c'era?
In questi lunghi anni, ogni volta che una proposta di referendum, rilanciava il problema della separazione tra Mestre e Venezia, a me veniva in mente quell'espressione. Siamo franchi, fino a poco tempo fa, nella città impegnata, nella città bene (a volte coincidenti, a volte no), di questo argomento non si poteva parlare. Il tema della separazione era lasciato a gruppi considerati marginali, un argomento loro che bisognava sopportare, ma nel quale non era serio impegnarsi. Tutto questo negli anni in cui era molto "in" riconoscere il ruolo carismatico dei soggetti devianti, le verità inesplorate rivelate dalla follia. Evidentemente, discutere sulla separazione di Venezia da Mestre, non era considerato né abbastanza folle da essere ammirato, né abbastanza deviante da essere tollerato. Impegnarsi su questo tema era considerato poco "a la page", una cosa di cattivo gusto. Anch'io, che per la separazione ho sempre votato, mi trovavo a disagio con i miei amici, con gli stessi miei famigliari. Non potevo sostenere le mie ragioni perché toccavo la loro suscettibilità, mettevo in difficoltà la cena in casa di amici.
E' un merito di questo giornale averci liberato di questo tabù. Di questo tema si può discutere, su questo tema si possono avere le idee che si vogliono. Come ha ricordato il direttore della Nuova Venezia-Mestre questo matrimonio tra la città insulare e la città che vive nella terraferma non ha un padre nobile (decisa, com'è stata, negli anni del Fascismo) e i risultati di questa unione sono discutibilissimi. Gianfranco Bettin, che di questa città "unita" è da anni un politico e un amministratore impegnato, così sintetizza la situazione: "i costi di tale integrazione e di tale crescita sono stati pagati soprattutto in terraferma, con lo sradicamento, l'immigrazione, il caos urbanistico, la distruzione di paesaggi e memorie di identità precedenti. Se è così, perché non prendere il coraggio a due mani e riconoscere la piena dignità di Mestre, città moderna, autonoma nella propria vita e nella propria identità?".
Sembra facile, ma non è così. Per una volta cominciamo a dire chi ha tutto l'interesse a impedire che le due città si esprimano autonomamente. Chi dirige un partito può vedersi sfilare mezzo potere, diventare all'improvviso il capo di una delle due città, invece che di tutte e due.
Chi ha compiti di lobby, di gestione del potere e degli affari, ovviamente, preferisce confrontarsi, ed è comprensibile, con una giunta sola, invece che con due. Ma questo è un vantaggio per i cittadini? Chi dice che da due città contigue e diverse non nasca una dialettica che rivitalizza la discussione su scelte importanti. Perché non sviluppare una sana concorrenza tra due realtà adulte? Ma dobbiamo continuare a vivere con l'introduzione di compromessi alla democristiana che ormai raggiungono anche il mondo dell'arte? Basti pensare alla mostra dedicata a Pollock, mezza a Venezia, mezza a Mestre. Ma lasciamo libera Mestre di esprimere grandi mostre di arte antica e contemporanea, di concepire e realizzare con le proprie forze quelle mostre per cui uno si muove da mezza Europa, solo per andare a Mestre, conoscerne la vitalità, prendere contatto con una realizzazione che rappresenta un gruppo sociale che finalmente ha un'identità riconosciuta e apprezzata. C'è gente che va a Bilbao solo per vedere l'opera di Gehry, perché non può andare a Mestre a vedere una cosa che di grande valore che gli interessa? Qualcuno dirà "E Venezia?". Venezia? Lasciamo che si confronti con se stessa, per una volta, togliamole l'alibi.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 17 febbraio 2002
Un'istituzione forte per governare luoghi e memorie di Oscar Mancini
La città metropolitana ovvero un oggetto misterioso. Un mestrino su tre non ne ha mai sentito parlare, ci dice il sondaggio promosso dalla Cgil. Essa è ora prevista dalla riforma costituzionale confermata dal recente referendum popolare. Temo tuttavia che un nuovo sondaggio non darebbe un esito molto diverso. Forse perché nel dibattito politico corrente i problemi istituzionali sono affrontati in una logica autoreferenziale, prescindendo dalle relazioni con la società.
Qual è la città metropolitana di Venezia che vogliamo costruire? Qualità urbana e qualità sociale sono i parametri cui riferirsi. E' necessario allora immaginare e perseguire l'obiettivo di una città in cui si vive e cioè si abita, si lavora, si entra in relazione e si fanno attività piacevoli, in cui uomini e donne d'ogni ceto, età, cultura, etnia, abbiano diritti (all'ambiente, alla mobilità, alla casa, al lavoro, alla salute, all'istruzione) e poi anche opportunità (formative, culturali, di relazione) concretamente garantite. La città metropolitana noi la immaginiamo policentrica, a qualità urbana diffusa, usabile anche a piedi in quanto dotata di servizi pubblici, negozi e luoghi di ritrovo nel tessuto urbano. Una città vivibile e bella in ogni sua parte, a Mestre come a Marghera, a Favaro come nel Miranese, in Riviera come a Chioggia.
Occorre una politica tesa al recupero o alla creazione dell'identità, della riconoscibilità dei luoghi mediante il restauro e il riuso sociale dei beni culturali, la riqualificazione e la creazione di piazze di quartiere. In sostanza pensiamo ad una città a rete, ad una "città di città". Per realizzare questi obiettivi è necessario conciliare una domanda di governo locale più vicino ai cittadini, un bisogno d'identità locale - accentuato dai processi di globalizzazione - con l'esigenza di un governo unitario di una più vasta area metropolitana. Il primo aspetto deve essere garantito dall'articolazione del Comune di Venezia in municipalità dotate di reali poteri mediante anche il conferimento di risorse finanziarie e di personale amministrativo. Il secondo nasce dalla constatazione che Venezia, come tutti i grandi comuni, non cresce più dentro i ristretti confini comunali bensì contribuisce ad un rafforzamento stellare dei comuni vicini il cui sistema insediativo costituisce un vero e proprio sistema reticolare bisognoso di un governo unitario. Questo processo deve essere governato da un'istituzione forte, la città metropolitana, anche per evitare che l'urbanizzazione generata dall'impresa post-fordista determini un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria.
L'ambito della città metropolitana - come ha proposto il vicesindaco Mognato - deve comprendere i territori del "sistema lagunare" - sotto il profilo geomorfologico - e/o del "sistema giornaliero", sotto il profilo dell'integrazione socioeconomica: una città metropolitana che comprenda l'area centrale e meridionale della provincia, cioè l'intero bacino lagunare con i comuni di gronda più il comune di Mogliano. Tale non inedita proposta è non solo la più realistica ma anche quella più auspicabile. Sbaglieremmo a considerarla riduttiva, una sorta di ripiegamento rispetto alla Patreve, la grande "città centro-veneta", che è un'area che richiede una specifica pianificazione ed un esercizio coordinato di funzioni, a partire dal trasporto pubblico, che possono essere però conseguite con altri strumenti. La città metropolitana richiede invece ambiti più delimitati perché possa essere dotata di una propria indispensabile identità. Assumiamola dunque con l'entusiasmo necessario per superare l'immobilismo denunciato da Fabio Barbieri.
A differenza del passato l'istituzione della città metropolitana non è una possibilità bensì un dovere costituzionale. Solo così sarà possibile superare la falsa alternativa - per dirla con Bettin – "tra conservazione dello status quo (cioè il comune unico) e la separazione secca tra Mestre e Venezia" che rischierebbe di mandare in frantumi il comune capoluogo. Solo così sarà possibile superare le diffidenze dei comuni minori verso il temuto predominio del capoluogo che invece si articola in municipalità e assieme costituiranno la città metropolitana assumendo anche i poteri della Provincia e quelli che Regione e Stato vorranno trasferirgli a partire dalle competenze sulla laguna.
D'altra parte l'importanza di una città non è data solamente dal numero dei suoi abitanti. Zurigo, sede di una delle più importanti borse mondiali ha 350 mila abitanti, 100 mila persone vivono a Oxford e Cambridge. I punti di eccellenza europei sono rappresentati da città come Strasburgo, Lione, Lille e Francoforte che non superano il milione di abitanti. Secondo tutti gli indicatori internazionali le città sono realmente "grandi" per la maggiore impotenza del loro ruolo, per la varietà e complementarietà delle loro funzioni, per l'ampiezza della loro influenza sul territorio. Venezia ha tutte le potenzialità per essere una "grande" città metropolitana.


www.anci.it/areemetropolitane/index/documenti
Un importante seminario sulla Città Metropolitana. "Venezia Città plurale" (segnalazione e nota a cura di Aldo Santori)
Le prospettive di attuazione del titolo V della Costituzione riformata in tema di costituzione e di ordinamento delle Città Metropolitane, ora istituzioni territoriali necessarie e non più facoltative ( ai sensi dell’art.114), ha intensificato le iniziative della rete di cooperazione dei Sindaci dei comuni capoluogo di area metropolitana formalmente costituita, come coordinamento strutturato, presso l’ANCI nazionale da 14 amministrazioni comunali (Trieste, Venezia, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania, Messina e Cagliari).
In questo contesto di fermento istituzionale si è appena svolto a Mestre il 18 ed il 19 febbraio, per iniziativa del Comune di Venezia e con la partecipazione del Sindaco di Genova, Giovanni Pericu, coordinatore dei Sindaci metropolitani, presso il Centro Candiani un importante seminario sul tema "Venezia città plurale – municipalità e città metropolitana". Il seminario di contenuto propositivo ha presentato il progetto di ingegneria istituzionale immaginato dal Comune di Venezia sia per la generazione della Città metropolitana sia per l’identificazione, ai fini di una rete di governance da costituire progressivamente, di un ambito metropolitano più vasto includente i comuni di Padova e Treviso (Patreve nell’acronimo proposto).
Il progetto presentato è sostanzialmente condiviso dai quartieri e dalle municipalità di decentramento amministrativo istituite nel Comune di Venezia e da sette comuni lagunari. Per quanto riguarda il progetto di grande area metropolitana inoltre il Comune di Venezia ed il Comune di Padova hanno già sottoscritto, sin dal 2001, uno specifico accordo recepito in un Protocollo di intesa. Contemporaneamente al seminario è stata condotto un sondaggio di opinione ( realizzato dalla SDV) tra i cittadini di Venezia sul tema del governo metropolitano. La maggior parte degli intervistati si è detta convinta delle opportunità e delle convenienze della riforma. Alla domanda "un’unica città metropolitana unirebbe le forze e garantirebbe il prestigio ?" il 54,3% degli intervistati ha risposto di si (ma a Mestre la Città metropolitana raccoglie il 50,3% dei consensi tra gli intervistati ed i contrari sono il 30,6%).
Ai lavori del seminario hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti istituzionali della Regione Veneto, della Provincia di Venezia, il Sindaco di Padova e sindacati di rappresentanza del sistema di imprese e dei lavoratori. I lavori sono stati imperniati sulle tesi di una interessante relazione introduttiva "possibili assetti istituzionali della Città Metropolitana di Venezia" presentata dalla Professoressa Adriana Vigneri. La premessa del documento, che qui sinteticamente si richiama, chiarisce in modo inequivocabile sia la natura in progress e partecipativa del modello costituente sia la dimensione funzionale del futuro soggetto istituzionale: "occorre rispondere alle esigenze di riconoscimento e di autonomia delle diverse identità che coesistono nello spazio urbano di Venezia (Città plurale) e nello stesso tempo alle esigenze di intensificazione delle relazioni che ciascuna di tali identità ha con le altre e con l’esterno in una area densa di relazioni e di interessi connessi, ma carente dei relativi strumenti di governo (Città rete). (…) L’obiettivo è di giungere alla costituzione di un soggetto (Città metropolitana) che abbia la propria base nei comuni partecipanti, ma che sia idonea ad assumersi e svolgere le funzioni cui i singoli comuni non possono adempiere".


