"Osservatorio" di
Giovanni Martino Bonomo
Collegare l'esistente,
senza creare nulla di nuovo: attivando gli scambi operativi, di uomini
e mezzi. E' questa la formula per la razionalizzazione dei servizi sanitari,
senza aggravi di oneri finanziari.
Bari città
metropolitana, se ne è parlato molto nel passato ma ora sembra solo
una bella idea che è stata messa nel dimenticatoio.
La razionalizzazione
dei servizi, in generale, in questa nostra area urbana - che comprende
circa un milione e mezzo di abitanti - sarebbe un fatto importante, determinando
un'efficiente rete di collegamenti operativi, con la conseguente valorizzazione
di istituzioni di vario genere meritevoli di potenziamento ed il ridimensionamento
di altre meno utili agli interessi generali della cittadinanza.
In fondo è
lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei Dipartimenti di
Emergenza:
collegamento rapido ed efficace dell'esistente, con potenziamento
di quelle strutture sanitarie necessarie a produrre sanità di grado
elevato, avendo ben chiara quale dovrebbe essere la funzione assistenziale
di tale organizzazione. Rapidità, efficienza, tante vite salvate,
tanti disabili in meno.
Ma quando si parla
di programmazione i nostri politici si entusiasmano, ma solo all'inizio:
poi gli individualismi, gli interessi personali o di gruppo addormentano
le eventuali iniziative. Viene fuori, come sempre, quella caratteristica
dominante che è "la cura del proprio orticello" e l'incapacità
di lavorare insieme per raggiungere un risultato di più ampio respiro,
più utile per tutti. E' la mancanza del senso civico, del senso
dello Stato.
E dire che, a mio
parere, con l'autonomia gestionale di cui godono le Aziende Ospedaliere
i rapporti che si dovrebbero instaurare sarebbero più facili che
nel passato. Senza attendere le grandi decisioni di programmazione che,
come sempre, tardano a venire, i Direttori Generali potrebbero mettersi
subito attorno ad un tavolo per avviare una serie di progetti di collaborazione,
con provvedimenti assolutamente non gravosi sul piano finanziario.
Collegando l'esistente,
senza creare nulla di nuovo: attivando gli scambi operativi, di uomini
e di mezzi. Trasferendo il personale sanitario da un Ospedale all'altro,
a seconda delle differenti esigenze. I risultati non tarderebbero a venire:
tutto ciò non perdendo di vista il concetto dell'area metropolitana,
che non è un'utopia.
Estratto dal Sole 24 ore Giovedì 8 giugno 2000
BARI. Una Città
metropolitana che nasce dal basso, sul lavoro svolto dal capoluogo assieme
ai Comuni limitrofi, e che si misura sistematicamente con tutte le altre
grandi aree urbane. È il modello che Bari offre ai "grandi sindaci"
che oggi si riuniranno nel capoluogo pugliese per una riunione del loro
Coordinamento. "Un incontro importante — sottolinea il sindaco di Bari,
Simeone Di Cagno — voluto dall’attuale presidente del Coordinamento, il
sindaco di Genova Giuseppe Pericu, per riprendere un dialogo tra le principali
città italiane nel pieno del dibattito sul federalismo. E se forse
non è più "politicamente corretto" parlare di partito dei
sindaci, non per questo abbiamo cambiato idea sul ruolo che le città
hanno nello sviluppo del Paese".
Due i temi principali
della riunione: la finanza locale e il ruolo istituzionale delle città
metropolitane. "Sul piano finanziario — precisa il sindaco di Genova —
non deve esserci più la penalizzazione dei grandi Comuni rispetto
alla spesa regionale e in generale a quella statale. A Bari avanzeremo
proposte operative specifiche che devono trovare riscontro nel Dpef".
Quanto al nodo delle
Città metropolitane (ultimo tassello della legge 142/90 che deve
ancora essere messo a posto) l’attenzione dei sindaci è rivolta
alle Regioni. "Nella fase costituente che stanno avviando — ha detto Pericu
— è necessario che l’autonomia locale venga garantita da una capacità
di governance reale e non sia soffocata da Regioni che di fatto fanno amministrazione
mascherata attraverso l’emanazione di leggi".
Il vertice dei sindaci
si terrà, inoltre, al termine di un incontro dedicato a Bari che
chiude la prima fase, durata cinque mesi, di un confronto tra l’amministrazione
civica e la città nel suo complesso chiamato "Stati generali", come
hanno fatto Genova e Milano. "Da questo confronto — afferma il sindaco
Di Cagno — è emersa una serie di convinzioni. La prima è
che Bari è la capitale di quel Sud-est che sta velocemente cambiando.
In questi anni abbiamo lavorato a fondo su questioni basilari: la sicurezza
del territorio e le infrastrutture. Oggi la città è più
sicura di prima, sono partiti i lavori per il nuovo aeroporto, il porto
ha conquistato il primato nell’Adriatico nel traffico passeggeri, il sistema
ferroviario è stato razionalizzato".
La seconda convinzione
è che "se funzionano le città metropolitane — dice ancora
Di Cagno — allora funzionano le Regioni e quindi il Paese. Per questo l’ente
Città metropolitane deve nascere. La strada che abbiamo scelto a
Bari è quella del lavoro assieme ai sindaci dei Comuni a noi vicini.
Il capoluogo ha un ruolo naturale di guida di un territorio più
vasto e il decollo delle città-sistema o global cities è
un fatto strategico".
Lo sviluppo di questo
ragionamento, secondo Di Cagno, è lineare. La creazione dal basso
della nuova realtà istituzionale — attraverso il dialogo e la concertazione
tra le amministrazioni che la compongono — consente di esaltare le vocazioni
economiche naturali dei territori. Il terzo punto all’ordine del giorno
del vertice è la creazione di un sistema di benchmarking. "Vogliamo
studiare un sistema semplice — continua il sindaco di Bari — che consideri
10-15 problemi comuni a tutte le città: dalle strutture ai servizi
sociali. Verificare cosa è stato fatto, con quali costi, con quali
benefici per misurarci tra di noi".
Grandi città
"pigliatutto", dunque? "No di certo — risponde Di Cagno — ma vogliamo che
si diffonda nel Paese la consapevolezza del ruolo strategico delle grandi
città e che ne scaturisca un modo nuovo di fare politica da parte
delle istituzioni centrali che devono dialogare di più e meglio
con le città".
Marino Massaro
LA GAZZETTA DEL
MEZZOGIORNO 7 ottobre 2000
Il sindaco di
Bari a quello di Gioia: Area metropolitana "C'è spazio per tutti
i Comuni"
Caro Collega,
grazie per la Tua
"lettera aperta" che è un altro importante contributo al dibattito
da me concretamente avviato, nel rispetto delle Leggi ed in linea con la
riforma istituzionale, per la delimitazione dell'area metropolitana di
Bari e la successiva istituzione della città metropolitana.
Il dibattito è
aperto. In molti Comuni i Consigli comunali sono all'opera per partecipare
o meno alle avviate procedure di costituzione della area metropolitana
nel cui ambito andrà a costituirsi la città metropolitana.
Sono processi irreversibili
che vanno oltre le persone, oltre il contingente e che soltanto le immancabili
resistenze tardo-burocratiche potranno - vanamente - ostacolare, e forse,
ritardare.
Per quanto riguarda
il mancato invito al Tuo Comune ad essere alla riunione di Mola si tratta
di un evidente disguido in quanto lo stesso invito era diretto a tutti
i Comuni, molti dei quali del Sud e del Nord Barese erano presenti. Me
ne scuso, comunque.
Spero, però,
che Tu possa essere d'accordo con me almeno su un presupposto: i nuovi
assetti debbono essere il frutto della volontà e della iniziativa
dei Comuni interessati.
Se siamo d'accordo
su questo il resto viene da sé nel confronto sereno, aperto, leale.
Del resto non c'è più spazio per arroganti leadership. E
la politica del campanile non paga. Bari lo sa bene.
Il Comune di Bari
sarà uguale agli altri dinanzi a quel nuovo soggetto giuridico dell'ordinamento
che sarà la città metropolitana, ed a quel nuovo libero "raccordo
di sinergie" che sarà l'area metropolitana.
Ed a costruirle saranno
i Comuni e soltanto essi: perché così la legge ora finalmente
prescrive, giungendo - anche tardi! - a cercare di schiodare la geografia
centralistica postunitaria che tanto danno ha portato al Mezzogiorno.