Il Gazzettino Veneto – 20 febbraio 2002
Metropolitana: un escamotage alla veneziana di Antonio Alberto Semi
Mentre il Comune del Cavallino festeggia l'ottenuto via libera alla propria esistenza, i veneziani hanno motivi di temere per l'esistenza del loro. Infatti, la Regione dovrà ora decidere se avviare la procedura per il referendum di separazione di Venezia da Mestre o se invece riconsiderare (ossia respingere) questa richiesta in vista, ancora una volta, di una fantomatica "città metropolitana", resa ora (dopo dodici anni di chiacchiere o di promesse inattuabili) apparentemente più vicina dalle modifiche effettuate alla Costituzione della Repubblica. Invocare la città metropolitana serve dunque ancora una volta a cercare di evitare il referendum. Infatti mancano ancora le leggi attuative delle modifiche al Titolo V della Costituzione e, per giunta, non è affatto scritto che la città metropolitana sia un obbligo. Si può anche avere un carrozzone di meno.
Oltre ai motivi generali per esser contrario alla città metropolitana, vedo con grave disagio l'alleanza di Costa - per il quale "l'ideale" sarebbe la PaTreVe - con Gentilini (sindaco di Treviso e uomo di estrema destra, i cui comportamenti xenofobi sono ben noti) e con Giustina Destro (sindaco di Padova, di destra anch'essa). Ma ognuno si sceglie le compagnie che preferisce. Solo che non vorrei trovarmi anch'io, obbligatoriamente, in compagnie sgradite. L'attuale perplessità del Presidente Galan a proposito del referendum può essere motivata anche da questo semplicissimo calcolo: favorire la città metropolitana può significare potersi in prospettiva "pappare" Venezia senza nemmeno bisogno di vincervi le elezioni. Dunque quasi un escamotage.
Per quanto riguarda noi veneziani, sarà bene che teniamo presente la storia e i numeri: se si facesse la "città metropolitana" (anche nella versione minima ora messa avanti per non spaventarci), certamente Venezia resterebbe solo come un "marchio", un'etichetta da applicare ai prodotti di una fabbrica proprietà di altri - giustamente anche, perché la maggioranza della popolazione e delle attività economiche starebbe, anche come conseguenza delle politiche dissennate seguite finora, altrove. Del resto, non sta già succedendo questo per quanto riguarda l'aeroporto?
In realtà, l'istituzione della città metropolitana è una delle tante risposte ignave della nostra classe politica (di destra e di sinistra) alla crisi della rappresentanza: si crede, con una modifica di ingegneria istituzionale, di rendere più "governabile" un territorio. La preoccupazione dei democratici, tuttavia, dovrebbe essere piuttosto quella di rendere più "democratico", dunque più partecipato, il sistema con cui una popolazione gestisce i propri affari e i propri scopi. Mentre con la città metropolitana diminuirebbe la partecipazione dei cittadini, beffandola anche, perché le municipalità residue si occuperebbero di quisquilie.
Se si andasse a votare, tuttavia, questa volta probabilmente anche la sinistra - tradizionalmente favorevole alla "città metropolitana" e contraria alla separazione - sarebbe un po' più incerta o disunita. La separazione darebbe per esempio la possibilità a Bettin di diventare sindaco di Mestre, il che oltre a soddisfare le sue legittime ambizioni gli consentirebbe di sviluppare un programma per la sua città che più volte ha enunciato. Quanto alle municipalità, francamente chi ci crede? Innanzitutto bisognerebbe aspettare svariati anni - almeno fino al 2005 - per cominciare ad eleggerle, poi si assisterebbe allo stesso gioco che oggi snerva il più paziente dei Consiglieri di Quartiere: mancate competenze, decisioni prese dalla "Città" saltando le municipalità e via perdendo tempo. Meglio pensare ai motivi positivi per separarsi: la realtà delle differenze tra le due città, i diversi ruoli che esse possono svolgere, le identità che possono sviluppare e dunque le nuove relazioni che possono stringere.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 20 febbraio 2002
"Un laboratorio fallito". Orazio: "Mille difficoltà di rapporto con Venezia". Cavallino: Integrazione faticosa di Claudia Fornasier
Cavallino - Un laboratorio mancato della Città metropolitana. Il Comune del litorale, staccatosi da Venezia due anni fa, poteva essere per necessità e per lungimiranza, un "laboratorio" dove sperimentare l'integrazione della futura Città metropolitana. Ma al primo banco di prova Venezia ha fallito, nella migliore delle ipotesi non ha capito che i rapporti con il neo Comune potevano essere un banco di prova. Claudio Orazio, sindaco del litorale, è uno dei primi ad aver aderito al Comitato per la Città metropolitana e non può essere accusato di "remare contro" la nuova forma di governo.
Ma per primo denuncia le difficoltà a rapportarsi con Venezia. Cavallino ha diritto ai fondi della Legge speciale, ma essendo piccolo e con poca contrattualità aveva chiesto a Ca' Farsetti di fare gli accordi per i mutui anche per il litorale.
"Ci ha posto mille difficoltà", dice Orazio, "e pochi giorni fa, quando abbiamo chiesto notizie, ci ha detto che li aveva fatti, per sé". A fine anno il sindaco Costa ha promosso la regolazione degli accessi turistici a Venezia, con il ticket d'ingresso per i pullman. Non ha mai coinvolto i "vicini", Cavallino in testa che rischia di diventare il primo varco gratuito e di essere preso d'assalto. Moto ondoso, altro esempio. Orazio ha scritto una lettera di protesta direttamente al ministro Scajola che ha nominato Costa commissario per il moto ondoso: i comuni di gronda sono stati esclusi dal comitato consultivo (che deve collaborare con il commissario), composto da tutti gli enti che hanno competenza sul traffico acqueo in laguna. Finanziamenti, turismo, laguna, tre materie "tipiche" di una Città metropolitana.
Dice Orazio: "Credo che una parte della diffidenza dei Comuni limitrofi verso Venezia e la Città metropolitana dipenda anche da questo atteggiamento. Ca' Farsetti avrebbe potuto "usare" l'esperienza del Cavallino anche per la costruzione delle municipalità, non l'ha fatto". Cavallino è nato senza una struttura autonoma e in questi due anni ha funzionato grazie alle convenzioni firmate con Venezia per usufruire di strutture e servizi. Ca' Farsetti ha continuato a gestire fino alla fine del 2001 (e in alcuni settori continuerà a farlo fino a dicembre), una parte del commercio, l'ufficio elettorale, il contenzioso dei vigili urbani, l'illuminazione pubblica, alcune attività dell'Ecologia, dei servizi sociali, dell'Edilizia privata.
In questi giorni Orazio, però, ha scritto una lettera alla Provincia per proporre una convenzione: Ca' Corner potrebbe fare da stazione appaltante per le opere pubbliche di Cavallino, che ha a bilancio 50 miliardi di investimenti e pochi tecnici. "Non l'abbiamo proposto a Ca' Farsetti perché ha già un'enorme mole di lavoro", dice Orazio. E perché a fare le spese della lentezza della macchina di Venezia sarebbe sicuramente il litorale. "Uno dei motivi che hanno spinto i cittadini alla separazione", dice Orazio, "è anche il funzionamento degli uffici, che in periferia pesa di più. E' una considerazione ovvia, ma i nostri tempi non sono quelli di Venezia". Se Cavallino è stato un laboratorio mancato, Venezia almeno potrebbe imparare dagli errori.


Alleanza Nazionale - Gruppo Consiliare della Circoscrizione "CdQ2" del Comune di Venezia
Comunicato Stampa - Venezia, 20 febbraio 2002
PaTreVe e Municipalità: solo parole di Pietro Bortoluzzi - Capogruppo di Alleanza Nazionale al CdQ2
Il recente e strombazzato convegno organizzato dal sindaco Costa, all’insaputa dei consiglieri circoscrizionali (fatto già di per sé indicativo dell’atteggiamento psico-politico), sul futuribile assetto del decentramento del Comune di Venezia e sulla fantomatica Città Metropolitana PaTreVe mi sembra essere in perfetta linea con la prassi politica finora dimostrata dalla giunta rosso-centro-verde-tutabianca: tante parole, molte promesse, zero fatti.
Ormai fuori tempo massimo rispetto ai suoi stessi impegni programmatici, la Giunta Costa ha infatti ribadito il fallimento totale sul fronte della riorganizzazione e della messa in efficienza del decentramento nel Comune di Venezia con l’ultimo documento finanziario: un bilancio di previsione per il 2002 che non consentirà alcuna possibilità d’azione in chiave di vera gestione né alle Municipalità sperimentali di Marghera e Lido, né tantomeno ai poveri e bistrattati CdQ.
Ma la cosa che più colpisce in negativo, del convegno mestrino sulla città plurale, è forse il voler insistere tracotantemente, anche se solo a parole, sull’idea di una Città Metropolitana formata da Municipalità, non avendo nemmeno avuto prima l’onestà intellettuale e l’umiltà di seguire e di applicare le possibilità previste dal testo unico sugli enti locali, sulla scorta del quale ad esempio noi di Alleanza Nazionale nella città storica avevamo proposto di dare vita al massimo del decentramento possibile, attraverso l’istituzione del Municipio di Venezia. E i Municipi non sono ipotesi astratte come le Municipalità, ma realtà: in un felice caso già operative, come all’interno del Comune di Roma, dove ormai i Municipi percepiscono addirittura finanziamenti direttamente dalla Regione Lazio. Invece a Venezia fra gaffes (con le Municipalità che prima sono sette, poi sono sei), pruderie di antagonismo con la Regione, e teoremi di vuote parole, privi della sostanza delle vere deleghe amministrative, si arriva ad ipotesi suicide per la città storica, come quella di creare la PaTreVe, un superorganismo (da far nascere anche senza Treviso) che, uccidendo (senza neanche chiedere permesso) un paio di province, rischierebbe di far perdere a Venezia il suo ruolo e la sua centralità: tanto di Venezia basta solo il nome, l’etichetta da appiccicare sopra.
E a confezionare questo gioiellino, ovviamente, non poteva mancare il solito consulente esterno, nella fattispecie addirittura di un ex assessore in precedenza giubilato.
A questo punto, a meno che non si voglia continuare a credere alle favole e alle "sinistre" sirene, che per decenni hanno ingessato, narcotizzato e depauperato Venezia, impedendo congiuntamente a Mestre di svilupparsi in modo autonomo, la via d’uscita, per tentare di dare quel colpo d’ala che consenta poi in futuro di ragionare con concretezza in termini metropolitani, non resta che quella della separazione amministrativa dell’attuale Comune lagunare: così, mentre all’interno dei Comuni di Venezia e di Mestre si articoleranno e si sperimenteranno efficienti ed omogenei organismi decentrati (come ad esempio i Municipi), a livello superiore, in attesa delle leggi applicative della norma costituzionale che prevede le città metropolitane, si tesseranno tutti quegli accordi di servizio e di infrastrutture comunque indispensabili, lasciando però a Venezia la possibilità di essere ancora se stessa, in carne ed ossa; anzi in laguna, isole e ruolo politico!


www.paologiaretta.it/giaretta/dialogo/patreve – 21 febbraio 2002
PaTreVe in futuro, per oggi basta fare Padova città metropolitana di Ivo Rossi
Il ridisegno delle istituzioni venete registra in queste settimane una nuova fioritura di proposte. Da Venezia a Padova, vuoi per la riedizione del referendum separatista fra Mestre e la città lagunare, vuoi per la ripresa del dibattito sul nuovo Statuto della Regione, ben tre progetti sono stati sottoposti all'attenzione dell'opinione pubblica e dei rispettivi consigli.
Da una parte il sindaco di Venezia ha rilanciato la cosiddetta PaTreVe, a partire dal ridisegno dell'area lagunare, dall'altra i gruppi consiliari della Margherita e di Forza Italia di Padova hanno rispettivamente presentato progetti di legge per l'istituzione della città metropolitana di Padova e di fusione dei comuni della Grande Padova. Si tratta di progetti, al di là delle inevitabili differenze di impostazione, che si pongono il problema di reinterpretare il Veneto - ed in particolare la sua area centrale - alla luce delle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni.
Il Veneto dei cento campanili non regge più, rispetto ad altre aree europee la sua armatura urbana è decisamente fragile, i processi strategici risentono di una frammentazione che ne limitano la prospettiva. Insomma il vecchio abito istituzionale è ormai inadeguato rispetto alle nuove domande di servizi e di rappresentanza che la comunità oggi richiede, e la prima istituzione a doverne fare i conti è proprio la Regione.
Si tratta di proposte, già presentate a cavallo degli anni novanta, che forse per l'epoca non erano ancora mature e che allo stesso tempo riflettevano e riflettono tuttora i diversi problemi della realtà padovana e di quella veneziana. Se si vuole evitare che il dibattito di oggi possa diventare fra qualche anno l'ennesima occasione perduta è necessario che le classi dirigenti affrontino le prossime scadenze con grande generosità e allo stesso tempo con sano realismo, soli antidoti in grado di metterci al riparo dall'accusa, fino ad oggi fondata, di sfuggire al presente disegnando continuamente scenari nuovi, delineando nuovi traguardi che, regolarmente, non vengono mai raggiunti.
La prospettiva da cui si guarda influisce inevitabilmente sul giudizio, per questo un padovano quando pensa alla PaTreVe, al di là della suggestione della proposta, intravede una serie di limiti che provo a elencare. L’istituzione del nuovo soggetto metropolitano, comprendente Venezia, Padova, Treviso e di quasi un centinaio di comuni, farebbe esplodere il problema del ruolo della Regione. Non c'è dubbio, l'introduzione di un soggetto destinato ad amministrare più di metà della popolazione del Veneto porrebbe il problema del futuro del resto del territorio regionale, rischiando di legittimare fughe friulane per il Veneto orientale e obbligando Verona a guardare più a ovest di quanto già non faccia oggi.
Non si tratta di un problema secondario, perché un soggetto così forte, come quello immaginato, è destinato ad entrare in conflitto con il ruolo dell'istituzione regionale. Non solo. Al di là delle dichiarazioni, registriamo ancora oggi prospettive divergenti proprio nei settori strategici che dovrebbero rendere invece credibile la prospettiva. Nei servizi, a seguito del riordino delle multiutility e dei processi di privatizzazione imposti dalla legge, non è stato fatto un solo passo in avanti nella direzione di una sola grande azienda, nonostante ce lo impongano le necessità poste dalla competizione, interna ed esterna ed il buon senso. Lo strabismo divergente porta Venezia e guardare verso direzioni diverse da quelle delle aziende dell'area centrale, e Padova, dopo confusi tentativi in più direzioni, è ancora ferma al palo. E' necessario chiedersi perché le strade anziché convergere prendono direzioni diverse.
Si potrebbero citare decine di altri esempi, dal ruolo del sistema fieristico a quello dei parchi scientifici e delle zone industriali. D'altra parte lo stesso sindaco di Venezia immagina di costituire la PaTreVe partendo dalla sua città e, solo successivamente, prevede l'allargamento a Padova ed eventualmente a Treviso, consapevole, come la storia dimostra, delle difficoltà di un progetto così ampio. Forse è allora più utile, in attesa si realizzino condizioni che oggi appaiono lontane, pensare di rafforzare in termini metropolitani i grandi nuclei urbani. In questa direzione si muove la proposta recentemente presentata dal gruppo consiliare della Margherita di Padova. Si tratta di un progetto di legge di modifica dello statuto della Regione che introduce l'istituzione della città metropolitana di Padova e la attribuzione dei relativi poteri.
Rispetto a proposte simili, avanzate anche dal sottoscritto nel recente passato, la recente modifica del Titolo quinto della Costituzione, riconoscendo e attribuendo rilevanza costituzionale alle Città Metropolitane, supera e rimuove i limiti del vecchio istituto introdotto dalla legge 142. Si tratta di una autentica rivoluzione di cui si fa ancora fatica a percepirne i contorni obbligando ad uno sforzo di fantasia il pigro legislatore.
Come ricordava Mistri nel suo intervento di ieri, Padova possiede tutte le caratteristiche che connotano una città metropolitana. Fra le città definite "grandi sistemi dinamici aperti", con specializzazione terziario produttiva evoluta e una gamma di funzioni internazionali, a livello nazionale appartengono solo 7 sistemi urbani: Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Padova e Verona. Appunto Padova, che pur divisa ancora da virtuali confini amministrativi, si pone già come realtà fortemente interconnessa e compenetrata.
Si tratta dunque di riconoscere, anche dal punto di vista istituzionale, una realtà che già esiste, avviando, con i comuni contermini, quei processi di riorganizzazione territoriale e dei servizi indispensabili per superare la frammentazione dei processi e la fragilità dell'armatura territoriale. I recenti provvedimenti di limitazione della circolazione automobilistica, assunti dal comune di Padova assieme a tutti i comuni dell'area urbano metropolitana, sono il segnale che il livello di maturazione è più elevato rispetto al recente passato e che siamo in presenza di una maggiore consapevolezza dei livelli di integrazione. E' dunque arrivato il tempo di operare un salto di qualità, senza forzature, nella direzione di una città metropolitana forte delle sue autonomie e allo stesso tempo consapevole del ruolo che può esercitare nel contesto regionale e internazionale. Solo così si metteranno le condizioni per evitare un neo centralismo regionale da una parte o una frammentazione della Regione dall'altra. Se in futuro matureranno condizioni per rendere credibile la PaTreVe, saranno ben accette. Per l'oggi, e le difficoltà anche di questo progetto non sono secondarie, sarebbe già un ottimo risultato arrivare alla istituzione della città metropolitana di Padova e, laddove i veneziani lo volessero, anche di quella di Venezia che giace ormai da più di dieci anni.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 21 febbraio 2002
"Grande Venezia, fumo negli occhi". I separatisti convinti non credono al progetto della città metropolitana. "Ci vorranno anni, prima facciamo il referendum: i tempi sono maturi"di Alberto Vitucci
Venezia - "E' solo fumo negli occhi. Sotterfugi con cui si tenta ancora una volta di non far pronunciare i veneziani e i mestrini sulla separazione". Ugo Bergamo, ex sindaco e presidente della commissione speciale del Senato su Venezia, non si fida della Città metropolitana.
"E' un dejà vu", dice Ugo Bergamo, "appena si affaccia l'ipotesi del referendum torna fuori questa Città metropolitana, come soluzione di tutti problemi. Adesso la priorità è far pronunciare i veneziani sul loro futuro, tutto il resto verrà dopo". Ma oggi, a differenza di dieci anni fa, c'è una legge costituzionale che consente di avviare il nuovo ente metropolitano senza aspettare la Regione. "Anche prima c'era una legge", dice Bergamo, "ma non è mai stata applicata. Anzi, adesso è peggio, perché Venezia non c'è".
La Città metropolitana non convince nemmeno i separatisti doc. Mario d'Elia, avvocato che da più di vent'anni combatte la battaglia dell'autonomia, non si fida. "Ricordo che un anno e mezzo fa il sindaco Costa e la Destro avevano firmato il protocollo sotto i flash, con il pranzo di gala nella villa veneta. Poi è calato il silenzio tombale, salvo tirar fuori tutto dopo la sentenza che riconosce il nuovo comune del Cavallino e dunque riavvia l'iter per la separazione di Venezia da Mestre".
La Città metropolitana dunque non assorbe il bisogno di autonomia di veneziani e mestrini? "La stessa Vigneri", continua d'Elia, "ammette che ci vorranno anni per realizzare la Città metropolitana. Intanto si vada al referendum. Venezia e Mestre saranno poi il nucleo centrale dell'Area metropolitana, se questa si farà. Ma una cosa non può bloccare l'altra". Ma come essere certi che veneziani e mestrini, che per tre volte hanno detto "no" adesso voteranno per il divorzio delle due città? "I tempi sono maturi. Anche se molti ancora hanno un certo timore nel dichiararsi separatisti. Quando li incontro per la strada tutti mi esprimono il loro appoggio. Ma quando è il momento di esporsi, hanno paura. E' ancora un argomento tabù, soprattutto nella sinistra".
D'accordo con lui anche Augusto Salvadori, anche lui avvocato, ex assessore DC fondatore del Movimento per Venezia. Se arriverà il Comune autonomo lui pensa al rientro in politica, magari alla testa di una lista civica. "L'unicità di Venezia è tale", dice, "che questa città ha bisogno di un governo ad hoc, formato di gente che si occupi dei suoi problemi specifici. E soprattutto che riesca a fermare l'esodo delle attività economiche e degli abitanti. Non credo che la Città metropolitana potrebbe fermare questo, anzi. Quanto a Mestre, c'è una parte di terraferma, soprattutto nel mondo economico legato al turismo, che ha interesse a non separarsi da Venezia, ma un governo autonomo potrebbe liberare le tante possibilità della città di terraferma".
Secondo Pietro Bortoluzzi, capogruppo di An al CdQ2, la "fantomatica città metropolitana rischia di far perdere a Venezia il suo ruolo e la sua centralità". E in ogni caso non deve bloccare il referendum. Il dibattito continua.