Ma il dibattito è,
appunto, aperto su prospettive ampie. Tanto ampie che - come accade a volte
nel nostro Paese - vedono una gara più ad allargare i confini delle
discussioni che a stringere la concretezza delle decisioni.
Simeone di Cagno
Abbrescia
LE CITTÀ
CHE VOGLIAMO - Anno V n. 10 (38)
Mensile di politica,
attualità, cultura a cura del Movimento "ANDRIA CHE VOGLIAMO"
Sesta Provincia
in Puglia crescono dubbi e perplessità
Dopo lo scacco di
Monza, la Commissione Affari Costituzionali, riunitasi lo scorso 17 ottobre,
ha passato la sfera infuocata delle aspiranti province (sono 23 in tutta
Italia) al Governo.
Il sottosegretario
all’Interno con delega alla pubblica sicurezza, il diessino Massimo Brutti,
che era presente alla riunione della Commissione del 17 ottobre, dovrà
confrontarsi con il popolare Severino Lavagnini, sottosegretario all’Interno
con delega agli enti locali. Insieme dovranno operare una sorta di "selezione"
sulle 23 proposte di istituende province, verificando quali sono, effettivamente,
quelle il cui iter è, più o meno, perfettamente in regola.
Secondo Ruggero Mennea, segretario del partito popolare a Barletta, "le
prospettive sono buone per la Provincia dell’Ofanto, perché ci sono
tutti i presupposti". Come mai tanta sicurezza?
Perché sempre
lo scorso 17 ottobre, a Roma, si è riunita la Direzione nazionale
del Partito popolare, e in quell’occasione l’onorevole Rosa Russo Jervolino
e il segretario nazionale dei Popolari, Pierluigi Castagnetti, hanno assicurato
al gruppo provinciale dei popolari e al suo segretario, Gerolamo Grassi,
tutto l’appoggio necessario per l’istituzione della sesta Provincia.
Nel frattempo continuano
a susseguirsi, accompagnati da interminabili fiumi di parole, i consigli
comunali monotematici, in cui le delegazioni di Fermo, Sulmona, Castrovillari
e Avezzano (compagne di ventura con Barletta nella candidatura a province),
continuano ad incontrarsi, ora in un posto, ora in un altro. Da ultima
arriva proprio Barletta, domenica 22 ottobre, al teatro "Curci". La volta
buona, questa, per i nostri eroi? Erano ragazzini i nostri nonni e già
si parlava di "Barletta Provincia". Allora per determinati motivi, oggi
per altri, sicuramente meno demagogici (o non solo tali), il desiderio
però è rimasto immutato nel tempo. E il sorpasso di Monza
ha lasciato tutti con l’amaro in bocca. E pensare che solo alla fine di
luglio, a Sulmona, le delegazioni delle cinque candidate istituende province
approvavano una dichiarazione d’intenti per spingere il Governo ad impegnarsi
ad emanare i decreti istitutivi nel "più breve tempo possibile",
frase chiave che ha caratterizzato, e tuttora caratterizza, la vicenda.
Il documento veniva
inviato al Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ai ministri dell’Interno,
Enzo Bianco, e del Tesoro, Vincenzo Visco, ai presidenti della Camera,
Luciano Violante, e del Senato, Nicola Mancino, e all’onorevole Rosa Russo
Jervolino, presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Questo è solo un esempio del continuo impegno e interesse investito
dalle forze politiche e istituzionali nella volontà di sbrogliare,
una volta per tutte, la matassa dell’istituzione della sesta Provincia.
Spesso, la lotta è
stata caratterizzata da divisioni di carattere politico, da strumentalizzazioni,
ma, alla fine, ci si è ritrovati quasi tutti uniti nell’obiettivo
comune.
Un accanimento che
aumenta in maniera esponenziale e proporzionale alle delusioni continue
e alle illusioni di cui spesso si è stati fatti oggetto. E’ tutto
pronto, è tutto in regola, ma alla fine giunge sempre un inconveniente
inatteso: cavilli burocratici, tempi e termini "fatti scadere", caduta
di legislature. Questo il leit-motiv che ha caratterizzato, in tutti questi
anni, lo svolgimento della questione. E questa volta? La verifica del popolare
Lavagnini sarà pronta in tempi utili, o si dovranno attendere ancora
a nuovi interlocutori e nuove legislature?
(M.P.G.)