La Nuova di Venezia e Mestre internet– 21 febbraio 2002
L'iniziativa. Manifesti per Mestre autonoma
Mestre - "Prima creiamo il comune autonomo di Mestre, poi solo dopo si potrà discutere di città metropolitana. La battaglia per la separazione non ha infatti proprio nulla a che vedere con la città plurale di Paolo Costa". Lo sostiene Giampaolo Pighin, da ieri ufficialmente eletto rappresentante di una nuova associazione separatista, l'associazione per l'autonomia amministrativa delle città di Mestre e Venezia. Dell'ufficio di coordinamento dell'associazione fanno parte anche Giorgio Bazzi, Matteo Bellotto, Lucio Celant, Cinzia Finco, Giorgio Rizzi, Patrizia Silboni e Dino Vivian. Il movimento dalla prossima settimana avvierà una campagna con manifesti e volantini a sostegno del referendum per la separazione di Mestre da Venezia. "Non ci convincono le municipalità - continua Pighin - pensiamo che Mestre debba mantenere una prerogativa di comune, altrimenti si rischia di veder nascere solo una grande Venezia".


Antenna 3 mondo-veneto online – Notizie dal Veneto – redazione di Venezia – 22 febbraio 2002
Città Metropolitana? di Francesca Bozza
La città metropolitana di Venezia: un'idea che potrebbe diventare molto presto realtà. A parlarne da ieri a Mestre al centro Candiani in un convegno esponenti politici e docenti universitari. Al centro l'idea di dare avvio già da oggi al processo di ricostruzione della città metropolitana veneziana, un primo passo per una rivoluzione amministrativa che riguarda anche le città di Padova e Treviso.
E per questo oggi a Mestre ci saranno oltre al primo cittadino di Venezia Paolo Costa anche i sindaci di Treviso Giancarlo Gentilini e di Padova Giustina Destro.
Nei giorni scorsi 8 sindaci del veneziano avevano firmato un documento in cui dichiaravano di voler dar vita al più presto alla città metropolitana.
Per quanto riguarda Venezia ha sottolineato il suo primo cittadino Costa è facile constatare come le funzioni rare della realtà urbana, come il porto, l'aeroporto, l'università e gli ospedali, siano distribuite tra il centro lagunare e la terraferma. Quindi ha aggiunto Costa si tratta di coordinarle tramite una specifica autorità, la città metropolitana appunto, e di distinguerle da altre funzioni più legate ai bisogni immediati dei cittadini che andranno invece attribuite ad almeno 6 municipalità locali, a cui si aggiungeranno altri 22 comuni del territorio della provincia veneziana. Contemporaneamente, ha concluso il sindaco Costa, un analogo processo dovrà contestualmente maturare nelle province di Padova e Treviso perché i rispettivi territori possano confluire nella grande area metropolitana che unifica le tre realtà.


www.robertodagostino.net – Il Gazzettino Online – Il quotidiano del NordEst – 24 febbraio 2002
La città metropolitana dopo oltre un decennio di chiacchiere si farà
Dopo oltre un decennio durante il quale la città metropolitana è stata evocata come una utopia, forse desiderabile ma difficilmente realizzabile, o come alibi per contrastare i referendum separatisti, o attraverso fughe in avanti prive di effetti pratici, oggi dobbiamo registrare una svolta decisiva verso la soluzione del problema.
Il convegno che si è tenuto al Candiani ha dato conto di questa svolta, ma poiché le categorie dell'utopia, dell'alibi o delle fughe in avanti fanno ancora velo alle capacità interpretative di quanto sta accadendo, mi sembra utile tentare di spiegare di cosa si tratta e perché possiamo affermare che la città metropolitana di Venezia verrà effettivamente istituita. Innanzi tutto c'è la fondamentale novità costituita dalla recente modifica della Costituzione che prevede, accanto alle regioni, alle provincie e ai comuni, la città metropolitana, la cui istituzione diventa non più facoltativa, ma obbligatoria quando si realizzano determinate condizioni.
Alla luce della modifica costituzionale, anche le procedure previste dalle leggi ordinarie per istituire il nuovo ente territoriale diventano più facilmente percorribili. Poi ci sono delle condizioni oggettive, messe in luce durante il convegno, tra gli altri, dal Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Regione Tesserin, e dall'onorevole Brunetta, relative all'evoluzione nell'ultimo decennio della realtà veneziana in termini di capacità di fornire prestazioni di carattere regionale e sovraregionale, e soprattutto alle prospettive economiche e geopolitiche che si apriranno per quest'area nei prossimi anni. Queste condizioni, come è stato da loro e da altri affermato, rendono indifferibile l'istituzione di un ente di carattere metropolitano. Infine ci sono delle condizioni soggettive determinate dalla volontà dei diversi protagonisti a percorrere la strada dell'istituzione della città metropolitana di Venezia all'interno della più vasta area metropolitana che si estende nelle province di Padova e di Treviso. Le elenco.
Un gruppo significativo di sindaci, oltre a quello del comune di Venezia, appartenenti all'intero arco dello schieramento politico, è al lavoro per elaborare lo statuto che definirà ruolo, poteri, funzioni, compiti, del nuovo ente e per stendere la prevista legge istitutiva. Lo statuto verrà discusso nelle diverse comunità locali e approvato dai diversi consigli comunali.
Il Presidente della Provincia di Venezia ha dichiarato la volontà dell'ente che lui rappresenta di inserirsi a pieno titolo in questo processo. Le principali rappresentanze economiche, culturali e sociali si sono espresse, anche nella sede del convegno, con chiarezza e decisione sulla necessità di un governo metropolitano per la nostra area. Il comune di Venezia da parte sua ha già iniziato una rivoluzione copernicana estremamente coraggiosa nella riorganizzazione delle proprie forme istituzionali. Attraverso la costruzione delle municipalità, destinate a diventare comuni autonomi metropolitani quando ci sarà l'ente superiore, sta creando le condizioni fondamentali, sia politiche, che organizzative, perché la città metropolitana possa essere costituita.
Per dirla con Paolo Costa, l'attuale forma comunale sta predisponendo il suo scioglimento, delegando poteri verso il basso - le municipalità, futuri comuni metropolitani - per garantire un migliore rapporto con i cittadini e verso l'alto - la città metropolitana - per garantire una migliore efficienza e competitività del sistema. Dunque la strada è tracciata e percorribile. Viene riconosciuta l'area metropolitana comprendente comuni delle tre province di Padova, Treviso e Venezia come l'area vasta di riferimento per costruire l’integrazione delle funzioni di livello superiore. Al suo interno viene istituita la città metropolitana di Venezia, comprendente i comuni che gravitano sulla laguna e quelli strettamente collegati: la città metropolitana potrà essere estesa nel tempo a tutti gli altri comuni che costituiscono l'area metropolitana. Entro due/tre mesi verrà presentato e messo in discussione lo statuto della città metropolitana di Venezia, da approvare nei consigli comunali e da sottoporre a referendum popolare: nel frattempo verrà presentata la legge istitutiva della città metropolitana.
Il comune di Venezia prosegue nella sua articolazione in municipalità che si trasformeranno in comuni metropolitani per rendere equilibrata la dimensione dei diversi comuni all'interno della città metropolitana, configurata come una città a rete.
Alle elezioni del 2005 si voterà per la città metropolitana e per i comuni metropolitani tra i quali figureranno i nuovi comuni derivati dall'articolazione del comune di Venezia. Questa è la strada, questi sono i fatti: le difficoltà che in modo responsabile vengono prospettate, sono fatte per essere superate; la vicenda del referendum separatista appartiene a un passato che ci perseguita.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – Forum – 27 febbraio 2002
La gente deve sapere (un Consigliere del consiglio di quartiere 8)
Ormai ci conosciamo. Dopo 3 referendum fatti conosciamo le fazioni del no e quelle del si. Purtroppo, dopo 25 anni, riecco le solite storie: dividere non serve, i soliti giornalisti contrari, i soliti partiti contrari, i soliti nomi più o meno noti che continuano a ripetere sempre le stesse identiche frasi.
Ma dopo 25 anni una domanda ci viene in mente: cosa avete fatto!!!!! Con tutti i vostri bla, bla, bla, troppi interessi remano attorno a Venezia soprattutto economici, troppi personaggi a partire da quelli comunali, per finire a quelli quartierali che gestiscono, per modo di dire, una riforma del 1976 finita clamorosamente in una bolla di sapone. Questi presidenti e consiglieri che continuano a coltivare il loro piccolo orticello di interessi e per conto dei loro partiti restando attaccati e fedeli ai loro consiglieri comunali quanto ci costate perché non lo dite alla gente che vi vota!!! Si sono sempre i soliti.
Già nel 1979 al via del primo referendum il No propose la "grande città" figlia di questa finta proposta di "città metropolitana" le dizioni politiche cambiano si sa, la politica è una scienza sempre in movimento, città plurale, città bipolare e chi più ne ha più ne metta. Ma analizziamo le proposte del no:
1. Città metropolitana: Un nuovo ente al di sopra di tutti i comuni che vi aderiscono; qui le domande si sprecano:
Domanda 1. Abbiamo già una provincia che di fatto dovrebbe già coordinare i vari comuni; a questo punto non servono altri enti, ma basta riorganizzare questo ente.
Domanda 2. Mentre tutti i cittadini chiedono riforme più semplici, più chiare, chiedono meno enti e quindi spreco di denaro pubblico questi del no propongono di aumentarli ammettendo di fatto interessi e soprattutto poltrone.
Domanda 3. Ma quali comuni hanno di fatto già aderito a questa iniziativa. Nessuno o pochi. Alla fine più di qualche Comune ha già fatto retromarcia perché all'interno della "città metropolitana" bisogna sicuramente lasciare più di qualche potere decisionale, altrimenti che senso può avere un nuovo ente senza poteri; e personalmente io non ho mai conosciuto nessun sindaco che lascia i propri poteri in mano a un nuovo ente, per poi andare a scontrarsi con comuni più grandi, rischiando che più di qualche decisione passi al di sopra delle proprie "teste"; provate ad immaginare che casino che susciterebbe questo nuovo ente. Non solo, ecco perché in tanti anni che se ne parla tutti i vari piccoli comuni sono restii ad entrare a far parte di questo progetto proprio per i motivi sopraindicati.
E allora bisogna partire dal basso. Fallita questa proposta ecco ritornare alla carica i "soliti". Bisogna comunicare e riformare dal basso cioè dal nostro comune ed ecco le ulteriori cose non dette perché si sa nel casino e nella confusione si gestisce meglio. (omissis)


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 6 marzo 2002
In marcia il quarto referendum. E' iniziato in Regione l'esame delle due proposte di legge per dividere. Mestre e Venezia. I sostenitori: "Via libera entro l'estate, voto nel 2003"
Venezia - Via libera della Regione entro l'estate. Referendum entro l'anno, al massimo in primavera 2003 e il voto entro la fine anno. E' questo l'obiettivo dei separatisti, che ieri hanno illustrato le loro proposte di legge per l'istituzione dei due comuni autonomi di Venezia e Mestre alla commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale, presieduta da Carlo Alberto Tesserin. Un atto che ha dato avvio all'iter per il quarto referendum.
Ieri a palazzo Ferro Fini sono state illustrate le due proposte di legge dal presidente del comitato per la separazione Mario d'Elia e dal leghista Daniele Stival. Due istanze diverse, che saranno alla fine unificate. La prima - proposta di legge di iniziativa popolare, depositata in Consiglio il 26 gennaio 2001 - è stata presentata dall'avvocato Mario d'Elia, che torna alla carica per la quarta volta.
"Nelle tre consultazioni precedenti, del 1979, del 1984 e del 1994", dice d'Elia, "i consensi per la separazione sono progressivamente aumentati, fino a raggiungere il 47 per cento. Questa sarà la volta buona". Quanto alle ragioni del "no", d'Elia le definisce "strumentali". "La storia lo ha dimostrato", continua l'avvocato, "perché alla vigilia di ogni consultazione spuntava il Comprensorio, oppure la Città metropolitana, mai realizzata. E' successo così anche stavolta, ma i due progetti non sono in contraddizione. Non c'è ragione di dire no ai comuni autonomi per aspettare la Città metropolitana".
Il leghista Daniele Stival ha poi illustrato al proposta di legge del gruppo consiliare del Carroccio, depositata l'11 febbraio. Sulla separazione, la Lega si è già schierata insieme al Ccd-Cdu e ad An. Divisa Forza Italia, che non si è ancora pronunciata. Le due proposte hanno in comune la richiesta di istituire i due municipi autonomi, così come i confini: la città d'acqua e le isole da una parte, la terrafernma (Mestre e Marghera con le aree di gronda, dal canale di Chioggia fino al faro di Punta Sabbioni) dall'altra.
"Abbiamo già acquisito tutta la documentazione dei tre referendum precedenti", ha detto il presidente Tesserin, "e l'iter è così avviato. Stamani partirà dalla segreteria della commissione la lettera per il sindaco Paolo Costa e il presidente della Provincia Luigino Busatto. Li inviterà a fornire il loro parere sulla questione". Sarà un altro elemento per esprimere la "meritevolezza" del quesito referendario, che dovrà essere espressa entro 90 giorni.
"Abbiamo fatto mettere a verbale", precisa d'Elia, "che se i pareri non dovessero arrivare si va avanti lo stesso. Anche perché ormai di procedure sono diventato un esperto, e gli enti locali adottano spesso questa tattica del rinvio".
Secondo i promotori della separazione invece la strada è chiara: si va al referendum, senza per questo affondare la Città metropolitana, che ha comunque tempi più lunghi e potrà essere costituita anche con Mestre e Venezia diventate autonome. Non basta ai fautori dell'autonomia amministrativa nemmeno il progetto delle municipalità.
"Il Comune è un'altra cosa", dice d'Elia, "e la storia di questi decenni ha dimostrato che insieme sia Venezia che Mestre sono state penalizzate". Intanto, mentre i partiti mettono a punto la loro strategia, il treno del referendum si è messo in moto. E il prossimo anno si potrebbe già andare al voto per eleggere il sindaco di Venezia e quello di Mestre.


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 6 marzo 2002
Primo Piano – Gli schieramenti. Vecchia DC a favore, Polo confuso.
Torna la DC e appoggia la separazione. Ccd, Cdu e Democrazia europea hanno formato ufficialmente anche a Venezia il nuovo partito dell'Udc (Unione democraticocristiana e di Centro), e si presenteranno insieme alle amministrative di primavera. Il primo atto della nuova formazione politica è stato un pronunciamento unanime della direzione sull'autonomia di Venezia e Mestre.
Artefici della svolta sono l'ex sindaco e ora senatore del Ccd Ugo Bergamo, e il consigliere regionale del Cdu Francesco Piccolo. Insieme a loro ieri mattina al Sofitel c'erano anche Gianfranco Trabujo, Ezio Ordigoni e Diego Orlando di Democrazia Europea, il consigliere comunale Giorgio Supiej del Cdu, Paolo Camilla del Ccd.
"La separazione si deve fare subito", dice Ugo Bergamo, "e il tentativo di scippare gli elettori del loro diritto con la chimera della Città metropolitana è una sceneggiata già vista. E poi i partiti non dovrebbero mai temere il confronto democratico e il giudizio degli elettori. E poi dicono a noi che siamo un governo antidemocratico?" Secondo Piccolo, i due comuni potranno dare nuove possibilità a Mestre e anche a Venezia, finora soffocate dalla convivenza forzata. "La Città metropolitana potrà venire dopo", dice, "la PaTreVe è addirittura fantascienza, perché mette in discussione anche equilibri regionali e internazionali".
La prima indicazione della nuova Udc ai suoi consiglieri è ora quella di "sveltire il più possibile l'iter per la divisione del Comune".


La Nuova di Venezia e Mestre internet – 6 marzo 2002
Dialogo aperto tra i lettori. Prevale l'orgoglio mestrino
Mestre - Si parlano, veneziani e mestrini, fautori della separazione e convinti sostenitori della municipalità. Ma se fosse un partito, quello dei mestrini "orgogliosi di esserlo" e pronti ad urlare "Mestre Comune!" avrebbe già vinto. Perché nel forum organizzato dal nostro giornale prevalgono le voci dei convinti sostenitori della necessità di indire un referendum per dare autonomia amministrativa a Mestre. Venezia è vista come una entità lontana, affascinante ma nello stesso tempo scomoda. Serve una autonomia amministrativa per "guadagnarsi un posto di rilievo nel Veneto ora ingiustamente oscurato da Venezia", scrive uno dei lettori. "Serve un programma per uno sviluppo ponderato di tutte le realtà locali", aggiunge un altro.
Il fronte degli unionisti cerca di mettere in guardia da vittorie che hanno il sapore di quella di Pirro e propone come alternativa le Municipalità "che avvicinano le decisioni verso il basso". "Ben venga l'area metropolitana, ma prima Mestre deve essere autonoma. Solo così e se ha reali vantaggi, Mestre vi aderirà", è la risposta di chi volendo bene ad ambedue le città, crede sia giusto che si amministrino da sole.


Il Gazzettino Veneto – 6 marzo 2002
I partiti si mobilitano. Udc: Mestre sta meglio da sola di Vittorino Franchin
Mestre sta meglio da sola. Il quarto referendum si deve fare e per l'Unione democraticocristiana il risultato è scontato: separazione, da una parte Venezia e dall'altra la terraferma, entrambi enti autonomi di pari dignità che - se lo vorranno - potranno poi accordarsi per fondare la città metropolitana.
L'Udc si esprime all'unanimità. I centristi della Casa della libertà hanno riunito lunedì il direttivo, nel quale si sono fuse le tre diverse anime (Ccd, Cdu e De), e deciso di sostenere le proposte separatiste che hanno iniziato il loro cammino in Regione per approdare al quarto referendum. Secondo il consigliere comunale Giorgio Supiej, "Mestre ce la può fare con le sue gambe, ha la capacità di autodeterminarsi. Venezia, invece, non ha bisogno della presenza di Mestre per fare quel che ha già fatto come capoluogo di regione". E per il senatore Ugo Bergamo, già sindaco di Venezia, il "tema della città metropolitana non può sviare la discussione e il diritto dei cittadini di esprimersi sulla questione della separazione. Anzi: proprio la divisione di Mestre da Venezia può spingere a creare la città metropolitana".
Dunque: ben venga l'autonomia della terraferma, hanno spiegato i democraticocristiani che, fusi assieme, si presenteranno con un unico simbolo (con lo scudo crociato) alle prossime elezioni amministrative di maggio ed entro luglio convocheranno il loro primo congresso. Così dopo il sostegno alle istanze separatiste professato da An e Lega, anche l'Udc si allinea. A questo punto, tra le file del centrodestra manca solo una chiara presa di posizione da parte di Forza Italia. Certo è che la campagna verso la quarta consultazione avrà connotati politici ben più evidenti rispetto ai precedenti referendum, quando i partiti lesinarono le indicazioni di voto. L'Ulivo - il sindaco Paolo Costa soprattutto - punta (per ora) alla città metropolitana per evitare lo smembramento del Comune, ma i separatisti - come hanno fatto intendere ieri gli esponenti dell'Udc - contano anche di attirare l'appoggio di partiti di centrosinistra, come i Verdi del Pro-Sindaco Gianfranco Bettin, che potrebbero salire sul carro dell'autonomia.
Il consigliere regionale Francesco Piccolo, già tra i protagonisti della legge per Cavallino-Treporti, pensa che "i tempi siano maturi per la separazione: in un secondo momento si aprirà la discussione sulla città metropolitana". Che in ogni caso sarà quella piccola, composta cioè dai Comuni dell'hinterland veneziano, dal Miranese a Chioggia: "Se volessimo dar vita alla grande area metropolitana con Padova e Treviso andremmo non solo a toccare le competenze delle Province, ma anche a interferire con la Regione: oggi come oggi non si vedono grandi spazi per un ente metropolitano di questo genere", assicura Piccolo.
Ma, mentre la Lega ha detto di puntare alla consultazione entro l'estate, l'Udc pensa che i tempi per arrivare alle urne siano più dilatati: in autunno, forse, ma è meglio pensare che la Regione fissi il referendum per la primavera dell'anno prossimo. Se così fosse, e se vincessero i sì, Mestre potrebbe diventare Comune soltanto nel 2004. Tempi tecnici. In pratica, l'amministrazione Costa pare destinata ad arrivare comunque alla scadenza naturale del mandato nel 2005.
Certo è che l'eventuale separazione aprirebbe una dura contesa sulla divisione del patrimonio (come l'esperienza di Cavallino insegna): porto, aeroporto, stadio, casinò, aziende municipalizzate... "Per quanto riguarda porto e aeroporto, si tratta di realtà che vanno al di là delle competenze territoriali. I problemi di bilancio, invece, sono scontati", dice Suppiej, ma dovranno essere affrontati perché, come spiega Lillo Orlando, "il problema è innanzitutto quello di rilanciare e dare un'identità culturale a Mestre: dopodiché non siamo assolutamente contrari all'istituzione della città metropolitana".


Il Gazzettino Veneto – 6 marzo 2002
Arriverà solo dopo l'estate il (...) di Giuseppe Tedesco
Arriverà solo dopo l'estate il giudizio di meritevolezza del consiglio regionale sul quarto referendum per separare amministrativamente Mestre da Venezia.
Questo l'orientamento emerso ieri a palazzo Ferro Fini dove la commissione affari istituzionali, presieduta da Carlo Alberto Tesserin, ha avviato l'iter per arrivare alla consultazione popolare con l'audizione dei presentatori delle due proposte di legge, una di iniziativa popolare già corredata da cinquemila firme e una del gruppo consigliare della Lega Nord.
"Il tempo materiale di scriverle e in settimana inoltrerò a Provincia e Comune le richieste del previsto parere che dovrà pervenirci entro novanta giorni - ha sintetizzato alla fine il presidente Tesserin - Comunque non è più stagione di giochi, la questione è nota a tutti come del resto è già stato chiarito nelle precedenti occasioni che il parere è consultivo e deve giungere entro i termini previsti. Non darcelo non è utile a nessuno e in ogni caso possiamo andare avanti lo stesso". Quanto ai tempi, è evidente che con i pareri si arriverà quasi a metà giugno. "A quel punto - conclude Tesserin - la commissione si autodisciplinerà su come procedere prima di andare in aula. Sarà sicuramente necessaria una serie di consultazioni per cui il voto in consiglio avverrà verosimilmente dopo l'estate".
Ieri mattina, dunque, la prima commissione ha ascoltato dapprima l'illustrazione della proposta di legge popolare da parte del proponente, l'avv. Mario d'Elia, presidente del Movimento per l'autonomia di Venezia e leader storico della separazione della città d'acqua da quella di terraferma.
"Ho ricordato i tre precedenti referendum - ha poi spiegato il legale veneziano - e sottolineato come ancora una volta ci troviamo di fronte al tema della città metropolitana (che nel 1979 si chiamava comprensorio, nel 1989 area metropolitana e ora ha addirittura valenza costituzionale) su cui intende battagliare il fronte del no". "E pur non avendo nulla contro l'istituzione della città metropolitana, anche se secondo me distruggerebbe l'ente Regione sovvertendo l'organizzazione del territorio - ha detto ancora d'Elia - ciò non impedisce l'autonomia di Venezia e di Mestre che poi avranno tutto il tempo per aderirvi". D'Elia ha poi chiesto l'acquisizione di tutta la documentazione relativa alle tre precedenti consultazioni, peraltro già disposta dal presidente Tesserin, e ha chiesto che la richiesta dei pareri a Comune e Provincia faccia esplicitamente riferimento al fatto che il parere non è vincolante e deve pervenire entro i novanta giorni previsti.
È toccato poi al consigliere regionale della Lega Nord, Daniele Stival illustrare l'analogo progetto di legge per separare Venezia e Mestre presentato nelle scorse settimane dal gruppo del Carroccio. "La profonda differenza fisico ambientale e la conseguente notevole diversità delle politiche dei servizi da fornire alla comunità lagunare e a quella di terraferma - ha sottolineato l'esponente leghista - sono ragioni di autonomia sempre più presenti e radicati nella popolazione locale. Soprattutto ora che i cittadini di Cavallino-Treporti hanno ottenuto la propria specificità comunale".


www.robertodagostino.net/unindustria
Città Metropolitana: integrare e migliorare servizi e gestione del territorio - 14 marzo 2002
Il dibattito sulla città metropolitana in corso in questi giorni è in qualche modo "inquinato" dalla convinzione che si tratti di un problema tutto interno al comune di Venezia, che deve risolvere le spinte separatiste o una propria crisi di ruolo. In realtà il medesimo dibattito si sta svolgendo nelle altre grandi città italiane che sono destinate a diventare città metropolitane e che hanno problemi del tutto diversi da Venezia.
Ciò accade perché la questione delle città metropolitane italiane è uscita dalla fase della loro possibile istituzione, vincolata al consenso di tutti gli attori interessati, per entrare nella fase in cui è costituzionalmente doveroso istituirle, perché così prevede il titolo quinto della Costituzione, la cui riforma è stata recentemente confermata attraverso il referendum. Ma accade anche per altre ragioni meno cogenti, ma ancor più significative.
La complessità dei maggiori sistemi urbani, che si sono formati intorno ad alcune città capoluogo implicano forme di governo innovative e più efficaci. Nello stesso tempo l'economia globale, o comunque fortemente internazionalizzata, vede la competizione estendersi anche alle città, le quali devono configurarsi come sistemi urbani ampi, forti, dotati di sufficiente massa critica, e capaci di offrire servizi rari e di carattere sovraregionale per non essere esclusi dalle opportunità offerte da questa competizione. Tutte le principali città italiane dunque stanno muovendosi attraverso un coordinamento molto attivo verso il riconoscimento del loro status metropolitano, per avere i vantaggi di autonomia politica e fiscale, oltre che di efficacia nelle azioni di governo che tale status implica.
La situazione nel Veneto è particolare in quanto, a differenza di altre regioni dove esiste una città di riferimento con caratteristiche metropolitane, vi è una struttura policentrica dove esistono almeno due aree che possono definirsi metropolitane: l'area intorno a Verona e l'area costituita dalla maggior parte dei comuni delle province di Padova, Treviso e Venezia. Inoltre Venezia, l'indiscussa capitale politico/culturale della regione, è a sua volta al centro di una sistema di comuni di minori dimensioni ma ad essa strettamente collegata e tutti convergenti sulla laguna, che costituisce una sorta di città arcipelago difficile da governare, all'interno della quale si articolano culture, sensibilità e desiderio di autonoma partecipazione delle diverse comunità che lo abitano.
Dunque l'istituzione delle città metropolitane è divenuta non solo un dettato costituzionale, ma una esigenza primaria della realtà italiana; nello stesso tempo la particolare configurazione della realtà veneta e veneziana comporta la necessità di agire su due livelli distinti: quello dell'area metropolitana "Patreve" all'interno della quale integrare quanto più possibile le funzioni, e quello della città metropolitana di Venezia che necessita di un governo unitario anche dal punto di vista istituzionale.
E' quanto sta tentando di fare Venezia. Da un lato riconosce l'area metropolitana comprendente comuni delle tre province di Padova, Treviso e Venezia come l'area vasta di riferimento per costruire l'integrazione delle funzioni di livello superiore. Contemporaneamente, assieme a un gruppo di comuni contermini, sta redigendo lo statuto della futura città metropolitana di Venezia, interna all'area metropolitana, definendone poteri, ruoli e funzioni. Nello stesso tempo la città è impegnata in una radicale riforma organizzativa interna volta ad articolare l'attuale organismo comunale in numerose municipalità, corrispondenti all'articolazione urbana, che diventeranno comuni metropolitani.
Si tratta di un processo di concentrazione e semplificazione di alcuni poteri accompagnato da un processo di decentramento radicale, ispirato a criteri di sussidiarietà interni all'organismo metropolitano. Tutto il contrario di quanto vanno chiedendo alcuni che confondono il centralismo con il localismo e nello stesso tempo perseguono disegni di accentramento e di spostamento verso l'alto dei poteri reali


La Nuova di Venezia e Mestre internet - Cronaca di Venezia e Mestre - 23 marzo 2002
Dibattito a Mestre: "Città metropolitana? Parole. Non batteremo così gli autonomisti" di M. Z.
Mestre - Separatisti e unionisti su una cosa sono d'accordo: con la città metropolitana non si va lontano. "Se ne paria da anni", ricorda il separatista Mario D'Elia al dibattito sul referendum organizzato dall'Ecoistituto veneto.
"Se è l'unico argomento che si mette in campo contro la separazione", avverte il segretario regionale dei Ds Cesare de Piccoli, "stavolta d'Elia ha qualche chance.
"Mestre e Venezia divise o unite, perché", il tema del dibattito.
Corale lo svolgimento nella critica a Ca' Farsetti e al sindaco Paolo Costa. "Prendiamo la cultura, Mostre è soffocata da Venezia", dice D'Elia. "Si fa il museo dell'arte contemporanea in Punta della Dogana, e non a Marghera dove sarebbe più logico. La separazione non è un problema politico, ma di buona amministrazione".
Stefano Boato e Cesare De Piccoli concordano "Si può discutere se la priorità dell'amministrazione sia proprio il ponte di Calatrava", fa De Piccoli, "ma se uno è dominato dal desiderio di lasciare il segno... Ricordo quando ho portato l'allora rettore Costa all'ex Macello per la nuova università e la faccia che ha fatto. Personalmente, tra Canai Salso, Università, Forte Marghera e Parco di San Giuliano avrei fatto un'operazione stile Barcellona. Ma se uno sta dieci anni a cincischiare (...). La straordinarietà di questa città", aggiunge, "non si risolve con l'ordinaria amministrazione. Ci vuole un governo con la G maiuscola".
Un potere forte, dice Stefano Boato, "noi abbiamo un livello indecente della politica nell'affrontare problemi drammatici, traffico, chimica, acqua alta, turismo. Ci vuole un potere forte per tener testa ai poteri forti come la Fiat e il Consorzio, non so se una Venezia con 60 mila abitanti sarà in grado". "Questa è una città senza testa" riassume il coordinatore del dibattito Michele Boato. L'attacco di separatisti e unionisti al sindaco è proseguito sul terreno della città metropolitana. "C'è quest'idea del work in progress della Patreve", ricorda Michele Boato.
"Roba da cretini", boccia Stefano Boato.
"Mette in discussione i poteri di Provincia e Regione, perciò non è mai stata realizzata", spiega D'Elia.
"Artifizio istituzionale", fa De Piccoli. "Dobbiamo chiederci se l'acqua alta, la riconversione della chimica, il traffico non si siano risolti perché Mestre e Venezia sono insieme. Se la città metropolitana è il tema della campagna, D'Elia ha qualche chance".


www.cgil.it/fp.dolo-mirano/materiali – 25 marzo 2002
Policentrismo o città diffusa? Le ragioni della città metropolitana di Oscar Mancini
Separatisti e unionisti su una cosa dovrebbero essere d'accordo: la città metropolitana è necessaria.
Proviamo a ragionare. Da oltre vent'anni è in corso nell'area veneziana un massiccio processo di redistribuzione della popolazione dal capoluogo ai comuni limitrofi. Se, da una parte, Venezia perde popolazione, resta comunque la sede delle principali strutture di servizio, oltre che il luogo in cui si localizza una parte rilevante dei posti di lavoro. Aeroporto, porto, centri decisionali istituzionali e amministrativi, le università e le altre istituzioni culturali fanno della città lagunare un luogo in cui si concentrano servizi rari al servizio di una più ampia area metropolitana. Allo stesso tempo molti comuni minori, sempre più connessi all'economia regionale, aumentano la popolazione e le attività manifatturiere ricorrendo ad un sempre più ampio bacino del mercato del lavoro. Questo processo va governato con un'istituzione forte onde evitare il rischio che l'urbanizzazione generata innanzi tutto dall'impresa postfordista, determini un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi.
Un ambiente sradicato e omologante generatore di una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone da un punto all'altro del sistema insediativo che soffoca la nostra esistenza. Per invertire le tendenze in atto alla "città diffusa" occorre progettare la metropoli policentrica. Per il cittadino, il grado di relazione con l'area centrale della provincia, è ormai talmente elevato da rendere ormai superata la dimensione tradizionale del riconoscimento della sua appartenenza alla sola collettività e al Comune in cui risiede: la cittadinanza metropolitana esiste dunque già nei fatti. Gli assetti amministrativi tradizionali si presentano invece distanti dalla realtà e dalle dinamiche sociali e non sono idonei quindi a governare armonicamente i processi che si sviluppano nella grande area urbana veneziana.
Il Comune di Venezia è, infatti, sovradimensionato per l'esercizio delle funzioni ordinarie e di converso è sottodimensionato per governare lo sviluppo. E' troppo grande per rispondere efficacemente alla richiesta dei cittadini di partecipare ad una migliore gestione e fruizione dei servizi alla persona. Penso agli asili nido, alle scuole, ai luoghi della cultura, dello svago e della ricreazione come i parchi, ai servizi sociali, ai lavori pubblici, all'edilizia privata eccetera. E' troppo piccolo per risolvere gli angosciosi problemi dei trasporti, della mobilità delle merci e delle persone, per una programmazione razionale delle zone industriali e commerciali, per una gestione efficace dei servizi locali come la distribuzione dell'acqua, lo smaltimento dei rifiuti, l'organizzazione del trasporto urbano. E' troppo piccolo per governare in modo unitario il sistema lagunare, disinquinare le sue acque che provengono da un ampio bacino scolante fortemente urbanizzato, per riconvertire Porto Marghera e sviluppare la sua portualità: in sostanza per un uso sostenibile del territorio. Di converso molti Comuni della Riviera e del Miranese hanno spesso la dimensione ottimale per gestire i servizi alla persona ma sono anch'essi troppo piccoli per governare lo sviluppo.
Da qui nasce l'esigenza di un governo unitario dell'area metropolitana di Venezia. L'attuale Provincia va sostituita con un nuovo soggetto di area vasta, dotato di un ruolo inedito- la Città metropolitana, appunto- che riassuma in sé funzioni e caratteri oggi variamente distribuiti tra Regione, Provincia, Comune capoluogo, altre amministrazioni. Non, dunque, una Provincia ritoccata, ma un soggetto davvero nuovo, fortemente raccordato con i Comuni e investito del ruolo di governo delle grandi politiche di sviluppo dell'area metropolitana.
In questo rinnovato contesto, va ripensato anche l'assetto del capoluogo accelerando il processo di costituzione delle municipalità per giungere in un secondo tempo - quando la città metropolitana sarà a tutti gli effetti costituita- ad elevare le stesse a veri e propri Comuni metropolitani. La città metropolitana noi la immaginiamo policentrica, a qualità urbana diffusa, vivibile e bella in ogni sua parte, a Mestre come a Marghera, a Favaro come nel Miranese, in Riviera del Brenta come a Chioggia e a Mogliano. In sostanza pensiamo ad una città a rete, ad una "città di città". La costituzione della città metropolitana di Venezia, comprendente i comuni dell'area centrale e meridionale della provincia, darà origine alla provincia del Veneto Orientale. Compete ai comuni interessati promuovere la città metropolitana. Alla Regione la responsabilità politica di rallentare l'iter del referendum separatista e di favorire la nascita della nuova istituzione. Perché appassionarsi a quest'obiettivo di riordino istituzionale?
Il territorio - spiega Focault - prima ancora di essere una nozione geografica, e una nozione giuridico politica e precisamente quel che è controllato da un certo tipo di potere; e se i poteri pubblici sono deboli e frammentati, il territorio è soggetto alle sole regole del mercato e dei poteri forti. Non è quello che noi auspichiamo.


www.euganeo.it/margherita – 20 aprile 2002
Padova, Piazza De Gasperi - ore 11. Le scelte per l'area metropolitana di Padova. Verifica tra rappresentanti istituzionali
Su iniziativa dei capigruppo Ivo Rossi (Comune di Padova) e Mariano Schiavon (Provincia di Padova) si incontrano sabato 20 aprile nella sede provinciale della Margherita (Padova, piazza De Gasperi) i sindaci e i consiglieri comunali dell'area urbano-metropolitana di Padova, i consiglieri provinciali, i consiglieri regionali e i parlamentari della Margherita. Viene approfondito il progetto di legge regionale per l'istituzione dell'area metropolitana di Padova, presentato dal gruppo consiliare della Margherita del Comune di Padova. Sull'argomento il senatore Tino Bedin, che partecipa all'incontro, ha recentemente auspicato un coinvolgimento dei cittadini interessati. La riunione, che inizia alle ore 11, serve anche a decidere iniziative pubbliche su questo tema.


www.an-venezia.net/commenti - Venezia – 12 giugno 2002
Decentramento, area metropolitana e referendum di Pietro Bortoluzzi – Capogruppo di AN al CdQ 1 del Comune di Venezia
Decentramento, area e città metropolitana, referendum per l'istituzione del Comune di Mestre e nuovi articoli del Titolo V della Costituzione: a Venezia, nelle istituzioni provinciale e comunale e nella stampa locale, sembra dominare (se fossi malizioso, direi quasi volutamente) una nuvola di confusione e di palese disinformazione. Nube potenziata dall'ultimo blitz del sindaco Costa a Roma, che addirittura al Parlamento richiede per Venezia il riconoscimento di città metropolitana: possibile che il Sindaco di Venezia non abbia letto la legge 267 del 2000 sugli enti locali (TUEL), nella quale il Comune di Venezia all'articolo 22 è inserito come punto di partenza dell'area metropolitana di Venezia, sempre che ne voglia far richiesta?
E qui sta l'inghippo: non mancano tanto le leggi, manca piuttosto la volontà politica – proprio da parte della Giunta Costa – di attivare il meccanismo per la realizzazione della città metropolitana, che deve prima necessariamente passare per la delimitazione territoriale dell'area metropolitana, atto che deve essere richiesto dal Comune di Venezia. D'altronde l'ipotesi di smagrire, con un referendum, il territorio comunale con la creazione del Comune di Mestre (come già avvenuto con l'istituzione del Comune di Cavallino) non cambierebbe proprio nulla in previsione dell'area prima e della città metropolitana poi. Anzi, forse addirittura ne accelererebbe l'avvio dell'iter, che al momento è bloccato, probabilmente per beghette tutte partitocratriche fra le maggioranze (quasi tutte uliviste) che governano Provincia (destinata a chiudere bottega in caso di realizzazione della Città Metropolitana di Venezia) e Comuni del veneziano, timorosi di perdere il loro ruolo. A ciò si aggiunga la demagogica stasi sull'ipotesi tanto strombazzata di ridenominare alcune Circoscrizioni del Comune di Venezia come Municipalità invece che come Quartieri, attribuendo loro solo parte delle deleghe già ora prevedibili per i quartieri.
Un'idea, quella delle Municipalità, inutile all'interno della Città Metropolitana, oltre che poverissima di contenuti e di potenzialità: è semplice fumo negli occhi, ben distante da proposte concrete di riforma ampia del decentramento del Comune di Venezia, come quella formulata ad esempio da An della città storica di Venezia, che da anni richiede l'istituzione dei Municipi, previsti, diversamente dalle Municipalità, dalla legge nazionale con autonomie e potenzialità rappresentative decisamente superiori (in quanto parificate in molte funzioni ai comuni di pari numero d'abitanti) a quelle delle estemporanee municipalità veneziane. In ogni caso non dimentichiamo che il Comune di Venezia, a livello decentrato, deve ancora, per i consiglieri ed i consigli circoscrizionali, recepire in pieno la legge nazionale, che data addirittura 1999: bel esempio di impegno per la città plurale e le riforme del decentramento!
Le modifiche al Titolo V della Costituzione, poi, accentuano ancor di più le possibilità d'azione dei Comuni, sempre che questi vogliano avvalersene: cosa che in casa Costa non ci pare proprio – proclami demagogici, ipotesi di nuove S.p.A. e nomine di consulenti a parte – esistere concretamente.


Nexus – Mensile di comunicazione, cultura e attualità, nella città metropolitana di Venezia - Anno X n. 47 luglio – agosto 2002
Venezia città dei miracoli
Metropoli d’Europa - parte I di Michele Casarin
Al di là della questione referendaria, oggi di grande attualità, il problema di quale possa essere la forma istituzionale più idonea al governo del territorio che si articola - sinteticamente - attorno alla bipolarità Venezia/Mestre, rappresenta una delle maggiori emergenze dalle quali dipende il futuro di centinaia di migliaia di persone. L’incertezza ed il ritardo che insistono sulla sua risoluzione sono sì la conseguenza della complessità stessa di questo territorio e di una accentuata conflittualità tra soggetti sociali, economici e politici che ostacola un confronto costruttivo sulla base di una essenziale pluralità di valori condivisibili, ma pure di una situazione di stallo a livello nazionale. Infatti, altre importanti aree metropolitane attendono in Italia un efficiente e moderno progetto di architettura istituzionale locale che consenta di dotare le grandi città italiane di adeguati strumenti che consentano di governare territori sempre più articolati, densi di relazioni che spesso escono da superati confini comunali e provinciali e sui quali incidono dinamiche decisionali - anche transnazionali - con soggetti che sfuggono al controllo diretto delle attuali pubbliche amministrazioni.
A molte persone, i discorsi sulle città metropolitane possono sembrare un’inutile perdita di tempo, un divagare dai problemi concreti, dalle questioni che interessano il vivere quotidiano dei cittadini. E’ normale che sia così, in conseguenza di una insufficiente informazione e del fatto che lo spazio dedicato nelle scuole (di tutti gli ordini e gradi) alla città è assolutamente sproporzionato rispetto al peso che la città ha nella nostra vita. Ma questo atteggiamento - in buona parte indotto - genera confusione e finisce per lasciare campo libero al malgoverno locale e ad una libera quanto improbabile interpretazione delle sue cause.
Con il rischio concreto della banalizzazione che accompagna ogni tentativo di sintesi proviamo a spiegare molto brevemente e con esempi di immediata comprensione in che cosa dovrebbe consistere l’utilità di parlare di città metropolitana.
Consideriamo, allora, due livelli distinti: il livello della gestione del quotidiano, che incide a scala microterritoriale, e quello del governo delle grandi scelte, che incide, invece, a scala macroterritoriale.
Il primo può comprendere ad esempio: la pulizia delle strade, la cura del verde pubblico, l’assistenza ai più deboli, la richiesta di un documento, il rilascio di una licenza edilizia, ecc. In una grande area urbana risulta più efficiente decentralizzare la fornitura di certi servizi - come quelli che abbiamo citato - piuttosto che concentrare tutto in uno o pochi uffici centrali. Non si tratta soltanto di una decentralizzazione logistica ma soprattutto di delegare ampie funzioni a porzioni di territorio individuate (culturalmente, economicamente, fisicamente) come omogenee. Si tratta di uno dei principi base del federalismo applicato a scala urbana per cui i soggetti incaricati della gestione del quotidiano, di ciò di cui il cittadino ha bisogno tutti i giorni, diventano le municipalità (nel caso locale: Venezia, Mestre, Marghera, Lido, ecc.) e non il governo centrale.
E qui entra in gioco il secondo aspetto. Una grande area urbana, per essere competitiva - e dunque per generare benessere - necessità di adeguate politiche di sviluppo che non si possono ridurre alla mera somma di piccole scelte locali corrispondenti a interessi microterritoriali.
La cura del territorio e la salvaguardia dell’ambiente, le politiche energetiche, quelle del lavoro; gli indirizzi generali di politica sociale e di politica urbana, la sicurezza necessitano di una visione d’insieme che può essere assicurata solamente da una istituzione unitaria.
Due esempi. Le politiche del turismo di Jesolo, di Cavallino/Treporti o di Chioggia incidono pesantemente su tutto il territorio circostante, da Venezia a Mestre, alle isole portando benefici ad alcune categorie economiche ma aggravando il costo e la qualità dei servizi previsti dalle amministrazioni locali per i propri contribuenti. Questa dinamica vale naturalmente in entrambi i sensi; ma, allora, non sarebbe più opportuno e civile che ci fosse un’unica autorità a gestire gli indirizzi generali del turismo e quanto incide di conseguenza. sul territorio e sulla cittadinanza?
Il secondo esempio è quello delle infrastrutture, come il passante, la cui realizzazione dovrebbe avvenire attraverso forme di consenso generalizzato - coinvolgente cioè le tante realtà territoriali interessate - ma garantendo forza ed efficienza decisionale e una visione d’insieme attraverso la Città Metropolitana. E gli esempi potrebbero continuare parlando di centri commerciali, cityplex, impianti sportivi, aree industriali…
Partendo da queste considerazioni si è ritenuto interessante proporre un viaggio in Europa per capire come vengono amministrate alcune grandi aree urbane; e si è pensato di farlo facendo riferimento a dimensioni territoriali e demografiche proporzionate a quella di Venezia-Mestre.
La prima parte di questo viaggio virtuale ci porta in Olanda a parlare dell’amministrazione metropolitana di Amsterdam.
Amsterdam si estende su un territorio di 218,86 kmq (circa la metà dell’estensione dell’attuale Comune di Venezia) ed ha una popolazione di 734.540 abitanti (dato 2001). L’area metropolitana si articola su 15 municipalità di cui Amsterdam-Noord è la più popolosa con 86.912 (dato 2000) abitanti e Westpoort la meno abitata con 408 (dato 2000) residenti.
E’ amministrata da un Consiglio e dal "Collegio degli aldermen". Il Consiglio, composto da 45 membri, eletti ogni 4 anni, rappresenta la più alta istituzione della città ed è responsabile degli aspetti più importanti tra cui quello di stabilire il budget annuale pari a circa 4,7 milioni di Euro (circa 9 mila miliardi di lire).
La gestione quotidiana della città è portata avanti dal Collegio (che si riunisce due volte la settimana) composto dal Sindaco e dagli 8 aldermen eletti dal Consiglio e facenti parte di esso. Ognuno ha un suo portafoglio ed una sua area di responsabilità. Compito del Collegio è di lavorare sui provvedimenti adottati dal Consiglio.
Il Sindaco metropolitano occupa una posizione speciale in quanto non viene eletto dai cittadini ma designato direttamente dalla Corona. Presiede sia il Consiglio che il Collegio ma non ha facoltà di voto nel primo. Inoltre, ha responsabilità precise: è capo della polizia ed è considerato colui che determina l’immagine della città nel suo rapportarsi al mondo.
Vale la pena sottolineare che il governo della città viene svolto attraverso una continua ricerca del consenso della cittadinanza: le diverse cariche metropolitane hanno una inconsueta - per i nostri costumi - disponibilità ad incontrare gruppi e associazioni, ma anche singoli cittadini; frequente è il riscorso a referendum e a pubbliche audizioni che consentono di attuare sia le grandi scelte strategiche che quelle di carattere più locale (municipale) con un bassissimo grado di conflittualità e di scontento.
Ma veniamo alla struttura metropolitana. La prima Municipalità di Amsterdam fu istituita all’inizio degli anni ’80 quando Amsterdam-Noord e Osdorp furono dotate di una loro autorità largamente autonoma rispetto al governo centrale, con un proprio budget - aspetto determinante - ed una propria struttura amministrativa. L’idea era di rendere più efficiente l’amministrazione locale mettendola in grado di prendere decisioni reali e di coinvolgere maggiormente la cittadinanza nell’amministrazione della città. Il successo di quella prima fase di sperimentazione fece aumentare il numero di Municipalità autonome fino alle attuali 15, tutte dotate di propri Consigli con l’unica eccezione di Westpoort (l’area portuale) che dipende, per ragioni strategiche, direttamente dal governo centrale metropolitano.
I Consigli municipali funzionano allo stesso modo di quello centrale: i consiglieri vengono eletti ogni quattro anni in un numero che dipende dalla popolazione locale e secondo il criterio scelto (autonomamente). I Presidenti delle municipalità assomigliano molto al Sindaco ma con l’importante differenza di essere eletti dai Consigli locali e non dalla Corona.
Ma di cosa si occupa una Municipalità? Come abbiamo visto l’aspetto essenziale di questa istituzione è il fatto di essere dotata di una propria autonomia finanziaria che gli consente di provvedere alla gestione di aspetti che normalmente appesantiscono il funzionamento del governo centrale di una qualsiasi grande e complessa area urbana, generando inefficienza e scontento tra la popolazione. Così, in questo caso olandese, i Consigli delle singole municipalità possono occuparsi della gestione degli spazi pubblici, compresa la raccolta dei rifiuti, della manutenzione e della pulizia delle strade, della cura di parchi, giardini, impianti sportivi e cimiteri.
Le competenze, però, non si esauriscono qui. Oltre ad avere la facoltà di definire politiche locali inerenti le pratiche sportive e culturali, possono rilasciare passaporti, patenti, certificati di nascita ma anche licenze edilizie e commerciali, tutte funzioni un tempo svolte dal governo centrale in modo meno efficiente e con una maggiore distanza tra cittadino e istituzioni.
Questa, molto sinteticamente, è la via seguita ad Amsterdam a proposito di quello che in fase di premessa avevamo definito "il livello della gestione quotidiana a scala microterritoriale".
Sono però considerati altrettanto importanti gli aspetti legati alla coesione: i documenti ufficiali del governo metropolitano della città olandese affermano letteralmente che "è necessario preservare la coesione della città.
Con l’istituzione delle municipalità l’amministrazione centrale ha acquisito un’altra responsabilità: è necessario assicurare che le scelte del governo centrale siano condivise da tutti ma anche che la coesione e la struttura della città venga mantenuta. L’esistenza delle municipalità non deve condurre alla frammentazione di Amsterdam in tante isole operanti in modo separato l’una dall’altra. Il governo centrale deve sovrintendere a tutto ciò."
Queste parole sono particolarmente significative e sottolineano l’importanza della coesione interna come valore che si aggiunge alla necessità di governare in modo unitario aspetti come la sanità, i trasporti pubblici, lo sviluppo delle infrastrutture o la sicurezza che sono alla base della vita civile di una città contemporanea. La prossima tappa ci porterà in alcune metropoli scandinave, dove incontreremo da vicino forme avanzatissime e collaudate di stato sociale e le più moderne politiche di welfare urbano.


Adnkronos – 10 ottobre 2002
Venezia: Sindaco, un’unica città metropolitana con Mestre
"Si ha la netta sensazione che i rappresentanti delle categorie produttive e delle istituzioni della città guardino con grande preoccupazione alla prospettiva della divisione del Comune di Venezia". E’ quanto sottolinea il sindaco, Paolo Costa, dopo aver appreso di quanto emerso dalle audizioni odierne presso la Prima Commissione del Consiglio Regionale del Veneto presieduta da Carlo Alberto Tesserin, chiamata ad esaminare le due diverse proposte di legge referendarie presentate all’Assemblea regionale per la separazione di Venezia e Mestre.


www.asca.it – Quotidiano autonomie locali – n. 244 del 12 ottobre 2002
Scontro in Regione su separazione Venezia Mestre
Scontro, in consiglio regionale, sull'ipotesi di separazione tra Venezia e Mestre.
La commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale del Veneto, presieduta da Carlo Alberto Tesserin (Forza Italia) ha incontrato i rappresentanti del mondo economico e delle istituzioni veneziane in ordine ai due progetti di legge referendari di suddivisione di Venezia in due Comuni autonomi. I due progetti, uno di iniziativa popolare presentata dal comitato guidato dall'avvocato Mario D'Elia, e l'altro del gruppo consiliare leghista, primo firmatario Daniele Stival, prevedono la creazione dei due comuni di Mestre e di Venezia, separando la terraferma, dal centro storico e le isole.
La proposta referendaria è stata valutata come "inopportunà" e "impoverente" dai rappresentanti delle categorie economiche. Massimo Albonetti della Camera di commercio veneziana, Renato Fabbro, Biagio Da Re e Roberto Patrizio della Cna provinciale e cittadina, Roberto Magliocco dell'Ascom veneziana, Giorgio Tamaro di Federveneto Api, Maurizio Franceschi della Confesercenti veneziana, Antonio Marchiori della Confartigianato di Venezia e Massimiliano Galante di Unindustria hanno ribadito, con diversi accenti, la preoccupazione dei propri associati per una proposta di frammentazione amministrativa e decisionale che non aiuterebbe le funzioni di governo dell'area e impedirebbe di raggiungere quella ''massa critica di beni e servizi" indispensabile per le leggi di mercato.
"Suddividere il comune lagunare in due realtà - ha affermato Franceschi- significa impoverire sia Venezia, sia Mestre". Tamaro ha aggiunto che "l'area metropolitana rimane una felice intuizione della politica, nonostante in dieci anni non si sia ancora riusciti ad attuarla".
Massimiliano Galante ha sottolineato che la logica della frammentazione è antitetica a quella dell'economia. Contrari all'ipotesi referendaria sono anche i rappresentanti dei grandi enti infrastrutturali veneziani, l'autorità portuale, l'aeroporto e il parco scientifico, proiettati a programmare e gestire la propria funzione su scala regionale, piuttosto che di microlocalismi.
Claudio Boniciolli, presidente dell'Autorità portuale, ha avvertito che "la scomposizione in due Comuni della realtà veneziana creerebbe una ulteriore complicazione nei rapporti tra porto e territorio e nella gestione dello sviluppo infrastrutturale".
Per il rappresentante di Save (Federica Bonanome, a nome di Enrico Marchi) la società non può aver alcun interesse a una separazione che priverebbe la ''capitale" del Veneto del suo aeroporto.
Per il presidente di Vega, Gabriele Zanetto, il parco scientifico è già una struttura metropolitana, ("voluta dal comune di Venezia - ha ricordato- che vi ha investito oltre 10 miliardi di vecchie lire e ne detiene la maggioranza assoluta del capitale sociale"), che richiede una pianificazione di respiro regionale e non potrà ricevere alcun vantaggio dall'affermazione di interessi "localissimi".
I rappresentanti delle aziende municipali di servizi (Valter Vanni di Actv, Paolo Seno di Vesta ed Enrico Mingardi di Asm), da parte loro, hanno evidenziato le esigenze imprenditoriali di aggregazione, capacità di finanziamento e di economia di scala che solo dimensioni territoriali adeguate possono garantire all'esercizio di funzioni di servizio. "Se Actv dovesse separare la gestione delle proprie reti di terra e di navigazione - ha ricordato Vanni- accumulerebbe passivi insostenibili e dovrebbe tagliare i propri servizi. Al contrario, il riordino del trasporto pubblico richiede un fortissimo processo di aggregazione". Per Mingardi la separazione in due comuni sarebbe una "iattura, che comporta solo maggiori costi e nessun beneficiò". "Gli investimenti delle aziende di servizi urbani - ha spiegato il consigliere di amministrazione di Vesta - sono attratti da comuni di dimensioni metropolitane". No alla separazione anche da parte dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali confederali. Per Gabriele Vesco, segretario Uil, Venezia e Mestre sono due realtà intimamente correlate, oggi più integrate di ieri, da valorizzare non dividendo la terraferma dalla città d'acqua ma "con un reale sistema di decentramento amministrativo". Per Oscar Mancini, segretario della Camera del Lavoro di Venezia, i due progetti di legge ignorano le profonde modifiche introdotte nell'assetto istituzionale della Repubblica con il nuovo titolo quinto della Costituzione, sono "incostituzionali" e rappresenterebbero un "disegno suicida" non solo per i veneziani anche per il Veneto. Opposto invece l'orientamento della Cisal che, per bocca del segretario Bona Mayer, ha difeso il diritto della comunità mestrina di tornare ad essere comune autonomo, per non essere vittima delle "scelte penalizzanti adottate sinora dai governanti veneziani".
Le ragioni dell'autonomia della terraferma sono state ribadite anche dai rappresentanti del Movimento per l'autonomia di Mestre e della terraferma, già protagonista dei referendum per la separazione del 1989 e del 1984: "'Mestre deve tornare a essere comune - hanno spiegato Marco Sbrogiò e Roberto Stevanato - per avere una propria identità urbana e uscire dal cono d'ombra della città d'acqua che l'ha relegata al ruolo di periferia informe".
Hanno concluso il giro di consultazioni i rappresentanti delle maggiori istituzioni culturali e assistenziali veneziane. Il rettore dell'Istituto veneto di architettura Marino Folin ha confermato il parere contrario alla separazione, che - ha detto- causerebbe una preoccupante e pericolosa disgregazione delle relazioni tra i due territori di acqua e di terra "in assenza di una struttura di governo sovracomunale". Il rettore dell'Università di Cà Foscari, Maurizio Rispoli, ha sottolineato come la riforma del titolo quinto della Costituzione, con l'introduzione della città metropolitana, apre la via a "nuovi processi di disaggregazione e aggregazione di comuni limitrofi", che possono quindi affermare sia la legittima esigenza di identità specifica, sia quella di un governo allargato di interessi comuni. "Dal comune di Venezia - ha spiegato Rispoli- potrebbero sorgere sette-otto municipalità autonome e indipendenti, che poi si aggregano per le funzioni metropolitane interdipendenti, come ad esempio nella gronda lagunare o nella corona di terraferma".


www.paologiaretta.it - Padova, 14 ottobre 2002
Commissione Speciale per la "Città metropolitana" di Ivo Rossi (Presidente della Commissione speciale del Consiglio comunale di Padova "Città Metropolitana")
Ai Sigg. Sindaci e Assessori dei comuni dell'area centrale padovana, al Sig. Presidente della Provincia di Padova, al Sig. Rettore a ai Sigg. Presidi Università, al Sig. Presidente della Camera di Commercio Industria e Artigianato, ai Sigg. Presidenti delle Categorie Economiche, Sigg. Segretari Provinciali delle Organizzazioni Sindacali, ai Sigg. Presidenti degli Ordini Professionali, ai Sigg. Presidenti delle Associazioni No Profit.
L'esigenza, sempre più avvertita, di avviare processi di integrazione delle politiche pubbliche all'interno dell'area urbana (comprendente, oltre al comune di Padova, anche i comuni di prima e seconda cintura), ha indotto il Consiglio Comunale di Padova a istituire una commissione speciale per la "città metropolitana".
Si tratta di uno strumento di lavoro, che non intende in alcun modo essere esclusivo, costituito con l'intento di esplorare e favorire la collaborazione fra gli attori operanti nel territorio, in primo luogo le amministrazioni comunali, nonché di identificare una visione comune degli interessi dell'area e delle conseguenti politiche. L'obiettivo verso cui orientare gli sforzi è quello di costruire il massimo del consenso possibile attorno a proposte e progetti condivisi.
La questione delle politiche della "città metropolitana" è ormai più che maturo; la sfida è quella di far fronte alla competizione che, alla luce della crisi economica internazionale, si farà sempre più serrata.
L'essere una delle aree di eccellenza di livello europeo non ci mette al riparo da eventuali contraccolpi qualora non si sia in grado di riorientare le politiche pubbliche, in particolare in materia di infrastrutture e di servizi alle imprese ma anche, e non è un aspetto secondario, di coesione sociale. La nostra è un'area che ha notevoli potenzialità, in termini di ricchezza economica, di capacità innovativa, di reti di servizio qualificate, di "motori" di cultura, di collocazione geografica, che però sconta una gracilità dell'armatura urbana, una frammentazione dei processi strategici, un generale sottodimensionamento dei fattori di attrazione in una dimensione europea. E' evidente l'insufficienza degli attuali confini e competenze municipali per organizzare e sostenere una risposta adeguata. E' perciò importante che i sindaci, le categorie economiche, le associazioni e tutti i soggetti che hanno a cuore il futuro di questo territorio sappiano ritrovare le ragioni della comunità. E' questo uno dei compiti della commissione, forse il più difficile, quello di lavorare per superare le diffidenze, le contrapposizioni o i piccoli campanilismi che fino ad oggi hanno nuociuto alla comune causa. Non si tratta di una obiettivo facile. La strada della città metropolitana è una strada fatta di difficoltà che non ci nascondiamo. Proprio per questo ritengo sia però importante che l'iniziativa sia capace di generare una immediata concretezza operativa.

Ad esempio:

a) un primo immediato accordo tra i Comuni sui fattori strategici di sviluppo, sciogliendo nodi mai sciolti: è possibile ricondurre le zone industriali e artigianali ad una pianificazione e a una gestione integrata? E' possibile trasformare le infrastrutture di trasporto, in primo luogo la rete del nuovo sistema tranviario, in strumento metropolitano a servizio di tutta l'area e non solo di quella centrale? Si è in grado di pensare le politiche abitative, in particolare quelle di edilizia pubblica, in un'ottica integrata? Si possono concepire le politiche sanitarie, in particolare la realizzazione di un nuovo polo ospedaliero, abbandonando la logica che le colloca tutte a ridosso delle cupole del Santo? Siamo in grado di trasformare le aziende multiservizio operanti nell'area in strumento di crescita e di miglioramento della qualità dei servizi e di offerta di nuovi servizi innovativi? Gli esempi potrebbero continuare. Si tratta di decisioni che potrebbero essere assunte subito, i cui vantaggi rafforzerebbero anche la definizione di un nuovo soggetto istituzionale;
b) la convocazione della "Comunità degli interessi metropolitani" in modo da avviare un grande processo partecipativo: i consigli comunali, le autonomie funzionali, i soggetti culturali non devono essere visti come un inciampo, ma come uno straordinario motore per far marciare l'iniziativa.
E' necessario inoltre avviare una riflessione che sappia promuovere il riconoscimento del nuovo senso di appartenenza alla comunità, una comunità che ha perso l'identità del campanile e che non ha ancora saputo riconoscere la sua nuova identità, il ruolo che svolge all'interno dell'area veneta. Si tratta in sostanza di favorire un processo di maturazione dell'organismo città, di promuovere la ricerca della "coscienza" di sé. Affrontare queste questioni è la premessa indispensabile affinché, con il contributo di tutti, la città si interroghi e sappia costruire risposte credibili a domande ormai ineludibili. L'Europa delle città, il riconoscimento che le città non sono più, se mai lo sono state, una semplice appendice dello Stato, quanto piuttosto delle realtà a cui vengono richieste sempre nuove competenze, capacità di rappresentare globalmente le soggettività economiche e sociali è la "sfida" dei prossimi decenni, la sfida del nuovo rinascimento padovano.
Una comunità dimostra di essere matura quando è in grado di far dialogare tutte le sue componenti, quando riconosce pari dignità a tutte le opinioni che riguardano il suo futuro, quando sa valorizzare tutte le sue articolazioni, quando sa fare sintesi e costruire coscienza e consenso attorno ad obbiettivi generali. Questo è il compito che la commissione si è data. Su questo siamo aperti a tutti i suggerimenti e i contributi, con la speranza che il lavoro che ci accingiamo a fare assieme a voi possa diventare un'occasione per far maturare la consapevolezza di una comunità alla ricerca di se stessa e del proprio futuro. Cordiali saluti.

La Nuova di Venezia e Mestre internet - 15 ottobre 2002
Il referendum e la Città Metropolitana di Carlo Rubini
In merito alle consultazioni avviate dalla 1° commissione regionale sulla meritevolezza del referendum sulla separazione del Comune di Venezia, il Comitato Venezia unita e metropolitana per il Veneto conferma l’opinione già espressa in occasione dell’audizione in commissione in marzo.
Il Comitato è favorevole alla meritevolezza del quesito referendario, da decretarsi tuttavia solo nel momento in cui verrà effettuato il primo atto legittimo costitutivo della Città Metropolitana. Sino a quel momento il giudizio va sospeso essendoci un’evidente conflittualità con il dettato costituzionale, che viene a cessare con l’istituzione della Città Metropolitana.
Quanto al merito del quesito, il Comitato, qualora dovesse celebrarsi il referendum a istituzione avviata, è contrario alla separazione in due parti dell’attuale comune, perché il Comune stesso andrà diviso in un numero superiore di Comuni, più o meno tanti quanti erano precedentemente all’annessione del ’26, per restituire loro l’antica autonomia nella cornice istituzionale metropolitana.


La Nuova di Venezia e Mestre internet - 18 ottobre 2002
Secondo quanto ha dichiarato Carlo Alberto Tesserin, presidente della commissione regionale che esamina la richiesta di referendum per il riordino delle Autonomie Amministrative di Venezia e di Mestre, il referendum si svolgerà nel giugno del 2003. La commissione finirà a dicembre i suoi lavori sulla meritevolezza della richiesta di referendum, quindi passerà al Consiglio Regionale la decisione definitiva. Ma dopo il parere della Commissione la cosa è vincolata.
L’avvocato Mario d’Elia, presentatore delle quattro richieste di referendum, sostiene "referendum e città metropolitana sono cose diverse. L’una non è antagonista dell’altra" Vengano ora ascoltati gli elettori veneziani e mestrini. Medesimo pensiero esprime l'architetto Giampaolo Pighin responsabile del Movimento autonomista mestrino. "I tempi sono maturi", per una vittoria del "SI" dice sicuro d'Elia.


utenti.lycos.it/autonomiavenezia
Movimento Autonomia Venezia - Notizie - 19 ottobre 2002
Intanto il Sindaco Costa presenta l’ennesimo progetto di Città metropolitana alla Regione. Sarebbe interessante conoscere cosa hanno fatto negli ultimi decenni i sostenitori della città metropolitana, avendo avuto ruoli di governo di livello nazionale, regionale, provinciale e comunale, senza concretizzare nulla su questa fantomatica nuova istituzione.
Nel settembre del 2000 il sindaco Costa ha firmato un protocollo d'intesa con il sindaco di Padova signora Destro, anche questo è caduto nel calderone del dimenticatoio. Del resto la città metropolitana non è passata ne a Roma, ne a Milano, ne in nessuna delle altre dieci città in cui è prevista. D’altronde le amministrazioni comunali della Provincia di Venezia sono tutt’altro che entusiaste di entrare in quello che potrebbe diventare, per loro, un soffocante baraccone burocratico.
Seguendo l'iniziativa di Costa finiremmo per avere una città metropolitana a pelle di leopardo.
Per paradosso potremo dire che i veri sostenitori della città metropolitana siamo noi dell’autonomia di Venezia e di Mestre. Infatti di Città metropolitana se ne parla solo in reazione a nostre iniziative. Senza di noi di città metropolitana non se ne parlerebbe più.


Il Mattino di Padova - 10 novembre 2002
Area metropolitana. I sindaci a confronto. Gli amministratori della Commissione a Palazzo Moroni
di Corrado Andolina
Governare l'area metropolitana con i suoi 400 mila abitanti, la mega-città cresciuta negli ultimi vent'anni per mettere fine al caos della viabilità. E' partita con il piede giusto la Commissione bipartisan presieduta da Ivo Rossi, capogruppo della Margherita. Presenti primi cittadini e assessori di Padova, Abano, Albignasego, Ponte San Nicolò, Casalserugo, Legnare, Saonara, Noventa, Vigonza, Cadoneghe, Vigodarzere, Limena, Rubano e Selvazzano. Unico assente il sindaco di Villafranca, Domenico Galeota, nel cui territorio si stanno giocando le importanti partite della circonvallazione ovest e del confronto Sita-Aps sui trasporti pubblici.
Ivo Rossi, presidente della commissione, esprime entusiasmo per i lavori, anche se "per quanto riguarda il blocco del traffico previsto per il prossimo fine settimana, è probabile che le ricadute del provvedimento continuino a fermarsi ai confini di Padova". Una nota dolente. "E' necessario al più presto - spiega Rossi - un sistema integrato di trasporti che garantisca tempi certi di percorrenza.
Attualmente la città paga con alti costi sociali ed economici una pianificazione del territorio e una collaborazione con i Comuni contermini che è ancora disomogenea in troppi settori: dalla viabilità alla salute, dall'ambiente allo smaltimento rifiuti".
Tutti d'accordo, in linea di principio, i sindaci intervenuti all'incontro. In ballo non solo l'assetto infrastrutturale di un territorio cittadino allargato, ma anche lo sviluppo a lungo termine di un'intera regione e di alcuni importanti progetti europei. Come il corridoio europeo 5, da Barcellona a Kiev, che passerà proprio da qui, incrociando il distretto informatico.
"Bisogna ragionare", continua Rossi, "secondo logiche ad ampio respiro. Basti pensare che il 10% degli operai e delle aziende venete è dislocato in Romania. La nostra periferia lavorativa non è più la provincia, ma l'Europa". Per questo sono già nell'agenda della commissione incontri con rettore e presidi dell'Università, per una collaborazione in studi settoriali che analizzino le dinamiche demografiche ed economiche del territorio.
Sulla stessa lunghezza d'onda il sindaco Giustina Destro e il presidente della Provincia Vittorio Casarin: Padova come "baricentro di un sistema regionale complessivo".
Non mancano accenni polemici. "Quello che come cintura urbana soffriamo", sottolinea Giovanni Ponchio, sindaco di Abano, "sono le scelte che finora Padova ha portato avanti singolarmente, scaricandoci addosso problemi come traffico e viabilità".
C'è anche chi, come il sindaco di Ponte San Nicolò, accenna ai problemi di coordinamento: "Non sempre i canali comunicativi sono agevoli - rileva Gaetano Calore - anche se ormai il momento per unire le forze è maturo".
Il sindaco di Selvazzano, Gino Borella, sposta l'attenzione sul "centrale della fiscalità, cioè l'uscita dal singolo confine amministrativo: per farlo, bisogna cambiare i presupposti di pianificazione regionale a cascata".

La storia: decenni di infinite discussioni e pure una legge regionale per la fusione di M.G.
Quanti anni ha l'idea di una città metropolitana? Decenni. Fissiamo un'istantanea: agosto del 1990. A Padova era appena nata la nuova Giunta: De, Psi, Psdi Pri. Il Comune di Padova invita gli altri comuni a fare sinergia tra città e periferia (il baco sta proprio nell'idea di partire con una posizione predominante). Si propone una conferenza permanente dei sindaci, al costruzione di Consorzi e la trasformazione delle aziende municipalizzate in vere e proprie aziende consortili. Si parla di costruire un'Associazione dei comuni dell'area urbana, in sostituzione della Patreve (...).
La prima conferenza dei sindaci data 1992, resta solo un momento solenne di confronto. Poi arriva il progetto di legge regionale del 2003 di Ivo Rossi per la fusione dei tredici comuni della cintura. Discussioni a non finire, molti consigli comunali la bocciano anche quello di Padova si spacca. Seguono dieci anni di discussioni, poi l'abbandono e oggi il nuovo tentativo.


www.leganord.veneto.it – Comunicati stampa – 22 novembre 2002
Padova città metropolitana? Intervento: I Padovani vogliono davvero una città metropolitana? di Maurizio Conte (Consigliere Regionale Lega Nord)
Fare di Padova, Venezia e Treviso (e del loro hinterland) un’unica area metropolitana, un’unica città? E’ l’interrogativo cui da tempo si cerca di dare una risposta concreta, e che recentemente è rimbalzato di nuovo agli onori delle cronache soprattutto nel Padovano. Ma quali sarebbero le prospettive di una tale scelta? La vita dei cittadini potrebbe cambiare? E in che modo?
Lo sviluppo industriale e la crescente urbanizzazione hanno creato ai giorni nostri nuove aree a ridosso delle città e lungo le principali arterie stradali di collegamento. Gli enti locali (primi fra tutti, Comuni e Province) si sono trovati a dover affrontare le problematiche connesse a tale sviluppo (si pensi alla viabilità, alla gestione dei servizi, alla tutela del territorio (…) in un’ottica più ampia di quella del singolo ambito. In un sistema sempre più "globalizzato", dove grazie a Internet è possibile ad esempio vendere direttamente e in tempo reale un prodotto in tutto il mondo, occorre offrire una risposta concreta e immediata alla mancanza di infrastrutture di collegamento che ormai sono un’esigenza pressante per la competitività del sistema produttivo veneto. E molto spesso queste soluzioni si possono individuare in una dimensione interprovinciale, se non addirittura interregionale.
Per quanto concerne le entità territoriali, il Testo Unico degli Enti locali ha ridisegnato la normativa relativa alle aree metropolitane e alle città metropolitane. Senza dimenticare che nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata l’8 marzo scorso, la città metropolitana viene prevista a livello costituzionale.
Ma cosa potrebbe significare la creazione di una città metropolitana? Un’opportunità di sviluppo o un’ulteriore struttura burocratico–amministrativa sulla testa dei cittadini? Non vorrei che, come spesso avviene in Italia, invece di affrontare concretamente i problemi li si demandi a nuovi centri decisionali, che alla fine non decidono in quanto si scontrano con le competenze degli altri enti, destabilizzando ancora maggiormente gli equilibri gestionali del territorio. La città metropolitana potrebbe quindi diventare l’ennesimo ente intermedio che va ad aggiungersi a quelli già esistenti (Regione, Province, Comuni).
Vedo quindi con perplessità la volontà di introdurre, addirittura nel dettato costituzionale, le città metropolitane, un’entità sicuramente non propria della cultura territoriale veneta che, in quanto ulteriore organismo intermedio di decentramento, nulla ha a che vedere con il reale federalismo e che può avere invece l’effetto di dilatare ulteriormente la spesa pubblica e allontanare la prospettiva di una riduzione della pressione fiscale a carico della collettività.
Diversa potrebbe essere una città di servizi, nella quale si attui una pronta risposta alle esigenze dei cittadini e in cui sia prioritaria l’attenzione ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione, con una gestione attenta in termini di servizi pubblici (trasporti, raccolta rifiuti…) e con particolare riguardo ai costi e al gradimento del servizio. Ritengo quindi che, senza giungere alla creazione di nuove entità, prima di tutto vi deve essere la necessità che la città risponda ai cittadini, che sia controllato il gradimento dei servizi, che l’offerta dei servizi sia appropriata ai bisogni e, per quanto possibile, non incida troppo, sotto il profilo economico, sui popolazione. Una città a misura d’uomo, ma non soltanto: a misura dei giovani, delle giovani coppie, delle fasce disagiate, degli anziani, degli studenti, delle donne che intendono crescere i propri bambini in un ambiente salubre. Una città che guardi al futuro salvaguardando il presente e la storia della cultura veneta. Una città in cui la sera si possa uscire tranquilli, una città pulita, verde, accogliente, a riparo dalla criminalità.


www.lapadania.com – 22 novembre 2002
"Il Veneto non avrà aree metropolitane". La Lega si oppone in Regione di Alberto Rodighiero
Lo sviluppo urbanistico e industriale hanno dato vita, soprattutto nel Veneto, a nuove entità territoriali. Da qualche anno si sente sempre più parlare di città metropolitana.
Nel caso del Veneto è parlato di un'unica aera metropolitana che dovrebbe comprendere Padova, Venezia, Treviso e il loro hinterland.
Anche a livello legislativo pare che la faccenda sia già stata affrontata con il Testo Unico degli Enti locali che ha ridisegnato la normativa relativa alle aree e alle città metropolitane, e che con la riforma del Titolo V della Costituzione, approvata lo scorso 8 marzo, la città metropolitana viene prevista a livello costituzionale.
Ma questa nuova entità territoriale cosa comporterà per i cittadini? Una nuova opportunità di sviluppo o un'ulteriore struttura burocratico-amministrativa? A porsi questi interrogativi è Maurizio Conte, Consigliere Regionale della Lega Nord e Presidente della Settima Commissione (Ecologia e Tutela ambientale) che sulla vicenda si dichiara piuttosto scettico in quanto – "la città metropolitana potrebbe diventare l'ennesimo ente intermedio che andrebbe ad aggiungersi a quelli già esistenti (Regione, Province, Comuni). Vedo quindi con perplessità la volontà di introdurre, addirittura nel dettato costituzionale, la città metropolitana, un'entità sicuramente non propria della cultura territoriale veneta, che in quanto organismo intermedio di decentramento, nulla ha a che vedere con il reale federalismo e che può avere invece l'effetto di dilatare ulteriormente la spesa pubblica e allontanare la prospettiva di una riduzione della pressione fiscale a carico della collettività".


Il Gazzettino di Padova - 1 dicembre 2002
Grande Padova. Tutti d'accordo al summit nella sala consiliare di Palazzo Moroni: "E' una necessità. Non esistono alternative". Città Metropolitana, il progetto al giro di boa. Il percorso: approfondimento tecnico con tutti gli assessori comunali all'urbanizzazione e studio di un piano regolatore di Paolo Gabrielli
Oramai non è più solo un'idea, ma una necessità. Nel senso che non ci sono alternative. La "Grande Padova", o meglio l'istituzione di una Città Metropolitana come nucleo di 400 mila abitanti che agglomeri il capoluogo ed altri comuni della cintura urbana, è una via obbligata da percorrere. Si tratta solo di individuare il cammino, di studiare le strategie più adatte per raggiungere l'obiettivo. Lo impongono l'integrazione dei servizi, la conformazione stessa del territorio, i problemi di urbanizzazione e di viabilità, e la necessità di coordinare gli insediamenti industriali.
Tutti d'accordo ieri mattina nella sala del consiglio comunale dove si è svolto l'incontro organizzato dalla commissione Città Metropolitana presieduta da Ivo Rossi. Un summit al quale hanno partecipato i rappresentati delle categorie produttive, degli ordini professionali, degli enti economici e delle organizzazioni sociali. Presenti i sindaci del Comuni interessati e, tra gli altri, Luca Bonaiti, presidente di Unindustria, Francesco Peghin dei Giovani Industriali, Roberto Ongaro della Zip, Renzo Sartori dei Magazzini Generali, e Diego Chiesa, amministratore delegato dell'Agrimercato.
Dopo due ore di dibattito, Ivo Rossi, il cui nome è legato anche al vecchio progetto della "Grande Padova", è soddisfatto. "A questo punto ­ annuncia ­ faremo un approfondimento tecnico con tutti gli assessori all'urbanizzazione. In un secondo tempo studieremo il piano regolatore della Città Metropolitana. Infine, con il concorso della Camera di Commercio, organizzeremo degli incontri per siglare i primi accordi". Intanto, entro una decina di giorni, Rossi conta di incontrare anche il Rettore ed i presidi di facoltà per coinvolgere nel progetto anche l'Ateneo.
La "Città Metropolitana" come la "Grande Padova"? "Non proprio ­ spiega il presidente della Commissione ­ l'impostazione è radicalmente mutata. Se nel '90 si parlava di creare un nuovo organismo suscitando notevoli resistenze da parte dei Comuni minori, stavolta partiamo dall'individuazione e dalla soluzione di alcuni problemi, primo fra tutti quello della pianificazione". Il perché è presto detto. "E' impossibile oggi immaginare una quindicina di soggetti intenti a disegnare singolarmente il territorio ­ spiega Rossi ­ I problemi di viabilità, ad esempio, sono figli della pianificazione disordinata degli ultimi 30 anni. Ci vuole perciò un unico disegno ed anche gli insediamenti produttivi vanno coordinati. Dobbiamo perciò costruire processi che siano condivisi da tutti". Sono parole che suonano bene anche alle orecchie degli industriali.
"L'allargamento è una necessità ­ ammette il presidente Luca Bonaiti ­ perché il problema degli insediamenti riguarda tutta la provincia. Ben venga quindi la proposta di fare un tavolo di coordinamento fra tutte le categorie, tenendo però conto dell'importanza di ordinare i servizi di supporto alle imprese per consentire loro di ottenere grandi sinergie economiche".
Roberto Ongaro ricorda che bisogna riconvertire l'area nord della Zip, e che va risolto anche il problema della frantumazione delle zone industriali. "Purtroppo ­ sottolinea ­ finora sono stati fatti pochi passi avanti, da parte di troppi sindaci abbiamo avuto solo dichiarazioni di intenti". Anche la viabilità deve essere coordinata.
E Diego Chiesa, cita un esempio da evitare: quello del Centro Brentelle di Rubano. "Non c'è stata programmazione tra Padova e la cintura urbana ­ dice ­ con gravi conseguenza per il traffico".
Alla fine è Giuliano Lenci, consigliere anziano, a lanciare un invito: "Stavolta cerchiamo di farcela. Studiamo un percorso che dia risultati concreti". L'invito viene accolto.



A cura di C. Romagnoli
19-11-2003